La vita pubblica nella Firenze del Trecento è caratterizzata da una fervida e multiforme attività come ricostruito da Corrado Barbagallo in Storia Universale.

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La Firenze di Giovanni Villani è una grande metropoli industriale e commerciale. Le botteghe in cui si lavora la lana sono oltre 200; esse impiegano 30.000 persone, e producono 70-80.000 panni di lana pel valore di 1.200.000 fiorini. La nobile Arte di Calimala, che raffina e tinge panni forestieri, importa annualmente stoffe dall’estero, specie di Fiandra, per 300.000 fiorini e, a lavoro finito, il valore commerciale ne risulta parecchie volte superiore a quello originario. La bella città conta 100 negozi, in cui si vendono spezie e costose droghe orientali, un grandissimo numero di botteghe, che espongono articoli di cuoio, mentre 300 altri maestri di quest’Arte lavorano per l’estero. Queste industrie corrispondono solo a talune delle attività più redditizie… Ma incalzano da presso le Arti dei setaioli, dei pellicciai, dei lavoratori dei metalli, della pietra, del legno. E Firenze è meta quotidiana di numerosi forestieri, in maggior parte commercianti, a cui disposizione stanno gli 80 banchi di cambiavalute o, piuttosto, di prestatori di danaro.

Il volume degli affari cresce a vista d’occhio, e in tale proporzione che occorre coniare ogni anno da 350.000 a 400.000 fiorini; la “buona moneta” d’oro a 24 carati, che, per incitamento dei mercanti, si era cominciata a batter nel novembre 1282, allorché “la città montò molto in istato, ricchezza e signoria”. La popolazione è agiata: i 400.000 abitanti del Comune procurano all’erario una somma di 300.000 fiorini, entrata, che, fatte le debite proporzioni, degnamente può star al paragone con quella dei maggiori Stati, italiani ed europei.

La popolazione cittadina ascende a 100-110; forse, anche, a 120-125.000 anime; il ritmo del suo accrescimento è assai rapido, come nel Milanese, il tenore della vita, altissimo. Uno dei più pingui mercati delle belle stoffe, uscenti dalle botteghe dell’arte di Calimala, è la stessa città. qui si vendono tutti i 10.000 panni, importati annualmente di Fiandra e di Francia, e gli acquirenti sono in buona parte dei Fiorentini.

Le case nell’interno della città sono tutte di squisita architettura; molti palazzi, veramente belli; molte chiese, molti monasteri, “magnifici e ricchi”. E si costruisce febbrilmente per la popolazione che aumenta di continuo, ma sempre sforzandosi di ottenere che ogni nuova costruzione riesca più bella delle antiche, che le nuove case siano più comode, più ricche, e studiandosi di imitare i migliori modelli architettonici di ogni paese.

Cresce anche il lusso del vestire, lo sfarzo degli ornamenti, ma cresce in misura eguale l’amore della cultura e di tutte le cose belle. Dieci o dodicimila fanciulli di ambo i sessi frequentano le scuole elementari; altri cinque o seicento, le quattro “grandi” scuole medie della città. il collegio dei dottori in legge conta 80-100 inscritti; quello dei notai, 600; quello dei medici e chirurghi, 60. Come a Milano, la cultura è divenuta l’ornamento necessario di ogni cittadino.

Meglio ancora, la cultura sembra trionfare degli odi di classe di fazione.

Come da gran tempo, i fiorentini sono dominati dalla brama di far danaro; “sono arsi dalla cupidigia di possedere”. Tuttavia si comincia ad amare il danaro, non per sé, ma per i beni più elevati, del cui acquisto esso è strumento indispensabile. Si ama svisceratamente la campagna, e “non v’è cittadino” che non possegga un po’ di terra in campagna, e non vi edifichi una villa o un villino, più belli e più ricchi della dimora che egli possiede in città. le feste, le danze, i conviti, le occasioni di “allegrezza” sono frequenti, e “ogni anno per calen di maggio”, quasi per tutta la città si fanno brigate e compagnie di uomini e di donne, di sollazzi e di balli.

Il nuovo “popolo”, ossia la nuova borghesia fiorentina, apprezza l’arte, le belle immagini, le belle sculture e pitture, i bei marmi, cos come le lezioni di bello scrivere, i libri di filosofia, i versi perfetti. E, giacché la cattedrale, la vecchia Santa Reparata, era, oltre che piccola, di forme assai grossolane, i Fiorentini decisero di ingrandirla “e di farla tutta di marmi e con figure intagliate”, e si imposero a tale scopo un gravoso tributo speciale.

Alla costruzione del nuovo campanile nominarono soprastante provveditore Giotto, “il più sovrano maestro in dipintura che si trovasse al suo tempo”.

 

 

 

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