In pochi sanno che il noto assedio di Alfonso d’Aragona del 1441 fu preceduto da un altro fallito e durato un mese. Era il 1438 e Napoli fu cinta in un blocco militare per terra e per mare. La città era dalla parte di Renato d’Angiò, erede testamentario di Giovanna II d’Angiò-Durazzo ma tenuto prigioniero in Borgogna.

Gli aragonesi contavano su quindicimila soldati ed un vasto numero di galere provenienti dalla Sicilia e dalla Catalogna. Li capeggiava Pietro, fratello di Alfonso, già vittorioso protagonista della presa di Gaeta.

Pietro d’Aragona si accampò sulla riva dello scomparso fiume Sebeto, non lontano dal quartier generale di Alfonso.

In città gli angioini s’affrettarono con opere di fortificazione della cinta muraria e si provvide a disporre le artiglierie nei punti strategici. Gli aragonesi prepararono le scale e fecero sbarcare un’armata da di mille uomini a Castel Nuovo occupando l’area dello Spirito Santo.

A fine settembre, Pietro d’Aragona guidò un pesante attacco di bombarde. Senza ottenere grandi risultati, ad ottobre le orientò dapprima sulla Chiesa del Carmine, allora fuori delle mura cittadine, poi verso Sant’Angelo dell’arena.

In queste circostanze una palla sparata dalla bombarda chiamata la “Messinese”, oltrepassò le mura della città e fracassò sul tabernacolo della Chiesa del Carmine dove era collocato un crocifisso. Prodigiosamente la scultura piegò la testa evitando il colpo. Tutti gridarono al miracolo.

I bombardamenti seguitarono con maggior vigore ma gli angioini approntarono bombarde proprio sul campanile del Carmine ed iniziarono a sparare sul nemico.

Un colpo ferì mortalmente alla testa Pietro d’Aragona, lasciandolo sul cavallo privo di vita ed orrendamente mutilato. Il capitano fu condotto nella Chiesa della Maddalena e la notizia della sua morte colse Alfonso a messa nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie. L’Aragonese proruppe in pianto dicendo: “Il giusto Iddio ha voluto punire la sua baldanza, non avendo curato il miracolo così stupendo dell’antecedente giornata dì quel Santo Crocifisso”. Si recò poi presso la salma, ne baciò il petto ed ancora disse: “Fratello che meco fosti sempre partecipe delle fatiche, rimanti in pace”.

Il giorno seguente una pioggia fortissima costrinse gli aragonesi a levare l’assedio.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete