Il 12 giugno del 1519, vide la luce Cosimo I de’ Medici, primo a potersi fregiare del titolo di “Magnus Dux Etruriae”.

Il bel ritratto che ne fece il Bronzino, probabilmente nel 1543, ce lo mostra giovane, in tutta la sua virile prestanza, armato d’armi bianche e con una mano sopra l’elmo, intento a guardare lontano come se già figurasse quel che gli avrebbe riservato il futuro. Fa il pari col ritratto di sua moglie, l’affascinante Duchessa Eleonora di Toledo, raffigurata sempre dal Bronzino in una posa ieratica, come un’antica dea, con indosso un abito di eleganza suprema e gioielli di grande prestigio, e con la mano destra appoggiata sulla spalla del quartogenito e secondo figlio maschio, Giovanni, destinato fin dalla culla alla carriera ecclesiastica. Questi due famosi dipinti possono forse raffigurare da soli chi e cosa veramente fossero i Signori del XVI secolo, un’epoca in cui stile, classe ed eleganza concorrevano a rendere le persone ed i luoghi da esse frequentati unici nel loro genere.

Certamente, il percorso personale di Cosimo per arrivare a tanto non fu una passeggiata. Era infatti figlio del più noto condottiero del suo tempo, quel Giovanni delle Bande Nere morto per i postumi di una brutta ferita, causatagli da un colpo di falconetto sparato dalle milizie lanzichenecche durante la loro marcia su Roma, sul finire del 1526. Sua madre, Maria Salviati, fu donna piissima e di nobili natali, anche se, dopo la prematura morte del marito, costantemente “a bolletta”. Con la restaurazione medicea del 1530 e la nomina a Duca di Firenze di Alessandro, nipote di Papa Clemente VII, il giovanissimo Cosimo fu indicato dalla bolla d’investitura imperiale fra i possibili successori del cugino, seppure in quarta posizione. Tuttavia, il proditorio assassinio di quest’ultimo (pugnalato a morte nella notte dell’Epifania del 1537 dal cugino Lorenzino) rimescolò le carte in favore di Cosimo, subito designato Duca dal Senato cittadino, in attesa però di una convalida da parte dell’Imperatore Carlo V, che acconsentì solo dopo essersi assicurato della sua fedeltà. Fresco di nomina, Cosimo cercò una sposa di rango in campo spagnolo, che fosse possibilmente “bella, ricca et giovine” e la sua scelta cadde senza troppi tentennamenti sulla già citata Eleonora da Toledo, figlia del Viceré di Napoli, che rispondeva perfettamente a tali requisiti. Si trattò invero di un’unione felice, che vide come corollario la nascita di ben otto figli, e questo anche a dispetto delle scappatelle extraconiugali del marito. Purtroppo però, col tempo, anche la famiglia ducale conobbe dei lutti, specie nel fatidico 1562 quando, nel giro di poche settimane, morirono di malaria i figli Giovanni e Garzia, seguiti nella tomba dalla stessa Eleonora, poi indegnamente sostituita dal Duca con la giovane Camilla Martelli, molto malvista dalle Corti europee e dalla stessa famiglia di Cosimo perché priva di “sangue blu”.

In campo politico, Cosimo non tardò ad accentrare su di sé tutto il potere, alternando l’uso dell’astuzia a quello della forza, e riuscendo così a togliersi dai piedi, con le buone o le cattive, tutti gli oppositori interni e a sventare pericolose congiure, grazie anche al frequente ricorso ad un giro di spie. Col denaro invece, e più precisamente con ingenti prestiti al sempre indebitato Imperatore Carlo V, Cosimo poté acquistare la propria completa indipendenza, coronata col ritiro dal suo Stato dell’ultimo contingente spagnolo, che gli consentì finalmente di esclamare: “Noi siamo Principe che per necessità o obbligo non riconosce nessuno, fuorché Iddio”. Quanto però ai suoi Vicari terreni, dopo i rapporti tempestosi con Papa Paolo III, decisamente più tranquille furono le relazioni con Pio IV, un Medici pure lui (seppure del ramo di Marignano) ed amichevoli lo sarebbero state anche con Pio V, dal quale Cosimo ottenne la tanto agognata corona granducale, purtroppo barattata con la consegna all’Inquisizione romana del noto umanista Pietro Carnesecchi, una sorta di eccentrico “dandy” fiorentino da anni in odore d’eresia, giudicato poi colpevole e mandato al rogo, seppure con la concessione di essere prima decapitato.

Mecenate come tutti i Medici, Cosimo favorì lo sviluppo delle arti e della cultura, e trasformò Firenze in una “gabbia dorata” per i suoi cittadini, chiamati a vivere in una specie di paradiso in terra, a condizione però di non mancare di fedeltà nei confronti del loro Principe. Con lui si realizzarono importanti opere pubbliche, in primis la costruzione del porto di Livorno, la bonifica delle paludi maremmane, l’erezione un po’ dovunque di imponenti fortificazioni e meravigliosi palazzi ad uso pubblico e privato. Suo fu, fra l’altro, l’ingrandimento di Palazzo Pitti con gli annessi giardini, che diventò la degna reggia di tanto Granduca. Cosimo I fu dunque un personaggio straordinario che, brillando per luce propria, permise al suo Stato di toccare il proprio apogeo in termini di estensione territoriale e prestigio internazionale, col merito non scontato per l’epoca di tenerlo al riparo dalle ingerenze straniere.

 

 

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: M. Vannucci, I Medici, una famiglia al potere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore