Agricoltura nella Lucania ellenica

Agricoltura nella Lucania ellenica

L’agricoltura nella Lucania ellenica mostra le tacce della lenta trasformazione il territorio subì con la penetrazione romana.

Un quadro agricolo dell’area mostra una vivacità commerciale ed un evidente grado di fertilità dei campi che era sicuramente superiore a quello della Grecia. I fiumi, tanto l’Agri quanto il Sinni, avevano corsi regolai ed erano pure navigabili. Se il bosco si estendeva su tutta l’area montuosa attorno a Sibari, le aree coltivate si allargavano dagli altipiani tra l’Agri e il Cavone sino ai rialzi collinari di Montalbano ed ai pianori del Sinni.

Un’analisi del sistema agrario metapontino tra il VI ed il IV secolo a. C. ci permette di cogliere degli aspetti particolari. Distribuite dal Cavone al Bradano, più di quattrocento fattorie metapontine sono state localizzate dagli archeologhi. Sono costruite in mattoni crudi, alzati sopra uno zoccolo di pietrame irregolare e di ciottoli di circa mezzo metro. La copertura è in embrici. Stalle, granai, magazzini, cisterne e letamai si aprono su un cortile centrale. In alcuni casi si eressero torri, come nella fattoria del IV secolo in proprietà Casamassima al Campagnolo. Torchi e macine sono i principali attrezzi rinvenuti. Le colture erano quelle del mondo ellenico, il vino, l’olio, i cereali. Tutte le fattorie erano connesse in un sistema di suddivisione agraria con fossi di drenaggio allo scopo di caricare verso il mare l’acqua di sgrondo dei terreni e di regolarne il deflusso, raccogliendola lungo le falde di baulatura dei campi. Così si evitava l’impantanamento del terreno. Commerci ed esportazione erano gli sbocchi di tali produzioni però i conflitti dei secoli, da Alessandro il Molosso alla spedizione di Cleonimo, dalle guerre di Pirro alla Seconda Guerra Punica, portano ad un lento dissesto dell’area e alla sostanziale desertificazione dell’età repubblicana, quel saltus metapontinus di Varrone dove è sparita ogni traccia della vita di campagna. La regione diviene solo un luogo di transumanza delle greggi.

Il sistema agrario eracleese del III secolo a. C., studiato attraverso le Tavole di Eraclea, è assai diverso da quello di Metaponto. La terra del Santuario di Atena è prevalentemente coltivata a vite, nelle terre del Santuario di Dioniso, invece, più lontane da Eralcea, all’interno della valle dell’Agri, non vi predominano che la macchia e il bosco, terreni non utilizzabili per colture in base a precise disposizioni di contratto. Le caratteristiche di queste fattorie sono simili a quelle del Metaponto per quanto concerne gli edifici: si sono riscontrati pagliai e magazzini per l’ammasso. Nella Siritide però l’azienda agraria è esclusivamente di sussistenza e, se le fonti parlano di Eraclea come di un’area dove gli eserciti potevano con profitto approvvigionarsi, è perché ciò era a caro prezzo pagato dalle popolazioni che poi per anni si tiravano dietro le conseguenze di queste razzie.

Il limite di questa agricoltura fu rappresentato dalla limitatezza dei mercati che si riflette sull’immobilismo delle strutture tecnico-produttive. Alla conquista romana la produzione decade a semplice livello di sussistenza, come mostra il caso di Eraclea. Si assistette ad una lenta riduzione dell’incidenza del commercio con chiusura delle linee di traffico. L’economia prese a guardare all’allevamento ed alla pastorizia.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia:

G. Forni, La produttività agraria della Magna Grecia desunta dalle Tavole di Eraclea di Lucania (IV sec. a.C.)

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