Il 10 giugno del 1229, Federico II tornò dalla spedizione in Terra Santa. Le notizie che gli erano giunte erano tutte vere: il suo regno era lacerato da disordini, i nobili a lui ostili avevano impugnato le armi e la sua autorità era messa in discussione dai fedeli di Gregorio IX. Non poteva concedere riposi ai suoi uomini e rinunciare alle armi perché troppe erano le città cadute nelle mani dell’esercito pontificio. In queste vicende si inserisce l’assedio dell’Abbazia di Montecassino.

Alla frontiera tra lo Stato Pontificio ed il Regno di Sicilia, i feudi dei signori d’Aquino fiancheggiavano l’importante centro religioso ribelle allo Svevo. Montecassino non era solo un simbolo era anche un presidio strategico, un crocevia fondamentale sulla strada di accesso ai territori pontifici, un punto d’appoggio indicatissimo nella marcia delle truppe di Federico. Doveva dunque essere presa a tutti i costi.

Vassalli devoti dell’Imperatore, i d’Aquino avevano già da tempo, su propria iniziativa, fortificato i loro domini. Landolfo, signore d’Aquino e Roccasecca, Adenolfo, figlio del generale imperiale nella spedizione crociata, Tommaso, e i loro cugini Pandolfo e Roberto, fornirono basi di operazione e uomini.

I d’Aquino erano avvezzi alla guerra, espertissimi nell’esercizio delle armi. D’origine longobarda e discendenti dei principi di Capua, avevano accresciuto il loro modesto feudo sulle sponde del Liri a forza di violenza e astuzie. Semplici gastaldi d’Aquino, furono elevati alla dignità di conti verso il 982 conservano il titolo sino al XII secolo, tempo in cui furono ridossi a signori di Aquino per poi vivere nuove fortune con gli Altavilla. Sibilla, sorella di Aimone, padre di Landolfo, sposò Tancredi, conte di Lecce e nipote di Ruggero II. Tancredi avversò le pretese di Costanza, moglie di Enrico VI, e per qualche mese Sibilla sedette sul trono di Sicilia, ben ricompensando la propria famiglia fino a quando suo marito fu sconfitto e lei finì prigioniera al Vorarlberg. Suo fratello, Riccardo d’Aquino, conte di Acerra, era stato catturato da Enrico VI che ne volle far trascinare il corpo da un cavallo per le strade di Capua nel 1197 e poi tenerlo impiccato per i piedi fino a quando un buffone dell’imperatore, ne ebbe pietà e ne affrettò la morte. Caduti di nuovo in disgrazia, i d’Aquino si legarono agli Svevi, giurarono fedeltà come vassalli di Federico II, figlio del nemico Enrico VI, e si distinsero al suo seguito tornando a guadagnare feudi e titoli. Un cugino di Landolfo, divenne conte d’Acerra, balì dell’Impero e generale delle truppe nella crociata in Terra Santa per poi sposare Margerita, una nipote di Federico II.

Tutti i d’Aquino furono impegnati ad espugnare i castelli ed i territori dell’abbazia. Federico, godendo del loro prezioso appoggio, cinse d’assedio il monte che, alla fine di novembre, cadde nelle sue mani. Vi si acquartierarono per un periodo le sue truppe mentre le intricate vicende con il papa sembravano non avere soluzione. Le trattative iniziate con Gregorio IX si conclusero solo il 23 luglio del 1230 con la Pace di San Germano.

Federico II, insistendo in una politica accaparratrice e dispotica, piazzò alcuni uomini di sua piena fiducia a Montecassino. Militarizzarono poi quel territorio per proteggere il nord dei domini federiciani conto ogni possibile attacco delle milizie papali. In particolare rafforzarono Rocca Janula, una struttura solidamente posta sulle pendici cassinesi ad eguale distanza dall’abbazia e dal paese di San Germano. A controllarla c’era proprio il conte d’Acerra che, nominato capitano del regno nel gennaio del 1232, vi stabilì un comandante fisso, nuove torri ed un più ampio presidio.

A corto di denaro, l’Imperatore iniziò ad attingerne a piene mani, continuamente, senza remore. Pianificò pure di espellerne i monaci, riducendo l’abbazia alla rovina, sia economica che religiosa. L’abate francese Bernardo Aylier, che più di tutti si adoperò per restaurare l’antica prosperità dell’abazia, scrisse che nei trent’anni precedenti la sua nomina del 1263, tanto Federico che Corrado e Manfredi, spogliarono l’abbazia dei suoi possessi e dei suoi diritti.

Le cose peggiorarono alla morte dell’abate Sinibaldi. Fu eletto Landolfo di Santo Stefano, sicuramente voluto da Federico II perché di lì a poco Gregorio IX annullò quella elezione lasciando l’abbazia senza guida per due anni. Fu scelto infine Stefano di Corvario che però subito dopo aver ottenuto il placet pontificio, si giurò a Federico II e lo raggiunse in Lombardia quando Gregorio IX aveva scomunicato il monarca. Di lì a poco l’Imperatore dettò lo sgombero del convento, temendo la rivolta. A più riprese cacciò i religiosi ed i monaci esiliati si rifugiarono a Valleluce. Solo dopo aver giurato fedeltà a lui, nonostante fosse scomunicato, sarebbero potuti rientrare ed aver salva la vita. Non lo fecero. Solo in otto restarono, autorizzati a celebrarvi gli uffici religiosi. L’abbazia visse una delle pagine più buie della sua storia.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: L. Tosti, Storia della badia di Monte-Cassino