Nel 1989 il giornalista e scrittore francese Amin Maalouf, di fede islamica, pubblicò un saggio intitolato “Le Crociate viste dagli Arabi”. In tale lavoro l’autore cerca di esprimere in maniera chiara ed esplicita un’unica tesi. Per comprendere tale tesi farò esplicito riferimento alla quarta di copertina dell’opera, che vi riporto nella sua parte più descrittiva: “Luglio 1096: fa molto caldo sotto le mura di Nicea. All’ombra dei fichi, nei giardini fioriti, circolano notizie inquietanti: una truppa formata da cavalieri, fanti, ma anche donne e bambini, marcia su Costantinopoli. Si dice che portino, cucite sulla spalla, delle croci in tessuto e che vengano a sterminare i musulmani fin dentro Gerusalemme. Resteranno due secoli in Terra Santa, saccheggiando e massacrando in nome del loro dio. Un’incursione barbara compiuta dall’Occidente contro il cuore del mondo musulmano segna l’inizio di un lungo periodo di decadenza e oscurantismo, e l’eco della violenza di quell’attacco si fa sentire ancora oggi. (…)” . L’opera di Maalouf va dunque a sostenere opinioni assai diffuse tra i non accademici occidentali: tutti abbiamo sentito parlare di crociate mosse dai cristiani d’occidente per crudeltà, per soddisfare mire espansionistiche e per la volontà di imporre il proprio credo. Vogliamo fare un “atto di fede” e prendere per buone queste ipotesi sulla base del mero fatto che sono largamente condivise, oppure vogliamo cercare di valutarne la consistenza attraverso l’analisi degli effettivi risvolti storici? Questo breve articolo mira giusto a cogliere certe incongruenze nel nostro modo di vedere le crociate.

 

Le crociate furono mosse da desiderio di espansione?

 La sintesi delle crociate secondo alcuni sarebbe così descritta: svegliandosi un giorno, papa Urbano II avrebbe urlato “Deus vult!”, e a questo grido tutti i cristiani d’Europa sarebbero accorsi in oriente a fare guerra all’Islam. La storia che stiamo narrando viene spesso fatta incominciare da questo punto, trascurando del tutto ciò che è avvenuto prima. Eppure ci è sempre stato insegnato a studiare la Storia considerando le cause e non solo le conseguenze: se si vogliono comprendere le grandi guerre contro l’Islam in un’ottica che sia anche sociale e politica e non solo meramente fattuale, si deve evitare di scindere le crociate dagli eventi che le precedono.

Chi dice che le crociate sono state fenomeni di bieco espansionismo si ponga la seguente domanda: perché nessun papa tentò l’impresa in Terrasanta nei secoli precedenti al 1095? Perché non, ad esempio in epoca carolingia, quando gran parte d’Europa obbediva ad un unico sovrano di fede cristiana? Le guerre di Carlo Magno si concentrarono contro popolazioni ostili al cristianesimo e spesso dedite a saccheggi in territorio franco, come i sassoni e i danesi, oppure contro altri cristiani, come nel caso della guerra contro il re longobardo Desiderio. In diversi secoli di Storia non abbiamo però seri esempi di “imperialismo cristiano”.

La leggenda che vede le crociate contro l’Islam un atto di aggressione verso quest’ultimo attinge dal mito di una tolleranza islamica che ha certamente un fondo di verità: il mondo islamico, in buona parte, inglobava comunità cristiane ed ebraiche, che erano sostanzialmente tollerate. Ciò però non basta a definire tale mondo “pacifico”: Maometto nel 600 d.C. conquistò la penisola arabica con la spada, e dopo la morte del profeta le armate musulmane portarono la guerra in tutto il mondo allora conosciuto. Massicce conquiste islamiche furono compiute in territorio cristiano: il nord Africa, la penisola iberica e parte del sud Italia furono assoggettati.

Nonostante tutto, nemmeno a questo punto la Chiesa e i regni europei premettero per formare una coalizione anti-islamica.

Da considerare anche un altro fattore di rilievo: gli arabi insediati in Terrasanta, per motivazioni prevalentemente economiche, concedevano ai pellegrini cristiani di recarsi in visita a Gerusalemme.

Ad un certo punto la situazione mutò in una maniera talmente grave da convincere i regni cristiani, spesso in conflitto tra loro, ad unirsi sotto un unico stendardo. La causa di tale mutamento fu l’affacciarsi sul panorama politico e militare d’Oriente di una popolazione da poco convertita all’Islam: i turchi selgiucidi. Costoro si impadronirono con la forza di una parte dei territori arabi in Asia, tra cui anche la Terrasanta. Inoltre, la visione religiosa del nuovo popolo non prevedeva alcuna tolleranza per i culti estranei all’Islam: si iniziò a perseguitare i pellegrini, uccidendoli o vendendoli come schiavi. Come se non bastasse, le armate turche aggredirono i territori bizantini, spingendosi quasi fin sotto le mura di Costantinopoli. L’Imperatore Alessio Comneno chiese l’aiuto di papa Urbano II. Quest’ultimo sapeva che se la capitale dell’Impero d’Oriente fosse capitolata, i turchi sarebbero entrati in Europa: nel novembre 1095 a Clermont tenne dunque un solenne discorso in cui esortava tutti i cristiani d’Europa ad abbandonare le guerre fratricide, e a rivolgere le armi verso il comune nemico ad Oriente. Da qui ebbe impulso quella spedizione oggi nota come Prima Crociata.

 

Fu la sete di bottino a scatenare le crociate?

Sebbene il messaggio lanciato dal pontefice facesse leva sul forte senso religioso della gente dell’epoca, non si può cogliere nella sua semplicità l’obiettivo strategico che la riconquista della Città Santa si prefiggeva: la Terrasanta si trovava proprio nel mezzo dei territori islamici, e una sua conquista avrebbe significato spezzarne in due il dominio.

Nel precedente paragrafo abbiamo visto vacillare sensibilmente la tesi di una qualche finalità di lucro per il Papato e per i regni cristiani d’Europa: non vi era quell’interesse economico per fare della Terrasanta terra di conquista. Esploriamo però più a fondo tale tesi introducendo ulteriori domande: cosa significava fare la guerra in Terrasanta? E quali erano le prospettive di un profitto?

Innanzitutto dobbiamo sfatare il mito secondo cui fare la guerra nel medioevo rappresentasse un’opzione facile ed economica: film, serie tv, libri ci hanno illuso che bastasse un fischio del sovrano o del feudatario per sollevare eserciti già armati di tutto punto e pronti alla battaglia, e ciò con un dispendio quasi irrisorio di risorse. Tanto per cominciare si consideri che il ferro nel medioevo aveva un costo altissimo: figuratevi raccogliere migliaia di uomini, dotare ciascuno di essi di un’arma e una corazza, addestrarli al combattimento, senza escludere il fatto di doverli pagare e nutrire. Si aggiunga a ciò il massiccio seguito di carri che trasportavano armi, provviste e altri vettovagliamenti.

La guerra nel medioevo non era affatto una passeggiata come si suole credere, soprattutto se si trattava di guidare una spedizione dall’altra parte del mondo contro una popolazione bellicosa come i turchi: nessuna garanzia di vittoria dunque per le armate crociate.

Qual era la contropartita? Una terra arida e priva di risorse significative. Si noti sul punto che quando pochi anni prima Urbano II suggerì ai nobili cristiani la guerra contro gli arabi di Spagna che minacciavano le poche terre ancora cristiane, praticamente nessuno accolse l’invito: eppure la penisola iberica rappresentava un boccone ben più appetibile, anche considerato che era più a portata di mano.

Come se ciò non bastasse, la prima crociata iniziò praticamente senza sbocchi sul mare per i crociati, i quali dovettero fare tutto il viaggio a piedi dall’Europa fino ai territori bizantini, e da lì proseguire verso sud in pieno territorio nemico.

Possiamo fare una considerazione anche sull’entità delle conquiste: i crociati, con enormi sforzi e sacrifici di vite umane si impadronirono di una porzione ben misera del territorio appartenuto all’ormai defunto regno d’Israele. Se paragonate alle conquiste e alle incursioni islamiche, le imprese belliche dei crociati ci appaiono irrisorie.

Non era nemmeno possibile utilizzare il nuovo territorio come base per spedizioni commerciali nell’estremo Oriente in quanto, per tutta la loro breve durata, i regni d’Oltremare furono costantemente circondati e minacciati da potentati islamici.

Da ultimo si può considerare che la conquista crociata abbia permesso un fiorente sviluppo dei commerci in Terrasanta, ma non si può trascurare il fatto che i territori sottratti alla dominazione islamica necessitavano costantemente di risorse e di uomini da Occidente. Si può forse definire “colonia” un territorio che richiede più risorse economiche di quelle che può offrire?

 

Le crociate furono un tentativo di convertire con la forza il mondo islamico?

Prima di ogni altra cosa va chiarito il fatto che il concetto di “guerra santa” prima delle crociate fu del tutto estraneo alla religiosità cristiana: ancora nel Basso Medioevo, uccidere un uomo in guerra, persino un infedele, costituiva un peccato grave, che poteva essere espiato solo con pesanti penitenze. Il concetto di guerra santa, potremmo dire, nacque proprio per un fraintendimento su questo punto: papa Urbano II concesse la remissione dei peccati per coloro che decidevano di partire per il “pellegrinaggio armato” (così era chiamata al tempo la crociata). Tale remissione non costituiva però la ricompensa, il premio per il fatto di recarsi ad uccidere gli infedeli, bensì era la concessione che la Chiesa faceva proprio per prevenire il soldato dalle conseguenze eterne di quel peccato. A livello popolare si fece però largo la convinzione che la remissione plenaria costituisse quella “via per il paradiso” accessibile uccidendo o venendo ucciso mentre si combatteva in nome di Cristo. Ciò non implicò affatto un massacro sistematico degli infedeli: dopo la conquista di Gerusalemme nel 1099 si costituirono i cosiddetti Stati crociati, o Regni Cristiani d’Oltremare, e la stragrande maggioranza della popolazione di tali reami era composta da individui di fede islamica, i quali mantennero il loro status di uomini liberi e la libertà di professare il proprio culto anche pubblicamente. Si delineò dunque una realtà multietnica e multiculturale, in un clima di pacifica convivenza.

La conversione sotto minaccia delle armi non era affatto pratica ben vista dalle autorità religiose: ricordiamo che il tentativo di Carlo Magno di cristianizzare i sassoni con la forza alcuni secoli prima fu altamente criticata dai prelati della sua stessa corte.

 

La guerra in Terrasanta fu solo costellata di massacri e saccheggi?

Come si poteva già dedurre leggendo il precedente paragrafo, la conquista cristiana nella prima crociata non si compì affatto in un’ottica di sterminio. È dovere considerare che all’epoca non esistevano norme internazionali che introducessero limiti “etici” alla guerra, tuttavia esistevano una serie di consuetudini condivise tanto dai cristiani quanto dai musulmani: in genere quando una città assediata si arrendeva era considerato buon uso risparmiarne la popolazione. Se una città rifiutava la resa la carneficina era considerata legittima, ciò anche per una ragione logica: resistere ad un assedio significava spesso intaccare sensibilmente le energie degli assedianti; perciò la minaccia di un violento saccheggio, o addirittura di una strage poteva servire da deterrente.

Il massacro di Gerusalemme, considerato come uno dei fatti più gravi di cui i cristiani si resero responsabile, non fu né un crimine immotivato né una strage indiscriminata: la guarnigione islamica della città resistette ostinatamente all’assalto, infliggendo pesanti perdite ai crociati. Il numero di vittime secondo recenti rivalutazioni ammonterebbe ad un numero limitato di persone, forse esclusivamente militari: niente a che fare con gli orrori descritti dai cristiani in cerca di vanagloria o dai cronisti musulmani in tempi successivi. Il cronista islamico Ibn al’Arabi, vissuto al tempo sostenne che l’attacco decisivo sferrato dai cristiani avesse fatto appena tremila vittime.

Vi furono sicuramente, come accade spesso in guerra, dei crimini commessi da ogni parte, – si può ricordare ad esempio il saccheggio di Costantinopoli effettuato dai cristiani al termine della IV crociata, oppure la riconquista di Aleppo nel 1148, in cui il condottiero turco Nur ed-Din ordinò l’uccisione di ogni cristiano presente in città – ma non si può assolutamente sostenere che la crociata fosse essa stessa un crimine.

 

 

 

 

Autore articolo: Luca Varinelli

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: T. F. Madden, Le crociate. Una storia nuova; A. Barbero, Benedette guerre: Crociate e Jihad, R. Stark, Gli eserciti di Dio; R. Grousset, La storia delle crociate

 

 

 

Luca Varinelli, laureato in Giurisprudenza, nutre una viva passione per ciò che è letteratura, cinema, storia, leggende, folklore e misteri. Gestisce la pagina facebook Il Varo del Capovaro