Federico II è per noi, oggi, personaggio iconico del medioevo, un imperatore colto e saggio in politica,  eppure nelle fonti della sua epoca appare come una figura controversa. L’imperatore svevo era infatti capace di raccogliere giudizi contraddittori, spesso negativi, che riscoperti oggi possono contribuire a dare un aspetto più veridico alla sua figura.

Goffredo da Viterbo ritenne che egli incarnasse il grande Cesare, destinato a segnare i tempi, e lo stesso Federico si presentò come erede degli imperatori di Roma; in una nota descrizione, Matteo da Parigi lo presentò come lo “stupore del mondo e il miracoloso trasformatore”; persino la sua nascita si carica di toni apologetici ed encomiastico nelle parole di Pietro da Eboli: “La pace nasce con te, perché, con la tua nascita noi stessi siamo rigenerati; con la tua nascita siamo ciò che chiedono le devote preghiere; con la tua nascita il giorno non nasconde le stelle del cielo; con la tua nascita le stelle hanno la propria luce; con la tua nascita la terra si copre di spighe; l’albero riguadagna le ricchezze dell’età sospirata. I monti lussureggiano, si fa pingue l’arida terra, i campi ricompensano ciò che è stato loro affidato nelle diverse circostanze”.

Questi i giudizi su cui si è formato il pensiero contemporaneo politico, storico e filosofico da Voltaire a Nietzsche, ma ne abbiamo altri molto meno lusinghieri. Spesso la storiografia tace il fatto che, in tutto il Sud, numerose furono le rivolte che scoppiarono in quegli anni, non solo quelle dei Clavisegnati di Giovanni di Brienne, e Federico le represse nel sangue. Fu forse un despota senza averne pienamente il carattere ed anche Pier delle Vigne, a quanto pare, tramò contro di lui: Federico lo fece accecare e questi, mentre lo trasferivano di carcere da San Miniato a Pisa, spronò il mulo su cui lo avevano posto e si lasciò sfracellare. Ad ogni modo, la fortuna di Federico II declinò a causa di numerosi errori politici ma anche per l’opposizione di Gregorio IX che inondò l’Europa di bolle in cui si tacciava l’Hohenstaufen di spergiuro, tradimento, ateismo. Il giudizio del Papa fu netto: “Una bestia furiosa è uscita dal mare, piena di parole bestemmiatrici; i piedi sono quelli di un orso, i denti quelli di un leone; assomiglia ad un leopardo ed apre le fauci solo per oltraggiare il nome di Dio. Non teme, neppure, di scagliare insulti contro il tabernacolo divino e contro i santi che abitano nei cieli. Con gli artigli ed i denti d’acciaio vuole fare a pezzi il mondo e stritolarlo sotto i piedi. Per demolire la muraglia della fede cattolica, da molto tempo ha preparato gli arieti … Smettete di meravigliarvi se alza contro di noi il pugnale dei suoi oltraggi, colui che già si erge per cancellare dalla terra il nome del Signore. Invece, per resistere alle sue menzogne con la verità manifesta e confutare i suoi inganni con la prova della parola, osservate la testa, il corpo e la coda di questa bestia, di questo Federico, di questo presunto imperatore”.

Un giudizio simile a quello di Gioacchino da Fiore per il quale Federico II fu la bestia venuta a corrompere il mondo.

Molto interessante è anche il profilo dell’Imperatore tracciato dal contemporaneo Fra Salimbene da Parma. Come religioso egli non poteva approvare le politiche dell’Imperatore, ma al contempo non poteva non nutrire per lui stima: “Era un uomo senza fede, scaltro, accorto, malizioso, facile all’ira e tuttavia era uomo d’onore. Quando gli piaceva mostrare la sua generosità e la sua cortesia era ameno, giocondo, pieno di trovate. Sapeva leggere, scrivere e cantare, e componeva poesie e canzoni. era un bell’uomo e ben formato, di statura non superiore alla media. Io stesso l’ho veduto, e un tempo avevo simpatia per lui. Sapeva parlare molte e svariate lingue, e, per farla breve, se fosse stato veramente cattolico e avesse amato Dio e la Chiesa, ben pochi imperatori avrebbero potuto rivaleggiare con lui. Ma egli guastò tutte le sue buone qualità volendo perseguitare a ogni costo la Chiesa di Dio. E cosi fu deposto e perì di trista morte. Tollerava senza offendersi le beffe e le burle dei giullari. Una volta che era a Cremona, dopo la distruzione del campo Vittoria per opera dei Parmigiani, battendo la mano sulla gobba di un giullare gli disse: “Messer Dallio quando si aprirà questo scrigno?”. Il giullare rispose: “Messere, non si può aprire tanto facilmente: ho perduto la chiave a Vittoria”. Nell’udir questo l’imperatore trasse un sospiro e disse: “Sono turbato e non ho parole”. Ma non si prese alcuna vendetta su di lui. Ezzelino da Romano, per una tal villania, gli avrebbe fatto cavare gli occhi”.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete