La personalità dell’eroe di San Quintino, il Duca di Savoia, Emanuele Filiberto, detto Testa di Ferro, fu così descritto da Ercole Ricotti in Storia della monarchia piemontese.

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Egli era di statura men che mediocre, di corpo proporzionato, bianco di carnagione, di pelo castagno, occhi azzurri e vivaci, fronte giusta, sopracciglia molto distinte tra loro, naso diritto, labbro inferiore alquanto grosso, il superiore coperto di folti baffi aggrovigliati in su, spalle larghe, mani piccole e robuste, gambe arcate, « tutto nervo, con poca» carne, ed ha negli occhi e in tutti i movimenti » del corpo una grazia, che quasi eccede l’umani» tà. In tutte le azioni sue ha una meravigliosa gran» dezza e gravità, e veramente par nato a signoreggiare ». Non siedeva quasi mai, eccetto per mangiare: negoziava sempre in piedi, e spesso passeggiando in giardino, qualunque fosse il tempo e la stagione. Giuocava le quattro e sei ore al pallamaglio, al sole, e tuttavia non sudava. – Era elegante e instancabile cavalcatore: amava il nuoto, e soprattutto la caccia al cervo per l’esercizio violento ed anche pericoloso, nei monti della Savoia e del Piemonte. Un dì nella Bressa tanto lo incalzò traversando boschi e colli, che altra compagnia non gli rimase dell’ ambasciator Morosini e di quattro o cinque i quali aveano miglior cavallo. Finita la caccia, e riparatosi per cenare a una capanna, aiutò il padrone del luogo a spezzare le le gna. Cenato appena di quel poco che si potè avere, si rizzò tosto, e sino a notte buia giuocò al quadrello e alle piastrelle, quasichè tutto il dì non avesse faticato, con grande meraviglia di tutti, che a stento si tenevano in piedi.” La mensa di Emanuele Filiberto era allestita splendidamente con ricchi vasellami e lini: ma i cibi non erano molti nè squisiti. Mangiava assai e sostanzioso, e abbondava ne’ vini di Spagna, costume acquistato nelle guerre di Germania e di Fiandra, che gli inaspriva la malattia ereditaria di fegato, di renella e di catarro, Repugnava alle frutta, massime all’uva. In Germania a un solenne convito il Langravio obbligollo a mangiarne un acino a modo di brindisi. Egli il tranghiottì con pena, ma a sua volta invitò il Langravio a tracannare un gran fiasco d’acqua. Il buon tedesco ricusava; però, messogli il partito di bere o far duello, gli fu uopo di bere l’odiato liquore. Così il Duca si liberò per sempre dalla noia d’ubbriacarsi tutti i giorni colla scusa dei brindisi. Egli avea la giornata spartita in giusta misura. Dormiva non mai più di sei ore, e sorgeva all’alba. Nel vestirsi, dettava, o ascoltava il Generale delle Poste, capo della polizia. Vestiva all’occorrenza attillato: ma di solito semplice e positivo, senza smettere mai la spada, che portava sotto al braccio per averla più pronta. Subito vestito, spediva le cose più importanti; indi faceva un po’ di esercizio. Dipoi andava a messa, alla quale ne dì festivi assistevano gli Ambasciatori stranieri e tutta la Corte. Ciò fatto, desinava. Finito il pranzo, dava udienza e teneva i Consigli. Non amava feste, nè bagordi, nè giuochi di zara, nè armeggi, nè giostre. Quando s’ammogliò, distribuì in dono i destrieri, serbatosene appena il necessario; e questi, per meno di spesa, teneva a pigione presso privati. Nel cavalcare preferiva ronzini e cortaldi, e attorno sè camerieri che non sapessero leggere nè scrivere.

Passando ora dal ritratto del corpo a quello più difficile dell’animo, diremo che Emanuele Filiberto non solo si mostrava nei fatti e nei detti religiosissimo, ma era; e dalla religione traeva coraggio nell’immenso assunto di rinnovellare la Monarchia.

Nella settimana santa soleva ritirarsi in un convento per attendere all’anima. Ma le dure esperienze raccontate temperarono lo zelo intollerante, che egli avea recato di Fiandra. Più tardi s’addestrò anche a conciliare gli interessi mondani coi religiosi, e spesso diceva: « che la religione cristiana non fu mai » piantata con la forza degli eserciti nè colla violen» za delle armi; ma ben con la verità del verbo,… e predicata da quelli, che oltre la dottrina poteano anco muovere con l’esemplarità de buoni costumi. Così sperava, che, essendo ormai da tanti anni in qua radicata, con gli stessi strumenti con li quali fu introdotta, si avrebbe anche con l’aiuto divino potuta conservare ». Emanuele Filiberto si piccava di adempiere alla parola data, e così comandava ai suoi ministri: o ma talora le angustie politiche lo costrinsero ad osservarne piuttosto la forma che la sostanza. Raro aggiungeva alle affermative il motto « per la fe’ di cavaliero! » rarissimo alle promesse l’esclamazione « per la vita di Madama e del Principe mio figlio! » ed allora era incrollabile. Concepito uno scopo, nol dimetteva più. Ma, come uomo di pratica e di ingegno moltiforme, transigeva nei mezzi, adattandoli alle circostanze. Benchè d’indole adusta e collerica, non esprimeva però la collera quasi mai, nè parlava soprammano. Coi sudditi era grave e fin sussiegoso, per evitare la troppa domestichezza, che aveva nociuto al padre: ma quando voleva, era affabile, e, per quanto alcuno fosse male impresso di lui, ne usciva benissimo edificato. Sopportava le ciance de cortigiani, ristorandosi poi nella conversazione d’uomini di proposito, che sovente col solo lume del naturale criterio riempieva di stupore. – Avea mente svegliata, poche lettere, memoria di ferro: amava parlare di guerre, di viaggi, di fortezze, di meccanesimi: di politica taceva.

…Parlava e scriveva spagnuolo cogli Spagnuoli, francese coi Francesi, italiano cogli Italiani: trattava ancora il fiammingo e il tedesco: capiva il latino, ma non fidavasi a citarne intiera una sentenza. « Sembra, scrivevano gli ambasciatori Veneti, che » a tutte le cose sia nato, tanto di tutte si intende, » e ne parla quando vuole, e ciascuna par che sia » sua. o Ama la giustizia, inclina al perdono: nelle » udienze sta molto attento, facendo poche parole, » e tanto meno quanto più è preso all’improvviso. » Risponde tutto sugo, saldo e fondato, con molta » cautela. Pel solito dice agli Ambasciatori ed estra» nei: fate la vostra richiesta, che vi si risponderà, » onde ognuno va a lui con la supplica in mano. Fugge i negozii fastidiosi: all’incontro ha gran vo» glia di operar quelli che gli vanno a genio, come » cose di guerra e di mare. Conosce a fondo le » passioni e gli interessi del regnanti e del ministri  loro, e tratta ogni affare importante di per sè, » scrivendo di sua mano le commissioni segrete, non » comunicando mai ad alcuno il filo intiero del ne. gozio, ma separatamente ad uno domandando una » cosa, a un altro l’altra, e paragonandone e dige» rendone poscia i pareri nella propria mente.

Quanto amava la lode opportuna, breve ed accorta, altrettanto sdegnava i panegirici. Al Giovio, che gli chiese un’annua provvigione colla promessa di immortalarlo, rifiutando replicò, che più temeva il segreto testimonio della sua coscienza che quello pubblico del più famoso storico del mondo.

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