Quando il maresciallo francese Louis Alexandre Berthier fece prelevare con la forza papa Pio VI e lo espulse da Roma, era il 20 febbraio del 1798, e l’Europa intera assisteva incredula e incapace di agire.


Alcuni giorni dopo, il regime repubblicano fu instaurato anche nei territori pontifici e la sovranità temporale del papa fu soppressa.

Giovanni Angelo Braschi era estato eletto al soglio pontificio con fama d’uomo pio e fermo nelle concezioni di una chiesa teocratica. Di buona statura e portamento maestoso, secondo le cronache dell’epoca, il nuovo papa, cinquantottenne, apparteneva a un’antica famiglia nobile, originaria di Cesena. Fu papa mecenate e nepotista. Accrebbe la raccolta d’arte del Museo Pio-Clementino dei sarcofagi di Elena e di Santa Costanza, commissionò ad Antonio Canova il suo monumento funebre, progettò numerose opere architettoniche ed urbanistiche che riguardarono Piazza del Quirinale e Piazza di Spagna; demolito il vecchio Palazzo Orsini, in Piazza Navona, donò a suo nipote Luigi Braschi Onesti il nuovo Palazzo Braschi, per il matrimonio che questi aveva contratto con la ricchissima Costanza Falconieri. Ma al pontefice sono da attribuirsi anche la bonifica delle paludi pontine e l’aver voluto tenere aperto il ghetto ebraico anche di notte.

La sua condanna dell’illuminismo fu netta. Dalla sua prima enciclica, datata giorno di Natale del 1775, Pio VI denunciò che “ripetere fino alla nausea che l’uomo è nato libero e non deve essere sottoposto al dominio di altri, ha finito per indebolire i legami che legano l’uno con l’altro”. Le nuove idee però serpeggiarono in tutte le corti europee e trovarono linfa nell’anticurialismo. Tutto ciò si tradusse in uno scontro aperto col Regno di Napoli intorno alla questione della Chinea e col giuseppinismo. L’imperatore austriaco Giuseppe II, infatti, sottopose la pubblicazione di tutte le bolle papali al placet imperiale, soppresse numerosi monasteri, istituì l’istruzione pubblica anche per i chierici, proibì che i conventi tenessero superiori stranieri, arrivò persino a determinare il numero di messe e di candele che sarebbero state accese in certi giorni. Problemi si aprirono anche con la Russia: quando Caterina II decretò la riorganizzazione delle diocesi cattoliche, il pontefice considerò nulli tali atti rivendicando, come nel caso austriaco, i diritti della Santa Sede per quanto riguarda le nunziature e le prerogative papali in materia di nomina dei vescovi.

Lo scoppio della Rivoluzione Francese, forse, non colse impreparato il pontefice. L’Assemblea costituente aveva già decretato la soppressione delle decime e la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, quando i sovrani furono ghigliottinati. Seguirono misure ancora più drastiche come la soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose, ma di maggiore importanza fu la decisione del 2 luglio 1790, che approvò la costituzione civile del clero come la pietra angolare dell’istituzione di una nuova chiesa che avrebbe sostituito quella cattolica. Questa riorganizzazione consisteva nel ridisegnare le diocesi che dovevano coincidere con i limiti dei dipartimenti territoriali, il che significava la soppressione di 53 diocesi e quattromila parrocchie. Inoltre fu stabilito che vescovi e parroci dovessero essere eletti da un’assemblea cittadina. Nell’agosto del 1792 i sacerdoti che rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà furono condannati con la deportazione. Nel settembre dello stesso anno furono uccisi oltre 300 preti, più di 30.000 furono invece costretti alla fuga. Un anno dopo, molti furono costretti ad abiurare al loro sacerdozio. Rotti i rapporti con la Francia, dopo l’annessione dei territori pontifici della di Avignone, il pontefice si volse a sostenere l’alleanza tra monarchie europee per la lotta contro la Francia rivoluzionaria. E dopo gli anni del Terrore entrava in sena l’astro di Bonaparte.

Inespertamente questi volle firmare un accordo con la Santa Sede, l’armistizio di Bologna del 23 giugno 1796. Sorpreso e soddisfatto il pontefice persuase i cattolici francesi ad accettare il regime repubblicano col Breve “Pastoralis Sollicitudo”, ma tutto cambiò quando il Direttorio impose al pontefice di riconoscere la chiesa costituzionale francese.

Il 28 dicembre 1797, in uno scontro tra giacobini romani e soldati pontifici, venne ucciso il generale francese Mathurin-Léonard Duphot, ospite a Roma di Giuseppe Bonaparte, ambasciatore francese. Il fatto fornì ai francesi il casus belli per l’invasione dello Stato pontificio: il 10 febbraio 1798 le truppe di Napoleone, guidate dal generale Louis-Alexandre Berthier, invasero Roma, saccheggiarono i tesori del Vaticano ed imprigionarono il pontefice conducendolo in esilio a Siena, in Toscana, dove restò per un anno.

Intanto a Roma, quando si diffuse la notizia che il papa era stato deportato in esilio, scoppiò una rivolta che portò all’arresto di quasi tutti i cardinali e i prelati che erano rimasti in città. Tra essi i cardinali Antonelli, Doria, Borgia, Roverella, della Somaglia e Carandini e il Governatore di Roma, monsignor Crivelli. Tutti i predetti rifiutarono di prestare giuramento alla repubblica, furono imprigionati nel monastero delle Convertite al Corso, poi trasferiti a Civitavecchia e, di qui, costretti ad imbarcarsi per la Toscana.

Quando Ferdinando III, Granduca di Toscana, protestò per quanto stava accadendo, il pontefice fu trasferito altrove. Aveva ottantuno anni e non riusciva a camminare. Si decise di portarlo a Bologna, credendola città anticlericale, ma il suo popolo acclamò Pio VI. Fu allora decretata la sua carcerazione in Francia. Sostò a Parma, poi a Torino, infine, valicate le Alpi, raggiunse Valence.

Avrebbe dovuto essere condotto a Digione, nella Francia centrale, ma, ammalatosi gravemente, gli fu impartita l’estrema unzione e la morte lo portò via il 29 agosto del 1799. Il 29 gennaio 1800 Pio VI fu sepolto, come un comune cittadino, nel cimitero civico. Sulla cassa fu scritto: “Cittadino Giannangelo Braschi – in arte Papa”.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: S. Totti, Il martirio di un papa