Nel turbinoso 1848, tra rivoluzioni e guerre, la Sicilia, che si era appena proclamata indipendente dal Regno delle Due Sicilie ebbe, per brevissimo tempo e solo virtualmente, un nuovo effimero Re, proveniente dal Piemonte oltre dieci anni prima che il sabaudo Vittorio Emanuele II riunisse anche la Trinacria sotto l’unica corona d’Italia. Per un breve periodo, nell’estate di quell’anno, sembrò che il Duca di Genova, Ferdinando Maria Alberto di Savoia, dovesse discendere in Sicilia per cingere la corona che già nel XVIII secolo era stata dei suoi avi e che il Parlamento siciliano aveva reso nuovamente separata dalla corona di Napoli.

La “primavera dei popoli” europei del 1848 iniziò proprio in Sicilia, con i moti scoppiati a Palermo nel gennaio di quell’anno. La rivolta siciliana affondava le radici nel malcontento popolare per le diffuse condizioni di povertà dell’isola, ma presentava anche la peculiarità di essere alimentata dalla saldatura tra la borghesia urbana e l’aristocrazia, desiderose di un rinnovamento che i Borboni non erano in grado di incarnare ed insofferenti, malgrado la frettolosa costituzione concessa da Ferdinando II nel tentativo di frenare la rivolta, al perdurante immobilismo politico-istituzionale delle Due Sicilie. Il gruppo insurrezionale, guidato da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, che aveva gestito le fasi della rivolta sin dal 12 gennaio e condotto vittoriosamente gli scontri con le forze governative per la conquista di Palermo, si tramutò nel “Comitato generale” presieduto dall’Ammiraglio Ruggero Settimo che, dopo le vittoriose insurrezioni di Catania e Messina e i focolai rivoluzionari accesi in tutta l’isola, diede vita al rinato Regno di Sicilia il 25 marzo, ripristinando dopo oltre trent’anni il Parlamento Siciliano, composto da due camere elettive. Fu il Parlamento ad eleggere lo stesso Ruggero Settimo capo del governo e ad avviare i lavori per l’adozione della nuova costituzione, che sarà approvata il 10 luglio successivo come Statuto Fondamentale del Regno di Sicilia. In questo clima, il 13 aprile 1848, il Parlamento Siciliano dichiarò Ferdinando II e la sua dinastia decaduti dal trono di Sicilia e proclamò la scelta di un principe italiano per guidare il nuovo stato, che avrebbe avuto luogo dopo l’approvazione della costituzione. Negli stessi mesi anche Milano era insorta contro il dominio austriaco provocando l’intervento del Regno di Sardegna che, il 23 marzo, dichiarò guerra all’Austria con la partecipazione, in verità per breve tempo, di contingenti inviati da tutti gli stati italiani, per quella che sarebbe diventata la Prima Guerra d’Indipendenza.

L’11 luglio la Camera dei Comuni di Sicilia proclamò Ferdinando di Savoia, figlio di Carlo Alberto,  nuovo re, ma quando il provvedimento passò alla Camera dei Pari si scatenò una accesa disputa su quale dovesse essere il nome del nuovo sovrano, gli animi erano stati, infatti, incendiati da un accorato intervento del Marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena che subito dopo l’inizio della discussione, alludendo al nome del principe sabaudo, proclamò: “Mai più la Sicilia farà comparire l’infausto nome del tiranno caduto nelle carte, sulla bocca, nella sua memoria”. Sembrava insopportabile ai pari di Sicilia, particolarmente attenti alle questioni dinastiche e vero motore della ribellione antiborbonica, che il sovrano che avrebbe dovuto sostituire l’odiato Ferdinando ne portasse il medesimo nome e non rappresentasse a sufficienza, da un punto di vista simbolico, la rottura rivoluzionaria con il passato. Soltanto a notte fonda, dopo un ridda di proposte, la massima assemblea della nobiltà siciliana approvò la proclamazione di Ferdinando di Savoia quale “Re dei siciliani”, scegliendo come nome quello di Alberto Amedeo I. Al fine di recare la notizia alla corte di Torino fu affidata una ambasceria al Principe Enrico Alliata, scelto in una sorta omaggio alla tradizione, poiché discendente dal Principe di Villafranca che nel 1713 aveva recato a Vittorio Amedeo II l’atto di sottomissione del popolo siciliano dopo che questi aveva ottenuto la corona di Sicilia. Al giovane nobile fu affiancata una commissione diplomatica formata da deputati e pari del nuovo governo, che raggiunse il porto di Genova a bordo di un piroscafo messo a disposizione dalla marina britannica.

Ferdinando di Savoia era nato il 15 novembre del 1822 a Firenze, figlio secondogenito del futuro Re di Sardegna Carlo Alberto e di Maria Teresa d’Asburgo-Lorena. Allorché, nel 1831, il padre ascese al trono sardo fu creato Duca di Genova, dando avvio ad uno dei più importati rami cadetti della casata di Savoia. Educato da precettori privati, soprattutto ecclesiastici, risultò particolarmente incline agli studi a differenza del fratello Vittorio Emanuele. Nel 1831 iniziò la propria carriera militare come Tenente del Reggimento di Fanteria “Casale”, per poi essere promosso Capitano del Corpo del Genio Militare nel 1834, percorrendo rapidamente i gradi della gerarchia fino alla nomina a Maggior Generale nel 1846, con l’incarico di Direttore degli armamenti del Corpo di Artiglieria. In breve fu totalmente assorbito dai doveri militari e nel marzo del 1848 venne nominato comandante generale dell’artiglieria del Regno di Sardegna, incarico con il quale condusse personalmente l’assedio di Peschiera nel maggio successivo, durante la Prima Guerra d’Indipendenza. Per la vittoriosa conclusione dell’assedio fu decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

In una tregua dei combattimenti il Duca incontrò ad Alessandria la delegazione siciliana nell’agosto del 1848, dopo una lunga preparazione diplomatica che portò i delegati ad incontrare prima il Re Carlo Alberto. Alla possibile accettazione del Duca di Genova si opponevano soprattutto ragioni di opportunità politica internazionale: appena la decisione del Parlamento siciliano fu nota a Ferdinando II, il Ministro degli Esteri delle Due Sicilie, Principe di Cariati, si era attivato presso le corti di Parigi e Londra affinché difendessero le prerogative dinastiche dei Borbone, parimenti una missiva personale era stata inviata a Carlo Alberto minacciando serie ripercussioni sui rapporti bilaterali in caso di accettazione “contro ogni diritto e consuetudine” della corona di Sicilia. Il governo britannico fece trasparire la propria contrarietà all’ipotesi, malgrado i governi piemontesi, guidati in quell’estate da Cesare Balbo e Gabrio Casati, accarezzassero seriamente l’idea di portare un principe sabaudo in Sicilia. Lo stesso Carlo Alberto, che pure aspirava a garantire un trono al proprio secondogenito, si risolse a rifiutare l’offerta, considerando preminente la necessità di riprendere la guerra contro l’Austria, e, dunque, preoccupato di isolare maggiormente il Piemonte e di rischiare l’apertura di un potenziale secondo fronte col Regno delle Due Sicilie.

Anche l’indole personale di Ferdinando ebbe gran parte nell’esito della vicenda, egli era stato educato essenzialmente all’arte militare senza che gli fosse stata fornita una solida preparazione di uomo di stato, non essendo destinato a responsabilità di governo, ed intimamente egli si considerava un militare, ligio innanzitutto all’obbedienza versa suo padre ed assorbito dai doveri militari verso l’esercito. Del resto, dopo la vittoria di Peschiera, gli era stato affidato il comando di una divisione dell’Esercito Sardo e, trovandosi pienamente a proprio agio nell’ambite militare, aveva quale aspirazione principale quella di trovarsi, soldato tra i soldati, in testa ai propri uomini nella imminente ripresa delle operazioni della Prima Guerra d’Indipendenza, che nella fine di luglio aveva fatto registrare la vittoria austriaca a Custoza. Fu dunque dubbioso nell’accettare l’offerta dei delegati del Parlamento siciliano, manifestando loro l’intenzione di adeguarsi integralmente alle decisioni paterne, ma aggiungendo, alle motivazioni diplomatiche del diniego, che egli si sentiva inadeguato all’alto incarico offerto e che temeva che una sua accettazione avrebbe esposto la Sicilia alla invasione militare delle truppe napoletane, un pericolo che egli considerava fosse suo dovere evitare al popolo siciliano. Pertanto la corona di Sicilia fu rifiutata dal giovane Duca, non senza che la vicenda assumesse dei contorni controversi: la decisione di Ferdinando fu comunicata al ministro degli esteri sardo Pareto, poiché il Duca si trovava in zona di operazioni in Lombardia presso il proprio comando, tramite una missiva spedita con corriere speciale, che però cadde vittima di un agguato di repubblicani milanesi che avevano intenzione di dimostrare con i documenti diplomatici riservati le mire annessionistiche del Piemonte. Il caso, denunciato anche da diversi organi di stampa mazziniani, svanì rapidamente alla scoperta dell’esito negativo delle trattative, vi fece seguito una seconda lettera, scritta di pugno da Ferdinando, che fu inviata dal campo di Gallarate e consegnata al Principe Alliata.

La speranza di Ruggero Settimo e del Parlamento siciliano di dare maggior solidità e concretezza internazionale alla rivoluzione siciliana svanì con quel rifiuto, generando una grande delusione tra i parlamentari, che affidarono allo stesso Settimo le funzioni di capo provvisorio del nuovo stato. Già nel settembre del 1848 le truppe borboniche rimaste fedeli a Ferdinando II riconquistarono a cannonate la città di Messina, guadagnando al sovrano l’appellativo di “Re bomba”, nel maggio 1849, con la presa di Palermo da parte del Generale Filangieri cadde definitivamente l’esperimento indipendentista siciliano.

Ferdinando di Savoia, dopo la sconfitta piemontese nella Prima Guerra di Indipendenza e l’ascesa al trono del fratello Vittorio Emanuele, continuò la propria carriera militare e nel 1850 sposò la Principessa Elisabetta di Sassonia, suoi figli furono la futura Regina d’Italia Margherita di Savoia ed il Duca Tommaso di Savoia-Genova, futuro Luogotenente Generale del regno durante la Grande Guerra. All’inizio del 1855 era stato designato quale comandante del costituendo corpo di spedizione sardo in Crimea ma un improvviso peggioramento della sua già precaria salute lo costrinsero a restare a Torino, ove si spense il 10 febbraio 1855 a soli 33 anni. La sua figura, scomparsa prematuramente, è stata rapidamente dimenticata senza lasciare una impronta nella storia italiana, peraltro schiacciata tra le ingombranti personalità del padre e del fratello, riducendosi a poco più di un’ombra nelle vicende risorgimentali. Eppure quel sovrano che non fu mai tale avrebbe potuto aprire uno snodo importantissimo per la storia italiana del XIX secolo, anticipando di un decennio l’esplosione delle dinamiche che portarono alla unificazione nazionale e, magari, dando ad esse una direzione del tutto diversa.

Tutto ciò che resta di quella estate di speranze di ipotesi di regno è una strada nel centro di Palermo, dal 1910 intitolata Corso Alberto Amedeo.

 

 

Autore articolo: Salvatore de Chiara

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: L. Isnardi, Vita di Ferdinando di Savoia Duca di Genova; G. Campolieti, Il Re Bomba; G. Oliva, I Savoia. Novecento anni di una dinastia

 

 

 

 

Salvatore de Chiara, giornalista, cultore di storia militare e collezionista di cimeli bellici. E’ curatore del Civico Museo di Storia Militare di Aversa e membro del comitato scientifico del MOA (Museum of Operation Avalanche) di Eboli.