Nell’agosto del 1917 Salonicco bruciò. Trentadue ore di fuoco spazzarono via tutto e cinquantaduemila ebrei restarono senza tetto. La città era considerata la “Gerusalemme dei Balcani”: viveva secondo le regole di vita della comunità ebraica, il porto ed i negozi chiudevano il sabato, c’erano trentatré sinagoghe ed una ventina di scuole ebraiche, la lingua più usata era lo judzemo. Col preciso intento di creare uno stato culturalmente ed etnicamente omogeneo, il governo greco ricostruì la città cancellando il suo vecchio volto cosmopolita ed espropriando la comunità ebraica dei suoi averi.

In conseguenza di ciò, gli ebrei abbandonarono il paese ed alcuni di essi raggiunsero Napoli. Tra questi c’erano Abramo Hasson e sua moglie Rachele Bivash, arrivati all’ombra del Vesuvio dove già viveva Samuele, un fratello della donna. Dopo un po’ presero ad abitare al civico 16 di Via della Lana. A Napoli la coppia ebbe quattro figli e visse serenamente sino al 1938, quando furono emanate le leggi raziali.

L’aria si fece allora pesante. Improvvisamente gli ebrei della città furono emarginati e dileggiati, il clima s’incupì. Nel giro di pochi mesi furono derubati di tutto ciò che avevano. Il governo dichiarò appartenenti a stati nemici gli ebrei stranieri residenti in Italia ed anche gli Hasson, ebrei di passaporto greco, persero quanto s’erano costruiti con grandi sacrifici. I loro bambini si ritrovarono isolati e distinti dai loro coetanei, i più piccoli, Davide e Giacomo divennero alunni della sezione speciale per fanciulli ebrei che il fascismo istituì presso il 36° C.D. “Vanvitelli” di Via Luca Giordano.

Fu pure disposto l’arresto degli ebrei stranieri. Ammanettati, poi spogliati, incarcerati ed infine spostati nei campi di concentramento del Sud Italia, anzitutto quello di Ferramonti di Tarsia, vicino Cosenza. Non c’era più tempo, bisognava lasciare l’Italia. I coniugi Hasson pensarono di trasferirsi negli Usa dove erano finiti a vivere alcuni loro familiari ed allora si diressero a Roma, poi a Trieste. Probabilmente è qui che, nel dicembre del 1940, i figli maggiori, Ugo e Dora, si imbarcarono per l’America. Con Abramo e Rachele restarono invece Davide e Giacomo, rispettivamente di dieci e undici anni. Gli Hasson tornarono a Salonicco dove però trovarono il fascismo e l’ostracismo a cui speravano di essere sfuggiti: Mussolini avviò la disastrosa campagna di Grecia ed in suo soccorso arrivarono i nazisti. La gran parte degli ebrei di Grecia viveva proprio nelle regioni conquistate dai tedeschi, compresa la città di Salonicco.

Lentamente gli ebrei furono costretti ad indossare segni distintivi, poi, a quelli di loro d’età compresa tra i 18 ed i 48 anni venne imposto il lavoro coatto. Nel febbraio del 1943 iniziarono le deportazioni. Gli si disse che avrebbero trovato una nuova casa a Cracovia, in Polonia, ed in tanti corsero a cambiare le loro dracme in zloty. Era un inganno.

Forse gli Hassan avrebbero potuto salvarsi: i consoli Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio, a Villa Olgas, erano impegnati a salvare tanti ebrei distribuendo centinaia di documenti falsi attestanti la loro italianità. Purtroppo non andò così. Gli Hasson, ignari di quanto avveniva negli uffici della sede consolare italiana, salirono su un treno, nella notte del 14 luglio 1943. Dopo sette sette giorni e sette notti di viaggio in condizioni miserevoli, scesero dal loro vagone. Tenendosi per mano e senza capire quanto stava loro per accadere, varcarono il cancello del campo incamminandosi verso i krematorium di Birkenau.

 

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

Bibliografia: N. Pirozzi, Napoli Salonicco Auschwitz – Cronaca di un viaggio senza ritorno