Accumulate esperienze e onori in guerra, Carlo Carafa, tornato a Napoli, ottenne un nuovo incontro col Vicerè per chiedere qualche considerevole impiego per servigi da lui prestati alla corona spagnola. Un altro destino però l’attendeva: il giorno stesso in cui si recava al Palazzo reale, fu catturato da un canto proveniente dal Monastero di Regina Coeli, l’ascoltò e al termine decise di riprendere il percorso religioso a cui era stato avviato da fanciullo, quando aveva frequentato il Collegio dei Gesuiti di Nola.

Tornò a casa, vi si rinchiuse ed iniziò penitenze, digiuni, preghiere e mortificazioni. Le cronache riportano che da subito volle farsi tagliare i lunghi capelli e le basette, ma il suo barbiere si oppose e allora fu lui stesso a prendere le forbici, a recidere la sua chioma, a tagliarsi la barba. Si portò poi dai padri gesuiti e comunicò loro la sua risoluzione. Fu ben accolto e consigliato. S’applicò nello studio della teologia e dopo cinque anni venne ordinato sacerdote. Era il 1º gennaio del 1600 quando celebrò la sua prima messa. Da allora si aprirono per lui esperienze di vario genere tutte segnate da preghiera e carità: assistette i malati dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli; aiutò i moribondi  e, raccolti altri religiosi, istituì nell’ospedale una Congregazione di San Francesco i cui membri erano obbligati a mantenere a loro spese dodici letti per gli infermi; predicò nelle strade di Napoli ed entrò nella Compagnia de’ Bianchi, una confraternita impegnata nell’assistere i condannati a morte; scelse di vivere in un eremo fuori città e da lì usciva ogni mattina a convertire le prostitute che poi destinava a monasteri da lui stesso fondati. La sua vita era ora tutta protesa all’annunzio della parola di Dio, alla salute delle anime, al sostegno ai miseri. Volse infine le sue attenzione ai villaggi rurali dove incontrava i contadini oppressi dalla povertà, dall’ignoranza, da una vita sregolata. Fu così che nacquero i Pii Operai.

Il cardinale Alfonso Gesualdo, Arcivescovo di Napoli, lo invitò ad uscire dall’eremo e gli concesse la Chiesa di Santa Maria di tutti i beni. Qui la congrega prese vita e prosperò di discepoli, sacerdoti e laici, che Carafa guidava in missioni nelle campagne. Ai primi otto sacerdoti che si erano al ui uniti ne seguirono molti altri. Un gran numero di meretrici cambiò vita grazie alla loro predicazione ed esse abbracciarono l’abito monacale nei Monasteri del Soccorso e delle Penitenti, appositamente fondati da Carlo Carafa. Il religioso volse le sue attenzione agli zingari, ai carcerati, agli schiavi turchi con opere di carità e insegnamento del catechismo. Papa Clemente VIII rifiutò una prima richiesta d’approvazione dell’istituto, il contrario fece Gregorio XV che, con un breve del 1621, benedì la fondazione napoletana.

Fu così edificato il Complesso di Santa Maria dei Monti presso i Ponti Rossi di Napoli, che divenne la casa madre dell’istituto. Ai religiosi della congregazione vennero affidate anche le chiese di San Giorgio Maggiore e San Nicola alla Carità, ancora a Napoli, di Santa Maria a Castello sul Monte Somma, di Santa Balbina, di Santa Maria ai Monti e di San Giuseppe alla Lungara a Roma. Il Carafa fu l’artefice della grande processione penitenziale da lui guidata per le strade di Napoli, per impetrare la cessazione della disastrosa eruzione del Vesuvio del 1631, e fu tanta la partecipazione a questa penitenza, che in moltissimi in quei giorni andarono a confessarsi in massa dai Pii Operai.

Due anni dopo Padre Carafa cadde malato e morì. Dopo la sua dipartita, l’energia che muoveva i Pii Operai non svanì. Essi conobbero, in effetti, un significativo declino numerico, ma soprattutto come conseguenza del loro soccorso prestato agli appestati del 1653.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Pietro Gisolfi, Vita del Venerabile Carlo Carafa