Dopo la morte di Papa Niccolò IV, avvenuta il 4 aprile del 1292, si resero necessari ben ventisette mesi di dispute e litigi, inframezzati da una pestilenza e del pesante intervento del Re di Napoli, Carlo II d’Angiò, per indurre finalmente il Sacro Collegio, allora formato da soli undici cardinali, ad eleggere il nuovo pontefice: il futuro Celestino V.

Decisivo per convincere anche i più recalcitranti, riuniti in conclave a Perugia, fu il racconto di una visione apocalittica avuta in sogno dal Cardinal Malabranca, in cui lo Spirito Santo annunciava ad un pio eremita che il giudizio universale si sarebbe abbattuto sul mondo intero, qualora entro quattro mesi i cardinali non si fossero decisi ad eleggere il nuovo Papa. Con la sua consueta ironia, il Cardinal Caetani gli chiese se per caso l’eremita di quella visione non rispondesse al nome di Pietro, “che la voce popolare chiama da Morrone”, un vecchio in odore di santità e con la fama di taumaturgo. All’udire quella domanda, solo apparentemente ingenua, il nome del monaco aquilano Pietro Angeleri, detto appunto “da Morrone”, non fu più lasciato cadere ed anzi tutti iniziarono a tesserne le lodi, ricordando quanto fosse pio, devoto, umile ed in tutto degno di rivestire la dignità pontificia, e questo nonostante avesse già passato gli ottant’anni, età che per quei tempi non era certo alla portata di tutti. Fu così che, uno dopo l’altro, nella giornata del 5 luglio del 1294, i Cardinali elessero all’unanimità proprio quell’umile eremita, che seppe di essere diventato Papa soltanto dopo un mese circa, quando cioè alcuni messi riuscirono finalmente a raggiungerlo, perso com’era nel suo rifugio sui monti d’Abruzzo dove trascorreva le giornate in totale solitudine e continua preghiera.

Dopo un lungo raccoglimento, Pietro si risolse ad accettare il pesante fardello che gli veniva proposto, non volendo far torto a Dio che a quel compito l’aveva chiamato, e dichiarò che si sarebbe chiamato Celestino V.

Una delle sue prime decisioni fu quella di trasferirsi a Napoli, insieme a tutta la curia, presso il suo protettore Carlo II d’Angiò, che lo sistemò in quello che allora era davvero il “Castelnuovo”, troppo sfarzoso però per il povero Celestino, che chiese gli fosse costruita una piccola cella in legno dove ritirarsi in meditazione. Così, il ben più navigato Cardinale Stefaneschi osservò: “Fa come il fagiano, che nasconde la testa fra le piume per sfuggire ai cacciatori, ma così facendo cade più facilmente nelle loro mani”, intendendo ovviamente per cacciatori tutta la schiera di prelati ed addetti curiali che gli si affannavano attorno.

Catapultato dall’eremo in cui aveva sempre vissuto alla Babele costituita dalla Corte Pontificia (per giunta trasferita in quella grande città che era Napoli), subissato da una miriade di postulanti alla ricerca di prebende, privilegi e grazie di ogni genere, il povero Pietro-Celestino ben presto non seppe più come venirne fuori e rimpianse l’antica quiete. Si rese anche conto che lui, uomo di cultura modesta, nei Concistori non sapeva tenere dotti discorsi in latino, dovendo piuttosto ricorrere alla lingua volgare. Iniziò a combinare anche qualche pasticcio, concedendo più volte a persone diverse gli stessi benefici, oppure firmando pergamene in bianco, che poi ognuno compilava come meglio credeva.

Così, già all’inizio dell’Avvento di quello stesso anno cominciò a riflettere seriamente “sul peso che portava sulle spalle” ed a come sgravarsene “senza pericolo per l’anima sua”. Si consultò in primis con l’ “amico” Cardinal Caetani, uomo ben più navigato di lui in certi frangenti e grande esperto di diritto, chiedendogli se “ci è permesso di scendere da quel trono a cui rende onore tutto il mondo”. La risposta fu prudente, nel senso che la cosa si poteva fare se esistevano validi motivi, con l’aggiunta della lista dei Papi che, in tempi antichi, avevano preso quella medesima decisione. Sentiti altri pareri e quando ormai le voci iniziavano a diffondersi, Celestino ruppe gli indugi ed il 13 dicembre, festività di Santa Lucia, convocò i Cardinali nella sala grande di Castelnuovo per leggere una solenne allocuzione in cui affermava che: “Io, Celestino papa, considerandomi incapace di questa carica a causa della mia ignoranza, vecchiaia e debolezza, dichiaro di voler abbandonare questo mio incarico”.

Subito dopo, con un’azzeccata messa in scena, si tolse la tiara e le insegne pontificali e si ritirò nella sua celletta, dopo aver invitato i Cardinali ad eleggere presto un suo successore, nella qual cosa fu esaudito prontamente perché a distanza di undici giorni appena l’ “amico” Cardinal Caetani saliva sul soglio pontificio col nome di Bonifacio VIII, per iniziare un pontificato tanto contrastato e discusso, quanto ricco di momenti drammatici.

Una delle prime decisioni del nuovo pontefice fu quella di porre il suo predecessore sotto stretta sorveglianza, nel timore che alcuni prelati potessero sceglierlo come antipapa. Fu così che quel povero vegliardo finì incarcerato nella rocca di Fumone, dove si spense un paio d’anni dopo per la durezza di quella detenzione conseguente al suo “gran rifiuto”.

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore