Cause del fallimento della Cassa per il Mezzogiorno

Cause del fallimento della Cassa per il Mezzogiorno

Siderurgia e petrolchimica cause del fallimento della Cassa per il Mezzogiorno?

A quanto pare sì. Il giornalista Giovanni Russo fu autore negli anni Settanta del Novecento di una serie di analisi sul Corriere della Sera molto severe dettagliate sulla condizione economica del Mezzogiorno. Ne proponiamo uno stralcio.

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…Molte illusioni sullo sviluppo del Sud, nutrite in buona o cattiva fede, dalla classe politica e dagli economisti sono cadute. Per anni si era vissuti nella convinzione che il progresso industriale nel Nord, il cosiddetto miracolo economico, avrebbe risolto anche i problemi meridionali, con l’aiuto degli interventi speciali dello Stato. Invece, dalla fine degli anni ’60 in poi è venuta clamorosamente alla luce una realtà ben diversa. E’ emersa la “rabbia” nelle proteste popolari; si è avuta la ribellione di Reggio Calabria che ha rasentato la guerra civile; i risultati elettorali hanno privilegiato l’estrema destra e segni recenti della drammatica situazione meridionale, sono stati la rivolta per il pane a Napoli e l’esplodere della epidemia di colera.

…Il crollo di tante illusioni sullo svilippo del Sud è stato un’amara rivelazione per l’opinione pubblica che, da oltre 20 anni, sente parlare di politica meridionalistica e sa che esiste una Cassa per il Mezzogiorno, fiancheggiata da un Ministero apposito e da numerosi Enti (IASM, ISVEIMER, IRFIS, CIS, FINAM, INSUD) creati per risolvere i problemi meridionali. In 23 anni, secondo dati forniti dal Ministero per il Mezzogiorno, lo Stato ha investito nel Sud oltre 22 mila miliardi di lire, di cui 16 mila attraverso la Cassa per il Mezzogiorno e gli enti ad essa connessi…

…L’ideologia della Cassa era di mettere il Sud in condizioni di decollare. La legge del 29 luglio del 1957 doveva partire da questi presupposti, che allora si erano solo molto parzialmente realizzati, per puntare sull’industrializzazione. Era il momento in cui si pensava che, in Italia, si poteva raggiungere la piena occupazione e che quindi avremmo avuto addirittura penuria di mano d’opera. Con questa legge si creavano le aree e i nuclei industriali, si stabilivano contributi a fondo perduto, si riservava al Sud il 60 per cento dei capitali e il 40 per cento degli investimenti delle industrie statali. Si faceva anche obbligo all’amministrazione pubblica di fare nel Sud il 4 per cento degli acquisti…

In realtà sia il Governo sia la classe politica meridionale hanno lasciato passare sotto la versione della industrializzazione del Mezzogiorno iniziative che servivano solo ad ampliare alcuni settori industriali di interesse nazionale, chimica, siderurgia, petrolchimica, ma che invece di sviluppare il Sud, nelle circostanze e nelle condizioni in cui sono state attuate, ne depredavano le risorse e ne diminuivano in realtà le possibilità produttive. Secondo uno studio di Goffredo Zappa la conseguenza è stata che l’occupazione dal 1951 al 1961 è cresciuta nel Sud appena del 10,7 per cento e per l’89,3 per cento al Centro Nord e dal ’61 al ’71 solo del 21 per cento nel Mezzogiorno  e del 79 per cento nel resto del Paese. Per cui mentre nel 1951 l’occupazione industriale era nel Mezzogiorno del 20,19 per cento rispetto a quella di tutta Italia, dopo l’investimento-industria era scesa del 18,21 per cento nel ’71.

Questi fatti dimostrano come il meccanismo degli incentivi alle industrie non ha funzionato a favore del Sud…

…La causa principale consiste nel meccanismo con cui questi finanziamenti erano concessi. Fino al 1957 si erogavano agevolazioni creditizie dirette alla piccola e media industria. Si sarebbe dovuto aspettare quali risultati questa politica avrebbe avuto, anche in rapporto agli interventi della Cassa del Mezzogiorno per le infrastrutture e la riforma agraria… Ma già dal 1959 questi criteri cominciavano ad essere demoliti… La strada era aperta alla grande industria pubblica e privata che avva messo gli occhi sui fondi per il Mezzogiorno ma in cambio non era disposta a dare praticamente nulla.

…Ogni rapporto fra il capitale e la mano d’opera occupata cessa di avere rilievo per cui si trascura proprio l’unica risorsa abbondante nel Sud, il lavoro, privilegiando soltanto il capitale. I settori a cui si danno i finanziamenti e i contributi sono quelli in cui il numero della mano d’opera è il più basso rispetto all’investimento di capitale, quelli chimico, petrolchimico e siderurgico, mentre vengono molto meno agevolate le industrie meccaniche o alimentari che avrebbero potuto collegarsi all’agricoltura, l’avvitià principale del Sud. E’ negli anni che vanno dal 1965 al 1968 che avviene il grosso del rastrellamento dei fondi speciali del Mezzogiorno da parte delle grandi imprese pubbliche e private dei settori, come si è visto, meno capaci di creare occupazione.

…La realtà è che per creare i grandi impianti di base nel settore della siderurgia, della raffinazione del petrolio e della petrolchimica occorrevano finanziamenti e che questi si potevano trovare solo localizzandoli nel Sud. E si è ricorso a tutti gli accorgimenti, per non usare altre espressioni, per spremere quanto più danaro pubblico fosse possibile dalla Cassa.

…Le grandi imprese petrolchimiche o siderurgiche hanno drenato non solo i soldi destinati allo sviluppo industriale del Sud ma anche quelli necessari per le infrastrutture gigantesche di cui avevano bisogno e che in altre parti d’Italia, come è accaduto per il porto di Cornegliano ad esempio, avrebbero dovuto costituirsi a loro spese.

C’è chi obbietta che le uniche industrie disposte ad “andare” nel Sud erano queste perchè non avevano bisogno di economie sterne, essendo autosufficienti… Ma è facile replicare che se era interesse nazionale far sorgere queste grosse industrie di base era una ragione di più perchè esse fossero stabilite nel Mezzogiorno ma non dovessero nascere a spese dei fondi per lo sviluppo del Sud. Con questi investimenti “geografici”, avulsi dalla realtà sociale e metropolitana, si è ottenuto di non avere nessuna vera crescita industriale e di non creare neppure posti di lavoro per le città del Sud che Campagna definisce “la frontiera più debole e più vulnerabile della politica meridionalistica”. Purtroppo questo saccheggio a spese del Mezzogiorno, questo colossale spreco, è potuto avvenire anche perchè dietro la distribuzione degli incentivi c’era il problema dei finanziamenti ai partiti…

“In questo modo – come osserva ancora Petriccione – mentre nel Sud si favoriva l’insediamento di industrie ad alta intensità di capitale, le industrie ad alta intensità di lavoro si sviluppavano nel Nord. Questa poltica cioè è stata fra le cause più importanti dell’emigrazione di massa”….

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