15 novembre del 1810. In Spagna infuria la guerriglia contro l’esercito napoleonico.
Alla mensa del quartier generale francese consumano il pasto gli aiutanti di campo del re Giuseppe Bonaparte, gli scudieri e gli ufficiali della sua casa militare; tra di loro il ventiseienne Carlo Filangieri, figlio del rinomato giurista napoletano Gaetano, arruolatosi giovanissimo nell’esercito francese all’indomani di una rocambolesca fuga da Napoli dopo la caduta della governo rivoluzionario del 1799 e ora ufficiale dell’esercito napoleonico al comando di truppe napoletane.

A dirigere le operazioni militari nella Penisola iberica è il maresciallo dell’impero Jean-Baptiste Jourdan che quel giorno presenzia al pasto dei suoi ufficiali.
Dopo aver attentamente osservato i commensali il maresciallo improvvisamente chiede notizie del marchese di Rivadebro al momento assente.
Alla domanda del comandante risponde il milanese, generale di brigata, Francois Franceschi Losio: “È partito questa mattina presto per andare a Lerma con i cavalli della regia scuderia – poi con sorrisetto sardonico aggiunge – temo che lo vedremo tornare presto indietro, perché la guerriglia infesta quella strada e il marchese DA BUON NAPOLETANO eviterà il pericolo e invece di recarsi a Lerma farà ritorno a Burgos”.

Così racconta Carlo Filangieri la reazione che ebbe a quelle parole: “l’oltraggio era sanguinoso e feriva ad un tempo il mio paese ed il mio concittadino. Lo sentii scattare come una molla nell’animo mio, anzi non più trattenuto dalla presenza degli ufficiali generali, ed obliando la superiorità del grado di colui che aveva vibrato quel colpo, a quell’insulto risposi con acerbe e sentite parole”.

L’eufemismo che utilizza Filangieri nel suo racconto non riesce a mascherare il tono con cui con ogni probabilità il capitano napoletano inveisce contro il generale milanese che ha offeso la sua terra. E ci sembra quasi di vederlo scattare e bestemmiare contro quello scellerato coi galloni.
Il sorriso di scherno si fece smorfia sul volto di Franceschi mentre in sala calava il silenzio. “Tacque a quel punto il generale Franceschi. Allora il maresciallo Jourdan rivoltosi a me disse con voce concitata: – se il generale Franceschi ha avuto il torto di esprimere il suo oltraggioso proposito, voi avete avuto maggior torto ancora comportandovi alla maniera la più sconveniente”.
A quel punto, nell’imbarazzo generale, Filangieri chiede scusa al maresciallo di Francia per i suoi toni, pur non rinnegando la giustezza della sua reazione all’offesa. Tornato nei suoi alloggi, per nulla pago rispetto all’affronto subito, inviò subito una missiva a colui che lo aveva offeso pregandolo per mezzo del suo secondo di fargli pervenire quanto prima l’ora, il luogo, e le armi che “avrebbero deciso della vita di uno di noi due, se non di quella di entrambi”. Il guanto di sfida era lanciato. “La risposta non si fece attendere: il mio avversario mi faceva noto che ci saremmo battuti alla pistola l’indomani, dì 16 (novembre), alle ore 10, in un luogo recondito da lui accennato: soggiungeva altresì che in quell’incontro occorreva vestire l’uno come l’altro l’uniforme di scudiero”.

Carlo Filangieri si presentò all’incontro senza padrini per non compromettere alcuno dei suoi compagni d’arme in una situazione che senz’altro avrebbe potuto avere conseguenze con gli alti comandi dell’esercito che vietavano categoricamente la pratica del duello. Unico testimone per entrambi sarebbe stato il generale Mary.

“Il mio avversario aveva recato le proprie pistole e nessuno ignorava che egli sapeva servirsene assai bene. […] L’arma dell’uno doveva essere caricata dall’altro e così venne fatto. Piantati a terra i nostri cappelli, volgemmo ad essi le spalle, contando ciascuno dieci passi; indi volti l’uno all’altro di fronte, come si era stabilito, camminammo coll’arme in pugno l’uno contro l’altro.
Appena udito il segnale dato dal generale Mary, Franceschi parte con rapidità e raggiungendo subito il proprio cappello, tenendomi di mira, lascia partire il suo colpo.
La palla forò la falda destra del mio uniforme senza recarmi alcun danno.
Fatti tre passi io discarico la mia pistola ed il proiettile colpendo nel ventre il generale Franceschi gli spezza, disgraziatamente, la spina dorsale”.

Il povero generale non la prese molto bene di essere stato colpito a morte da quel napoletano, tanto che avvicinatosi Filangieri al suo rivale questi rivolse verso di lui ancora parole cariche d’odio “se la mia pistola fosse carica vi farei saltare le cervella”. Di li a poco Franceschi però tirava le cuoia.
Una volta scoperta la morte di Franceschi il comando ordinava immediato il trasferimento di Carlo Filangeri a Napoli dove per altro nel frattempo si era insediato come re un’altra “testa calda”, quel Gioacchino Murat alla corte del quale il Filangieri si distinguerà ancora per atti di coraggio militare.
Prima di arrivarci però fu convocato dall’Imperatore in persona. Napoleone venuto a conoscenza di quel duello volle incontrarlo.

“Egli mi riceve in piedi e, volgendo silenzioso a me lo sguardo che era più severo che irato, esclama d’un tratto:
– Un duello, ancora duelli: voi sapete bene che io non ne voglio, che io li aborrisco.
– Supplico vostra maestà di voler avere la degnazione di ascoltarmi un istante…
ma l’imperatore troncandomi con grande ira la parola:
– Io non voglio sapere niente perché nulla può giustificarvi ai miei occhi. Testa di Vesuvio che non siete altro! […] Sì, voi avete una testa Vesuviana!”.

Napoleone dovette pensare che un rimprovero dalla stessa voce dell’imperatore fosse sufficiente e non comminò nessuna particolare condanna all’incauto capitano, anche perché in quel periodo aveva disperato bisogno di buoni ufficiali e non poteva permettersi di perderne uno come il Filangieri. E a noi pare quasi di sentire l’eco della voce adirata dell’Imperatore che rimbomba nei silenziosi corridoi de le Tuileries: Testa di Vesuvio! Chissà cosa avrà pensato sapendo che quella testa vesuviana ancora nel 1815 offrirà un esempio del suo grande coraggio.

4 aprile 1815, Gioacchino Murat attacca gli austriaci nel nord Italia, l’obiettivo proclamato è unificare la penisola sotto un’unica bandiera, partendo da Napoli. Il sogno dinastico sfiorato da Ladislao di Durazzo, riproposto in chiave “risorgimentale”.

Sul Panaro un forte contingente austriaco blocca il passaggio alle truppe napoletane. Murat ordina l’aggiramento della posizione alla 1° brigata comandata da Guglielmo Pepe, ma questi è costretto a rallentare l’operazione bloccato da una vivace resistenza di una intera brigata austriaca posta a difesa del guado. Impaziente più che mai Murat ordina allora di forzare il ponte di Sant’Ambrogio. Un attacco risoluto di forza a postazioni ben salde. Prima la fanteria del Carrascosa poi per ben due volte le truppe guidate dal De Gennaro falliscono miseramente.
A questo punto Murat ordina una carica di cavalleria. Ma il generale Fontaine solleva obiezioni: si tratta a suo giudizio di un atto disperato che provocherà molte perdite. E’ allora che quella testa di Vesuvio acquisita del sovrano francese incontrerà la testa vesuviana di Carlo Filangieri: “lo faccio io, mi metterò io alla testa della cavalleria Maestà, il generale Fontaine potrà seguirmi”. Saranno state queste le sue parole. Filangieri si offre volontario per condurre lui stesso l’attacco al posto del comandante.

Con soli 24 lancieri carica le postazioni nemiche sul ponte per aprire la strada al resto della cavalleria, ma di fronte alla potente scarica di salve austriache il Fontaine non se la sente di proseguire l’attacco, blocca l’avanzata a metà del ponte e ordina la ritirata, i 24 del Filangieri sono soli, si battono eroicamente ma uno ad uno cadono. Carlo ferito da 8 palle cade nel fosso, è spacciato.

Proprio allora però la brigata di Pepe sconfitti gli austriaci al guado ha compiuto l’aggiramento delle postazioni sul ponte seguito da altre truppe guidate dal De Gennaro, gli austriaci sono costretti a ritirarsi e abbandonare Modena lasciando sul campo 1000 uomini. L’esercito napoletano ha colto la sua vittoria.
Murat si precipita al ponte, cerca il corpo dell’eroico Filangieri. Lo trova. E’ ancora vivo. Lo solleva tra le braccia, da cavaliere a cavaliere, e lo promuove sul campo. Filangieri ora è tenente generale.

Guarirà da quelle ferite, ma non potrà partecipare all’ultima battaglia a Tolentino che con la sconfitta obbligherà l’esilio a quel suo sovrano francese che tanto aveva saputo esprimere lo spirito napoletano. In quanto a lui, la sua storia non finisce con l’esperienza murattiana, lo vedrà ancora protagonista delle vicende del regno: Carlo Filangieri, testa di Vesuvio!

 

 

 

Autore articolo: Giuseppe De Simone

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: M. Cavina, Il Sangue dell’onore – Storia del duello; P. Calà Ulloa, Di Carlo Filangieri nella storia de’ nostri tempi; T. Filangieri Fieschi Ravaschieri, Il generale Carlo Filangieri, principe di Satriano e duca di Taormina

 

 

 

 

Giuseppe De Simone, laureato in Scienze Politiche – indirizzo storico, presso la Sapienza – Università di Roma, con una tesi in Storia Militare su “L’esercito francese e la Guerra d’Algeria”, è libero professionista, collaboratore della pubblica amministrazione.