Da Caporetto a Vittorio Veneto

Da Caporetto a Vittorio Veneto

Il 24 ottobre del 1917, alle due di notte, l’artiglieria austriaca tuona. E’ l’inizio della tragedia di Caporetto.

Il nemico prima usa i gas contro le postazioni italiane, poi passa all’esplosivo. L’enorme concentramento di mezzi operati sul nostro fronte non ha preoccupato Cadorna che si è addirittura trasferito in una villa nei pressi di Vicenza.

Costantino Muraglia scriverà: “Sulle nostre prime linee si rovesciò una vera tempesta, che in pratica le spiantò. Il frastuono era tale da non potersi distinguerete i colpi in partenza da quelli in arrivo… Dietro questo schermo di colpi il nemico ebbe agio di insinuarsi nelle linee italiane”.

I soldati italiani sono travolti, erano appena usciti dalla tremenda Battaglia della Bainsizza costata 170mile uomini tra morti, feriti e prigionieri in cambio di pochi chilometri di territorio conquistato. Due ore, due sole ore, ma violentissime.

Alle 8 l’armata austriaca sferra l’attacco. Da Plezzo, dopo che il fosgene ha eliminato 600 italiani, due divisioni austriache scendono seguendo il corso dell’Isonzo; l’Alpenkorps attacca Tolmino con quattro compagnie del battaglione di montagna Wurttemberg guidate da Erwin Rommel. Gli italiani sono travolti, si combatte furiosamente ma i grigioverdi non riescono a tenere le posizioni.

La 12^ divisione slesiana, partita da San Daniele del Carso alle 16 è a Caporetto, a sera ha fatto 12.000 prigionieri. I combattimenti continuano, tutte le postazioni italiane cedono.

 I tedeschi conquistano Monte Maggiore ed a mezzogiorno del 26 Rommel occupa il Monte Matajur: il fronte italiano sull’Isonzo è crollato.

Cadorna emana gli ordini per la ritirata generale. Tutto ciò che era stato faticosamente guadagnato in due anni e mezzo di guerra è perso. Sono occupate dai nemici Cividale, Udine, Gradisca, Cadorna accusa i suoi uomini di viltà.

Tutto il territorio a sinistra del Tagliamento, a fine mese, è in mano agli austriaci che presto lo attraversano. Gli italiani si fermano sul Piave.

In undici giorni l’armata di Von Below è avanzata di 120 chilometri e si spinge sino a Vittorio Veneto, a soli 60 chilometri da Venezia. I profughi sono in disperata fuga, Cadorna paga per primo il prezzo di quel grave errore costato tutto il Veneto: è rimosso e sostituito col generale Armando Diaz.

Poi tutto cambia. Proprio quando sull’orlo del collasso sembrava che la capitolazione fosse alle porte, inevitabile, oltraggiosa, sanguinosa, l’esercito di Caporetto si trasforma in quello di Vittorio Veneto. Bastano sette mesi. Lo sforzo produttivo dell’industria nazionale, l’intervento statunitense in soccorso all’Intesa, il sacrificio russo costato una rivoluzione, tutto concorre a definire un incredibile capovolgimento di fronte per l’Italia. L’austriaco fugge, si ritira, scompare, sconfitto e incalzato ripassa il Piave in disordine. Lunedì 4 novembre 1918 l’annuncio fa impazzire la Penisola: Trento e Trieste sono italiane, 300.000 prigionieri fatti, 5.000 cannoni sottratti al nemico, la guerra è vinta, la marina italiana passa ad occupare l’Istria.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto:

Bibliografia: R. Raja, La Grande Guerra giorno per giorno

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