Diomede era figlio di Tideo, il miglior guerriero dell’epoca antica, che aveva alimentato la fama e il mistero intorno alla sua figura, facendo strage anche di persone a lui vicine, come amici e familiari. Il figlio apprese dal padre la grande abilità dell’arte della guerra che gli permise di vendicare il padre e divenire Re di Argo.

Sposatosi avrebbe voluto governare in pace e dedicarsi alle gioie familiari ma ben presto dovette partire per la guerra di Troia.

Diomede ha una parte notevole nella guerra: è un abile stratega, un uomo saggio, di cui si sollecitava e si seguiva il parere egli è l’incarnazione dell’eroe perfetto che unisce una formidabile forza fisica con un’audacia fredda e un’intelligenza acuta.

Omero lo paragona a leone e così descrive la sua azione in battaglia:

“Infuriava sulla pianura, simile a fiume in piena,

tempestoso, che correndo veloce ha rotto gli argini;

non lo trattengono recinti alzate a riparo

né lo arrestano gli steccati delle floride vigne,

se irrompe improvviso, quando la pioggia di Zeus lo gonfia;

sotto di esso molte belle opere di uomini forti rovinano

così sotto il Tidide si disperdevano le fitte schiere

dei Troiani, e non gli resistevano, pur essendo tanti”.

Ma a questi aspetti si unisce e con una saggezza e una nobiltà che si rivelano soprattutto nei rapporti con gli altri eroi e con lo stesso Agamennone.

Di lui Nestore dice:

“Tidide, nella guerra sei il migliore e sei valoroso,

e tra tutti i coetanei sei il più valente in consiglio”.

Per quanto estremamente confidente nella sua forza e audacia con qualsiasi eroe abbia trovato sulla strada, Diomede rispettò sempre la ‘regola d’oro’ dell’etica arcaica, cioè quella di evitare eccessi di orgoglio e non sfidò mai gli Dei se non sicuro del suo diritto.

Come Odisseo, godeva della speciale protezione di Atena. Unico tra gli eroi non figli di Dei, viene momentaneamente messo da Atena nelle condizioni di riconoscere gli immortali nella battaglia la sua vista, leggi la sua comprensione della realtà, è quindi più lucida e penetrante. Questa predilezione di Atena per Diomede non è casuale, è lo specchio della consapevolezza che gli antichi nutrivano nell’intima relazione tra coraggio e intelligenza, che si può notare anche in Odisseo. Per questo motivo Atena predilige gli eroi che abbiano entrambe queste caratteristiche e non è un caso che Diomede ed Odisseo vadano spesso associati quando si trattò di condurre trattative delicate (sia presso Agamennone che presso Achille), o nel compiere imprese pericolose, tra le quali il furto del Palladio (la statua da cui dipendevano le sorti di Troia), e l’incursione notturna nell’accampamento del giovane re tracio Reso.

In battaglia Diomede compì molte gesta eroiche, uccidendo diversi guerrieri, tra cui i fratelli Xanto e Toone, l’arciere Pandaro, Dreso e il giovane possidente Assilo insieme all’auriga Calesio. Memorabile il suo duello con Enea: l’eroe troiano stava per essere ucciso da Diomede quando apparve Afrodite a proteggere suo figlio. Diomede, senza alcun riguardo, ferì la dea ad una mano. Ares corse in aiuto di Afrodite, che riuscì in tal modo a fuggire col suo carro sull’Olimpo insieme a Iris. Il corpo di Enea venne allora protetto e portato in salvo da Apollo, che apostrofò Diomede con queste parole: “Tu, mortale, non tentare il confronto con gli dei!”. Diomede si scontrò quindi con Ares e lo ferì al ventre: il dio dovette uscire dalla battaglia e rifugiarsi sull’Olimpo dove verrà curato dal medico degli dei, Panteon.

Diomede non era però solo raziocinio coraggio e forza ma sapeva dare prova di lealtà e di spirito cavalleresco: poco prima di intraprendere il duello con Glauco, il nobile di Licia, che si batteva a fianco dei Troiani. Chiese al nemico il suo nome, Diomede si rese conto che l’uomo che aveva di fronte era legato da un antico vincolo di amicizia e di ospitalità con la propria famiglia. Gettò allora la spada a terra e i due nemici, anziché scontrarsi, si strinsero la mano e si scambiarono le armi in segno di amicizia e ospitalità.

Dopo che Troia fu conquistata, Diomede viaggiò per tornare ad Argo, con una veloce navigazione favorita da Afrodite, desiderosa di accelerare il ritorno dell’eroe in patria, dove aveva intenzione di vendicarsi dell’offesa subita durante la guerra.

Arrivato ad Argo, Diomede ebbe un’amara sorpresa: né sua moglie Egialea, né i suoi sudditi lo ricordavano più, in quanto Afrodite aveva cancellato il ricordo di Diomede dalla loro memoria. Diomede decise di abbandonare la città, imbarcandosi per l’Italia insieme ai suoi compagni: Acmone, Lico, Idas, Ressenore, Nitteo, Abante. Dopo aver errato a lungo nel mare Adriatico si fermò in più porti insegnando alle popolazioni locali la navigazione e l’addomesticamento ed allevamento del cavallo. La diffusione della navigazione forse aveva l’intento di ottenere il perdono dalla dea nata dalla spuma del mare e considerata divinità della buona navigazione (Afrodite euplea). In ogni caso si realizza così una straordinaria trasformazione: da campione della guerra Diomede diventa l’eroe del mare e della diffusione della civiltà greca. Era infatti venerato come benefattore ad Ankón (Ancona), città nella quale è nota la presenza di un suo tempio, a Pola, a Capo San Niccolò (in Dalmazia), a Vasto, a Lucera e all’estremo limite dell’Adriatico: alle foci del Timavo.

La caratteristica di civilizzatore viene rafforzata dalla fondazione di molte città italiane, tra cui Vasto (Histonium), Andria, Brindisi, Benevento, Argiripa (Arpi) presso l’attuale Foggia, Siponto presso l’attuale Manfredonia, Canusio (Canosa di Puglia), Equo Tutico (Ariano Irpino), Drione (San Severo), Venafrum (Venafro) e infine Venusìa (Venosa). La fondazione di quest’ultima città, come lo stesso toponimo (da Venus) ricorda, coincide con il perdono ottenuto da Afrodite, in seguito al quale si stabilì in Italia meridionale e si sposò con una donna del popolo dei Dauni: Evippe.

 

In uno di questi insediamenti, Diomede, secondo quanto racconta Virgilio, si presentò un’ambasciata dagli antichi abitanti italici per invitarlo scendere in campo e combattere contro il nemico Enea, il troiano.

Ormai Diomede è un uomo maturo e saggio, un eroe a cui le violenze della guerra, le disgrazie e le tragedie non hanno scalfito il senso dell’onore ma hanno contribuito piuttosto a renderlo incline ad apprezzare la vita semplice, pacifica e quotidiana.

“Non trascinatemi ad empi confronti sul campo di battaglia. Non c’è più inimicizia tra me e i troiani dopo la caduta di Troia e non mi rallegra il ricordo degli affanni passati… In qualunque modo, stringetevi la mano sì destra in un patto di alleanza e fate sì che mai più le armi si scontrino con le armi”. Alla fine, così, Diomede scelse per sé una vita lunga e tranquilla, rinunciando alle imprese e alle guerre eroiche ma non dimenticando mai di aver preso parte alla guerra più combattuta di sempre, la distruzione di Ilio.

 

Autore articolo: Gianluca Bertozzi

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

 

Gianluca Bertozzi, laureato in Giurisprudenza, è studioso di storia militare