Prima dei gesuiti, la Cina fu evangelizzata dai francescani con Fra Giovanni da Montecorvino.

Arghun, ilkhan mongolo, nel 1288 spedì una sua ambasceria a Roma. La componevano un vescovo nestoriano, di nome Bar Soma, un nobile tartaro chiamato Sabadino, ed i traduttori genovesi Tommaso d’Anfossi ed un tal Ughetto. A Papa Niccolò IV essi annunciarono che Arghun aveva in programma di scacciare i musulmani da Gerusalemme e che era suo desiderio ricevere il battesimo nella Città Santa. Il Papa, sorpreso da quelle notizie, inviò ad Arghun una compagnia di francescani con a capo Fra Giovanni da Montecorvino, munito di lettere di credenziali per Arghun, per l’imperatore Kublay, per un principe tartaro chiamato Caydon e per un pisano di nome Jolo che molto si era adoperato per la diffusione del cristianesimo in Asia.

Fra Giovanni da Montecorvino aveva preso i voti nel 1270 nel Convento di San Lorenzo in Napoli per poi partire per l’Armenia. Accolse di buon grado questa nuova missione ma nel frattempo Arghun morì e così andò in fumo la guerra che meditava intraprendere per la liberazione della Terra Santa.

Fra Giovanni da Montecorvino raggiunse egualmente il vescovo Dionigi a Tauris, poi, nel 1292, in compagnia del mercante genovese Pietro di Lucalongo e del domenicano Nicola da Pistoia, penetrò nelle Indie e si recò sulla tomba di San Tommaso. Qui prese a convertire le genti dei villaggi e battezzo un centinaio di persone. Morto Nicola da Pistoia, solo con Pietro di Lucalongo, riprese il suo cammino ed entrò nel Catai, e dopo un lungo viaggio giunse a Khān Bālīq, una città prossima a Pechino.

Fra Giovanni da Montecorvino si presentò a Kublai e gli porse le lettere pontificie. L’imperatore l’accolse con grande favore e gli concesse ampia facoltà di predicare il Vangelo. Molti nestoriani erano presso quella corte e non tardarono a mettere in cattiva luce il francescano. Scoperta la sua innocenza tutti i suoi calunniatori furono messi a morte dal sovrano.

Fra Giovanni scrisse nel 1305 una lunga lettera da Pechino al vicario generale dei francescani in cui raccontava le fatiche del suo apostolato in Khān Bālīq, dove aveva battezzato 6000 persone e molte altri ne avrebbe battezzato se non avesse avuto contro i nestoriani. Scrisse d’aver imparato la lingua dei tartari e di predicare in tal modo. Riferì d’aver creato una scuola con 150 fanciulli tra i 7 e gli 11 anni che stava educando al greco ed al latino e che aveva portato re Giorgio, un principe mongolo della tribù dei Keraiti e discendente di Ung-Kan chiamato nelle relazioni medioevali Prete Janni, ad abbracciare il cattolicesimo. Disgraziatamente però, dopo la morte di questo re, i suoi fratelli avevano riportato il popolo allo scisma di Nestorio. Fra Giovanni da Montecorvino, con quelle lettere, chiedeva aiuti per continuare la sua opera di evangelizzazione.

Pervenute queste notizie a papa Clemente V, la città di Khān Bālīq fu innalzata a sede arcivescovile e Giovanni da Montecorvino fatto arcivescovo. Furono pure nominati come vescovi suffraganei Andrea da Perugia, Nicolò di Bantra, Gerardo Albuini, Ulrico Sayfustdorf, Pellegrino da Castello e Guglielmo di Villanova, tutti frati francescani. Di questi solamente tre giunsero a destinazione: Gerardo Albuini, Pellegrino da Città di Castello e Andrea da Perugia. Uno dopo l’altro, furono nominati dallo stesso Giovanni da Montecorvino vescovi di Zayton.

Giovanni morì nel 1328 a Khān Bālīq. Ai suoi funerali solenni partecipò una grande folla di persone. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica. È venerato come santo dai cattolici della Cina, nonostante il suo processo di canonizzazione non sia stato ancora concluso.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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