“Spoliatis arma supersunt”, ovvero: “A quanti sono stato spogliati di tutto restano le armi”. Questo fu il motto di Emanuele Filiberto di Savoia, nato l’8 luglio del 1528, che proprio con le armi riuscì a riconquistare il ducato di famiglia che nel 1553, alla morte di suo padre Carlo II “il Buono”, versava nella rovina più assoluta.

Politicamente inesistente, spartito fra le potenze spagnola e francese (i cui eserciti attraversavano da anni, devastandole, terre ormai spopolate e ridotte alla miseria), sommerso dai debiti, lo Stato Sabaudo era sul punto di scomparire dallo scacchiere geopolitico europeo, e tutto questo a causa della pochezza di Carlo II, uomo bigotto ed ingenuo al punto di farsi raggirare dal suo segretario personale, Giovanni Dufour. Costui infatti per anni si era fatto firmare dal suo Signore mandati di pagamento in bianco per spese inesistenti, per poi incassarli a nome suo o di quelli dei suoi compari, senza che il duca avesse il minimo sospetto. Così, come conseguenza anche delle campagne italiane di Francesco I, re di Francia, la porzione di Stato a disposizione di Carlo II si era ormai ridotta ad uno spicchio di territorio attorno a Vercelli, mentre le città più importanti, Torino inclusa, erano ormai perse.

Il futuro del Ducato era dunque riposto nelle mani di quel giovane rampollo atletico e coraggioso, quel “homo novus” spedito dal padre, appena diciassettenne, a fare esperienza alla corte dello zio, l’Imperatore Carlo V. Per quanto munito di tante belle speranze, Emanuele Filiberto poteva però contare su ben poche risorse, tanto più che lo zio Carlo, alla richiesta di fondi, gli aveva risposto con un biglietto dove di suo pugno aveva scritto una sola parola: “NIHIL” (“Nulla”), seguita dal consiglio di “Couper la robbe selon le drap”, cioè in pratica di arrangiarsi, “ritagliando il vestito secondo la stoffa disponibile”. Al principe non rimase che puntare tutto sul mestiere delle armi, e lo fece con tanta caparbietà ed applicazione da meritarsi l’appellativo di “Testa di Ferro”.

Duro fu il suo apprendistato militare e politico alla corte prima di Carlo V e poi del cugino, Filippo II re di Spagna, del quale si guadagnò la stima tanto da essere nominato Comandante Supremo dell’Esercito spagnolo nelle Fiandre, forte di circa trentacinquemila fanti e dodicimila cavalieri di varie nazionalità, tutti però devotissimi al loro comandante. La strada del ritorno a Torino per Emanuele Filiberto partì proprio dalle Fiandre, puntando verso Sud, e più precisamente verso la cittadina di San Quintino, ad un centinaio di chilometri da Parigi.

In mano spagnola, ma oggetto di desiderio da parte dei francesi che nei suoi pressi avevano accampato il loro esercito agli ordini del conestabile Anne de Montmorency, la sera del 9 agosto del 1557 San Quintino era immersa in una cappa afosa, col clima reso ancora più irrespirabile dalla certezza che l’indomani sarebbe stata una giornata decisiva. Già da qualche tempo infatti Emanuele Filiberto aveva fatto circolare ad arte delle voci in base alle quali stava inviando il grosso del suo esercito verso Bruxelles, per incontrare re Filippo II, ed in effetti aveva finto una ritirata, limitandosi però ad acquartierare le sue truppe dietro ad una fila di basse colline, ad appena qualche miglio fuori dal villaggio. Ciò bastò per illudere i francesi di potersi riprendere facilmente una città ormai quasi indifesa, col risultato che la trappola era dunque pronta a scattare.

Puntualmente, alle prime luci del 10 agosto, il Montmorency alla testa del suo esercito, disposto lungo un infinito serpentone che si snodava sulla stretta via d’accesso alla cittadina, si fermò il tempo necessario per permettere ai suoi genieri di costruire un ponte mobile sulla Somme. Proprio in quell’attimo di distrazione l’esercito spagnolo, sbucato da dietro alle colline, riuscì aggirare i rivali e quando la manovra fu scoperta, per i francesi era già troppo tardi. Da ogni dove gli spagnoli si scagliavano con impeti travolgenti contro quegli uomini impreparati allo scontro, travolgendoli come birilli come solo le straordinarie formazioni dei “Tercios” sapevano fare. Il ricorso alle bocche da fuoco fece il resto, tant’è che in meno di due ore per i francesi fu la disfatta. Le loro perdite ammontarono a circa quattromila morti ed oltre cinquemila fra feriti e prigionieri, fra cui moltissimi gentiluomini ed ufficiali, conestabile compreso.

Quella sera stessa Emanuele Filiberto, trionfale vincitore della prima vera battaglia “moderna”, perché combattuta muovendo uomini e mezzi come pezzi d’orologeria, invitò cavallerescamente a cena lo sconfitto Montmorency, rivolgendoglisi dopo tanti anni come nuovo Signore “in pectore” di quel Ducato appena riconquistato con la forza delle armi, che gli sarebbe stato di lì a poco ufficialmente restituito col trattato di Catteau-Cambresis, permettendogli così di rientrare trionfalmente l’anno seguente in una Torino finalmente liberata, dopo quasi ventisette anni, dagli invasori francesi. Sotto il governo di quello che fu uno dei migliori frutti di Casa Savoia, Torino poté rivestire il ruolo di capitale che si meritava di diritto.

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: C. Moriondo, Testa di Ferro. Vita di Emanuele Filiberto di Savoia

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore