Eliminato Berengario del Friuli, il regno d’Italia restò per un breve periodo nelle mani di Rodolfo di Borgogna, osteggiato da Ugo di Arles. Rodolfo, impossibilitato a stanziare in Italia per le vicende borgognone, vi spedì suo cognato Burcardo di Svevia che però trovò subito la morte, a Novara. Allora Ugo ebbe via libera, sbarcò a Pisa, raggiunse Pavia, si fece incoronare re d’Italia e cominciò a distribuire feudi e privilegi ai suoi sodali, per lo più provenzali del suo esercito. Così fece pure con Berengario, marchese d’Ivrea, dandogli in moglie la propria nipote Willa.

Questo Berengario era figlio di Adalberto I di Ivrea e di Gisla, figlia di Berengario I re d’Italia e imperatore, dunque personaggio particolare, sicuramente potente e scomodo per il nuovo re che, alla Marca di Spoleto, volle pure Anscario II, fratellastro di Berengario. Quando questi morì vi piazzò però un suo figlio bastardo, esattamente come aveva già fatto in Toscana. La cosa preoccupò non poco Berengario che temette un avvelentamento o una guerra al fine di consegnare la Marca d’Ivrea ad un altro figlio illegittimo di Ugo, tanto più che egli era nipote del defunto Berengario del Friuli e dunque poteva esser visto come un possibile rivale al trono. Dunque fuggì con Willa, lasciò l’Italia e chiese protezione ad Ottone di Sassonia.

Come aveva previsto la Marca d’Ivrea finì ad un figlio di Ugo e questi, rimasto vedovo di Marozia ed escluso dalla politica romana su cui, per un certo periodo di tempo, diresse le sue ambizioni, concertò un matrimonio con la vedova del re di Borgogna, Berta, assumendo la tutela del figlio di lei, Corrado, e pianificando il matrimonio della sorella, Adelaide, col suo figlio legittimo Lotario. Era una costruzione ben congegnata, in caso di morte di Corrado, la Borgogna sarebbe passata a Lotario e Ugo avrebbe controllato un territorio che, da Sud e da Ovest, insisteva sui confini tedeschi. La cosa preoccupò Ottone che scelse di accogliere Berengario d’Ivrea mentre Ugo, temendo una invasione germanica, s’accordò coi saraceni di Frassineto e assegnò loro il controllo dei valichi alpini.

Berengario, protetto, finanziato e foraggiato da Ottone, scelse di tornare in Italia per recuperare la Marca d’Ivera. Superò immune il passo di Resi e, promettendo il vescovato di Como, ottenne da Adalardo il castello di Firmiano, così come, promettendo l’arcivescovato di Milano a Manasse di Arles, nipote di Ugo, riuscì a farsi largo in tutta la Marca. Era il 945; Ugo, sentendo prossima la morte, accettò il rientro di Berengario e lo reinsediò a pieno titolo nei suoi possessi, poi abdicò in favore del figlio Lotario, facendo di Berengario il “primo consigliere della Corona”. La morte colse Ugo di Arles nel 947, Lotario sposò la giovanissima Adelaide di Borgogna, futura santa, e Berengario restò al suo posto divenendo l’autentico detentore del potere. Quando anche Lotario spirò, si ritrovò re, senza opposizione. Era debole, troppo debole. Disponeva esclusivamente della Marca d’Ivrea ed allora fece subito arrestare una possibile minaccia: Adelaide. La regina venne chiusa nella Rocca di Garda e fuggì poi avventurosamente riparando prima a Modena e poi a Reggio sotto la protezione di Adalardo e fu da qui che invocò l’intervento in Italia di Ottone di Sassonia.

Il tedesco immaginò di prendere la donna in moglie, di riceverne la dote e dunque il diritto alla corona italica e farsi incoronare poi imperatore. Nella tarda estate del 951 varcò il Brennero col suo esercito e senza trovare contrasti giunse a Verona, poi a Pavia, giusto il tempo di prendere in moglie Adelaide, mentre Berengario si rintanava in Piemonte. Da Roma, papa Agapito II gli negò l’incoronazione ma Ottone aveva ben altri problemi ad attanagliarlo. Nella sua Germania tiravano venti di guerra e sedizione e dovette ritornarvi. Di lì a poco le parti si accordarono, Berengario fu riconosciuto re d’Italia ma come vassallo d’Ottone, mentre le marche di Verona, del Friuli e dell’Istria, furono annesse alla Baviera, a tenere aperte le porte della Penisola. Berengario tornò in Italia da vincitore, aveva giurato fedeltà assieme a suo figlio Adalberto legittimandone la successione, e, così rinvigorito, potè scagliarsi contro chi l’aveva tradito, anzitutto Adalardo che aveva protetto Adelaide. La sua fedeltà ad Ottone fu inesistente e, a sei anni di distanza dalla prima spedizione, il tedesco spedì in Italia un nuovo esercito guidato da suo figlio Liudolfo che riuscì pure a sconfiggere gli italici ma fu poi stroncato da una febbre, a Pombia, e Berengario ebbe di nuovo il suo regno.

Le cose in Italia però mutarono. Il figlio di papa Agapito II, Ottaviano, proclamato pontefice col nome di Giovanni XII, s’alleò con Teobaldo, marchese di Spoleto e vassallo di Berengario, e attaccò Capua. La mossa, frutto di una inaccettabile autonomia di Teobaldo, portò Berengario ad attaccare il papato spedendo suo figlio Adalberto e il secondogenito Guido su Roma. Il pontefice invocò allora l’intervento di Ottone che non si lasciò scappare l’occasione che gli avrebbe consegnato la corona d’Italia e quella imperiale. Berengario fece sgomberare Pavia, ne incendiò il palazo reale e si andò a chiudere nella Rocca di San Leo, mentre sua moglie Willa riparò nell’Isola di San Giulio sul Lago d’Orta e i figli Adalberto e Guido si rinserrarono l’uno nell’Isola Comacina e l’altro nella Rocca di Garda. Ottone, con la strada libera, il 2 febbraio del 962 fu incoronato a Roma, tolse poi la Marca d’Ivrea a Berengario e l’affidò ad Arduino il Glabro poi cercò di snidare Berengario. La regina Willa s’arrese, miglior resistenza gli opposero Adalberto e Guido e allora si destinò all’assedio della Rocca di San Leo. Nel mentre, Adalberto lasciò l’Isola Comacina e s’incontrò col papa, evidentemente preoccupato dallo strapotere del novello imperatore. La notizia che fece infuriare Ottone e lo spinse a marciare su Roma mentre i due confabulanti si dettero alla fuga. I romani giurarono fedeltà all’Imperatore e pure di non eleggere alcun pontefice senza il consenso imperiale, poi elessero un papa di suo gradimento, Leone VIII. Poco dopo Ottone fu raggiunto dalla notizia della resa di Berengario, finito prigioniero. A restistergli erano solo Adalberto e Guido.

Ottone si mise alla caccia dei due ribelli, ma Roma insorse e scacciò Leone. Dovette ritornare sui soi passi, cingerla d’assedio e prenderla per la fame, prima di potervi entrare e rimettere le cose in ordine. Alla fine, con poche risorse e un ridotto esercito, se ne ritornò in Germania, portandovi prigionieri Berengario e Willa che si spensero nella loro cattività di Bamberga, in Baviera, mentre in Italia si infittiva di scontri, sortite e schermaglie la guerriglia di Adalberto, Guido e del loro fratello minore, Corrado. Guidò morì in battaglia contro l’esercito guidato dal Duca di Svevia, Bucardo III, miglior sorte ebbe Adalberto che, passando vittorioso di castello in castello, trovò sostenitori, aiuti e uomini.

Roma tumultò ancora. Giovanni XIII, successore del defunto Leone VIII, fu rovesciato, mentre da Costantinopoli arrivarono soccorsi per Adalberto: Ottone ancora una volta dovette tornare per forza di cose in Italia. Roma fu pacificata nel sangue, il Sud Bizantino fu invaso, gli imperiali vi si inoltrarono sino a Cassano Ionica, poi, persuasi dell’intuilità politica e militare di quella impresa, si ritirarono lasciando l’iniziativa a Pandolfo Capodiferro, principe di Benevento, Capua e Salerno, cui l’imperatore aveva pure conferito la Marca di Spoleto e le terre di Camerino. Gli imperiali tornarono nel Meridione d’Italia quando Pandolfo fu catturato nella Battaglia di Bovino del 969 dal catapano Eugenio; a fermarli fu il nuovo Imperatore d’Oriente, Giovanni Zimisce, che volle a tutti i costi la pace e diede in moglie al tedesco sua nipote Teofania. Adalberto allora fu costretto a rifugiarsi in Borgogna, dove morì il 30 aprile 971, mentre suo fratello Corrado si riappacificò con l’Imperatore e fu riconosciuto marchese d’Ivrea.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: M. Milani, Arduino e il regno italico