Nel periodo cruciale della Guerra dei Trent’Anni, Bartolomeo d’Aquino, appartenente ad una illustre famiglia aristocratica del Regno di Napoli, concentrò tutto il suo impegno nel prestito di denaro alla Corona assicurandosi il monopolio dei rapporti finanziari tra stato e privati e portando gli altri speculatori a legarsi ai suoi affari. Il 1636, anno in cui egli inizia le sue operazioni finanziarie, era segnato dalle spese di guerra e dell’aumento del debito pubblico. Bartolomeo d’Aquino giunse a controllarlo riuscendo ad ottenere privilegi e titoli. Nel giro di otto anni divenne così esponente di spicco del ceto finanziario napoletano e la sua supremazia fu definitivamente sancita da un’ordinanza che lo indicava come unico destinatario dei ricavi di tutte le tasse. Eppure quest’incredibile ascesa fu seguita da una rovina tremenda. Presentiamo al lettore una interessantissima pagina di Aurelio Musi tratta dal suo “Finanze e Politica nella Napoli del ‘600: Bartolomeo d’Aquino” in cui si discute di banchieri e tessuto sociale nel Regno di Napoli del Seicento.

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Una delle permanenze più vistose della storia economica del Regno di Napoli è il ruolo predominante detenuto dagli stranieri nelle finanze pubbliche e più in generale nelle attività commerciali. Un elenco dei nomi e dell’origine dei principali banchieri che esercitano la loro professione a Napoli nella seconda metà del Cinquecento e agli inizi del Seicento è già di per sé eloquente: genovesi sono i fratelli de Mari, commercianti e appaltatori di fiscali, i Ravaschieri, che riscuotono denaro proveniente da varie imposte, gli Spinola, i Pallavicino, mercanti di grani e appaltatori di fiscali, i del Cuneo, i Grimaldi, i Centurione, i Grillo, i Lomellino, i Doria; non mancano anche banchieri fiorentini e, in misura minore, milanesi… Il predominio sembra avere una battuta d’arresto nel periodo dell’ascesa finanziaria del d’Aquino. E’ lecito dunque chiedersi, nella considerazione dei tempi lunghi della storia economica del Regno, se la battuta di arresto fu determinata da fattori di carattere congiunturale oppure segnò davvero un cambiamento radicale e profondo nella struttura economica e nello sviluppo complessivo della storia del Regno. Tutto fa ritenere che il peso della storia del d’Aquino sul potere tradizionale della finanza straniera, genovese in specie, non fu rilevane e non determinò un diverso orientamento nell’equilibrio delle forze finanziarie operanti nel Regno. Il caso d’Aquino ha piuttosto la sua genesi ed esaurisce il suo destino dentro la crisi generale del secolo XVII…
[…] se si osserva il tipo di stratificazione sociale esistente nel Regno di Napoli nella prima metà del secolo XVII, non possono sfuggire la scarsa articolazione sociale, la capacità di assimilazione della classe dominante, il sistema bipolare – aristocrazia da una parte, contadini e plebe delle città dall’altra – che domina i rapporti sociali. E’ probabile allora che la specificità di funzioni del d’Aquino vada ricercata altrove e non tanto nel sistema sociale e nel meccanismo produttivo: piuttosto sul versante della politica, dei rapporti tra stato e società – nel tessuto di mediazioni che si interpongono tra economia e politica – in una società precapitalistica. E’ stato di recente rilevato come sia una costante della storia d’Italia l’alleanza del potere economico e della politica: « la formazione ed anche il successivo ingrandirsi e mantenersi delle grandi fortune nella storia d’Italia è stata sempre legata ad un patto tra l’operatore economico e il potere politico. Patto, alleanza, che a volte giungono fino a costituire una sorta di identità completa ». E ciò è tanto più vero nel caso del d’Aquino: l’ « asiento » è un patto che lega l’ « assentista » allo stato, che vincola le sue sorti e le sue fortune alla vita finanziaria dello stato. Attraverso gli « Asientos » l’ « assentista » acquista la funzione di mediatore tra i fornitori di capitale, che, nel caso di Napoli sono i grandi feudatari del Regno, e la Monarchia: la conseguenza di questa mediazione non è un mutamento nell’equilibrio tra stato e società, ma un consolidamento di esso, attraverso il legame sociale dell’assentista all’aristocrazia e il legame politico con lo stato. Questa funzione legata alle operazioni di credito delle monarchie assolute durante la guerra dei Trant’anni, accomuna gran parte degli operatori finanziari che operano presso le corti degli stati europei.
In Danimarca Cristiano IV si serve tra il 1640 e il 1650 dei fratelli Gabriele e Celio Mercelis come consiglieri economici, banchieri, fornitori di munizioni. I Marcelis « anticipavano denaro sugli incassi dei pedaggi del Sund e dei tributi sul rame e inoltre erano armatori. Intorno a loro l’aristocrazia luterana locale retrocesse al rango di aristocrazia terriera, e i mercanti luterani decaddero a semplici agenti di case commerciali olandesi calviniste ». Lo stesso ruolo fu assunto in Svezia dalla casa de Geer. Nel 1639 in Francia compare un altro uomo d’affari protestante « destinato a dominare le finanze francesi per quasi un quarto di secolo: Barthelemy d’Herwart ». « Con la sua abilità finanziaria egli riuscì ad assicurare alla Francia la fedeltà dell’esercito dell’Alsazia; inoltre finanziò la politica tedesca di Mazarino ». Attorno al circuito di Amsterdam si organizza inoltre il rifornimento finanziario della monarchia asburgica. I banchieri portoghesi, tra il 1626 e il 1647, sono i principali « assentisti » dello stato spagnolo: il volume complessivo delle loro operazioni ascende in questi anni a 61833000 ducati. Nella « Hacienda » di Castiglia gli « asientos », caratterizzati dal credito a breve termine e ad alto interesse, cedono il posto ai « juros » (credito a lungo termine e a basso interesse): ma la funzione che continuano ad assolvere i creditori pubblici è analoga a quella degli « assentisti ».
Secondo il Trevor Roper, questi uomini e i centri in cui operano sono « i promettenti iniziatori del capitalismo moderno ». A noi pare invece che la dipendenza strettissima con la politica degli stati assoluti, i loro investimenti e prestiti direttamente legati alle esigenze di guerra, la tipologia dei loro redditi, in gran parte provenienti dalla percezione fiscale e dallo sfruttamento feudale della rendita fondiaria, siano elementi che collocano operatori finanziari come il d’Aquino, i Marcelis, ecc., al di fuori del capitalismo. Ha ragione il Villari quando sostiene che i casi indicati dal Trevor Roper « rientrano in un tipo di aristocrazia finanziaria la cui grande fioritura nell’epoca della guerra dei Trent’anni difficilmente si potrà collocare nella linea dello sviluppo capitalistico moderno. I Marcelis che anticipavano denaro a Cristiano IV sugli incassi dei pedaggi del Sund, e dei tributi del rame, gli Spiering, appaltatori delle dogane baltiche, Hans de Witte, che finanziò gli eserciti del Wallenstein…, il famoso Barthelemy d’Herwart… non ebbero una funzione diversa da quella che svolse Bartolomeo d’Aquino nell’ambito della Monarchia spagnola e della società napoletana ».

 

 

 

 

 

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