La fonte principale per scoprire l’alimentazione nella Magna Grecia è un’opera di Ateneo intitolata i Deipnosofisti, cioè “I sapienti in gastronomia”, in cui si danno notizie di un testo più antico, il “Gastronomia“, di Archestrato di Gela. Queste fonti evidenziano la differenza tra la frugalità del pasto greco e l’abbondanza invece di quello della Magna Grecia.

Scrisse in merito Teopompo: “La città di Taranto offre sacrifici di buoi ed imbandisce banchetti pubblici almeno una volta al mese; e nel resto del tempo la gente di Taranto si dà un gran daffare per organizzare feste per proprio conto. Infatti i Tarantini hanno un detto secondo il quale mentre tutto il resto del mondo è occupatissimo a lavorare e si ammazza di fatica al solo scopo di prepararsi una vita di piaceri, loro si guardano bene dal rimandare al futuro questa dolce vita, e con le loro feste se la godono subito”.

Le scienze culinarie appaiono molto più avanzate sulle sponde italiche dove i cuochi gareggiavano tra loro ed esperti analizzavano la digeriblità dei cibi ed i loro effetti afrodisiaci. Si ha memoria di un lungo elenco di cuochi da Eraclide di Siracusa a Glauco di Locri, da Dimbrone siculo al dietologo Acrone di Agrigento, dal siceliota Lamprias ad Erasistrete ed Egesippo di Taranto, fino ad Archita di Taranto.

Come in Grecia si riproduceva anche in Magna Grecia la separazione tra le attività connesse con il cibo cioè il banchetto e quelle connesse alle bevande, il simposio. Così, durante il pasto non si beveva vino.

Il piatto con cui si iniziava era il maza, un impasto di cereali in acqua leggermente salata simile al pane, affiancato di solito da insalate, fichi e mandorle. Raramente si faceva uso di carni, mentre largamente diffuso era il consumo di pesce salato che anzi era la base principale dell’alimentazione. Apprezzatissime erano le anguille ed i molluschi, mentre Claudio Aeliano decantava i tonni di Taranto e di Hipponion, l’odierna Vibo Valentia.

I pesci venivano di solito mangiati crudi, raramente grigliati o stufati, era pure in uso l’avvolgere il pesce in foglie di fico e poi passarli alla brace. L’unica ricetta esistente del cuoco siciliano Miteco Siculo dice della cepola “sventrare, scartare la testa, risciacquare il filetto, aggiungere il formaggio e l’olio d’oliva”.

Erano i ricchi a mangiare piatti più elaborati e con più carne, di solito di agnello, capretto, maiale ma anche di bue.

Era diffusa la pratica di mangiare sdraiati secondo un’usanza mutuata probabilmente dal mondo fenicio; non si usavano né tovaglie, né tovaglioli e nemmeno posate, e le bevande comuni erano l’acqua ed il latte di capra.

Dopo il pranzo, se c’erano ospiti, si continuava con focacce e frutta principiando i simposi con conversazioni e vini mescolati, spesso, ad acaqua calda o fredda a seconda delle stagioni, ed anche con droghe. Il bere vino puro era ritenuto da barbari ed a Locri le leggi di Zaleuco prevedevano addirittura la pena di morte per chi avesse bevuto vino puro senza prescrizione medica.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
In copertina, scena di simposio dalla Tomba del Tuffatore (Museo Archeologico Nazionale di Paestum), fonte foto: dalla rete