La Valle del Neto è punteggiata da coltivazioni, frutteti e pittoreschi centri abitativi.

Il Neto fu cantato da Teocrito perchè lungo le sue rive “crescono tutte le erbe migliori, l’egipiro, la conizza, la melissa dal magnifico odore”. Attraversa l’entroterra di Crotone e storimi d’uccelli migratori s’abbeverano alle sue acque. Fu al centro di un podero lavoro di incastellamento bizantino di cui restano numerose testimonianze presenti come ruderi nei comuni di Cerenzia, Roccabernarda e Crucoli o ancora ben in piedi come a Strongoli, Caccuri e Santa Severina.

 

Il Castello di Strongoli

Il Castello di Strongoli sorge sul punto più alto del paese, lì dove un tempo doveva essere l’acropoli della città di Petelia. A pianta quadrilatera con un mastio e quattro torri angolari, di cui tre similari a forma cilindrica ed una scarpata, è circondato da tre parti da precipizi mentre sul quarto lato v’era un tempo un fossato oggi riempito. Ebbe prevalentemente funzione militare e di controllo sulle strade di comunicazione del fondovalle e di difesa dalle incursioni saracene. Domina un tavolo roccioso e si apre su un paesaggio fortemente eroso segnato dal vecchio borgo cittadino.

 

Il Castello di Caccuri

D’origine bizantina, il Castello di Caccuri, esercitò un ruolo centrale nel periodo tardoantico nell’ambito di quel più ampio sistema difensivo voluto dai Bizantini a guardia della Valle del Neto contro invasioni longobarde. L’imperversare delle scorribande saracene ed ottomane impose anche nei secoli successivi continue trasformazioni sino a quando, nel 1399, divenne residenza dei Conti Ruffo di Montalto. Col nuovo secolo passò agli Sforza, fu pure dei Borgia d’Aragona, degli Spinelli, dei Servale, dei Cimino sino al 1651 quando il feudo fu acquistato da Antonio Cavalcanti, Barone di Gazzella. Furono i Cavalcanti a volere i portali litici dell’ingresso, gli affreschi su legno che adornano i soffitti delle stanze, la Cappella palatina. La trasformazione in residenza si completò nell’Ottocento quando il Castello di Caccuri finì al barone crotonese Barracco.

 

Il Castello di Santa Severina

Erchemperto di Benevento già attestava l’esistenza di un “oppidum beatae Severinae”, tuttavia, dopo quasi due secoli di dominio bizantino, il Castello di Santa Severina fu ampliato dai Normanni di Roberto il Guiscardo acquisendo l’imponenza odierna: posto a difesa della Valle del Neto il Castello di Santa Severina si estende per diecimila metri quadrati. Nel 1496 Federico d’Aragona concesse in feudo Santa Severina ai Carafa che rafforzarono la cinta muraria e realizzarono ex novo la Porta della Piazza e la Porta della Grecia. Numerosi altri interventi sotto i Carafa ne segnarono l’aspetto così oggi la struttura appare composta da un mastio quadrato, da quattro torri cilindriche e quattro bastioni sporgenti in corrispondenza delle torri. L’ultimo feudatario di Santa Severina fu Gennaro Grutther che, all’abolizione della feudalità nel 1806, conservò solo il titolo di Principe mentre il castello passò sotto la giurisdizione ecclesiastica. All’interno serba dei grandi saloni decorati a stucchi e affreschi barocchi.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete