Una imponente tela conservata al Museo Nacional del Prado, a Madrid, ci consegna le immagini di Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto e di Pescara, mentre arringa le sue truppe in armatura cinquecentesca.

Con ogni probabilità il dipinto fu nelle collezioni dei Gonzaga a Mantova e poi nelle raccolte di Carlo I d’Inghilterra per essere, a partire dal 1666, catalogato nei beni dei re di Spagna all’Escorial.

Un tripudio di volti e lance colma l’orizzonte mentre accanto al condottiero, il piccolo figlio Ferrante, anch’egli in armatura, sembra già promettere di voler seguire le orme paterne. Ci riuscirà: il piccolo, che portò il nome dello zio Fernando d’Avalos, illustre condottiero sotto le insegne di Ferdinando il Cattolico e Carlo V, nato a Napoli nel 1490, fu, come il padre, Governatore del Ducato di Milano e poi Viceré di Sicilia; rappresentante di Filippo II al Concilio di Trento, fu Grande di Spagna e Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro. Nell’anno in cui fu ritratto accanto al padre, aveva nove anni ed era già stato nominato Gran Camerlengo del Regno di Napoli!

Mai premature aspirazioni trovarono così eclatanti conferme.

Elmo di Ferrante d’Avalos, uno dei migliori esempi di armatura asburgica del Cinquecento onservato al Metropolitan Museum. Fonte foto dalla rete.

 

Il dipinto in questione porta la firma di Tiziano e fu commissionato all’artista all’inizio del 1539 e consegnato al proprietario già nell’agosto del 1541. Forse ad essere immortalata è la partenza di Alfonso d’Avalos per una spedizione contro Solimano II, non v’è certezza, ma la scena è carica di particolari.

Il condottiero stringe nella mano sinistra il bastone del comando mentre solleva la fdestra nel gesto dell’adlocutio, tipico degli antico consoli di Roma.

Il rimando alla cultura classica è talmente evidente che in molti, anzitutto Pietro Aretino, hanno scritto dell’ispirazione che a Tiziano avrebbe fornito l’Allocuzione di Traiano, scolpita nell’Arco di Costantino, o anche dell’Allocuzione di Costantino, dipinta da Giulio Romano negli appartamenti vaticani.

Nubi ocra si allungano su un cielo d’azzurro tiepido ed, al centro dell’opera, la punta di ferro d’una lancia risponde alla chiamata del Marchese del Vasto, uno dei più importanti generali di Carlo V.

Alfonso d’Avalos d’Aquino d’Aragona era nato ad Ischia nel 1502, figlio di Innico II d’Avalos e Laura Sanseverino. Nell’anno in cui incontrò Tiziano, portò alla vittoria gli Spagnoli contro i Turchi a Tunisi e fu nominato governatore dall’imperatore a Milano. Combatté la Battaglia di Pavia, venne fatto prigioniero da Andrea Doria durante l’assedio di Napoli del 1528, comandò l’esercito imperiale in Italia e fu sconfitto dai francesi nella Battaglia di Ceresole. Proprio da Carlo V ricevette anche l’Ordine del Toson d’Oro.

Sarà proprio un Alfonso d’Avalos, nel 1862, a consegnare al Museo di Capodimonte un’incredibile collezione d’arte contenente anche gli arazzi della Battaglia di Pavia. Questi arazzi donati nel 1531 a Carlo V dagli Stati Generali di Bruxelles, dopo vari passaggi ereditari, entrano a far parte grazie al legato testamentario del giovane don Carlos, figlio di Filippo II, delle collezioni di Francesco Ferdinando d’Avalos, diretto discendente dell’omonimo eroe di Pavia, morto per le ferite riportate in battaglia.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete