La Prima Guerra Mondiale si caratterizzò per l’impatto dirompente della tecnologia, in particolare con l’emergere l’arma aerea sui campi di battaglia, che fece nascere una nuova epica ed apparire nuovi protagonisti: i piloti. Questi moderni cavalieri dell’aria sui primi pioneristici aeroplani, in legno e tela, sfidavano il cielo ed i proiettili avversari. Sul fronte italiano il mito della nascente aeronautica fu Francesco Baracca, divenuto noto come “l’asso degli assi”, il pilota più vittorioso della storia dell’aeronautica militare italiana.

 

Era nato nel 1888 da una importante famiglia di Lugo di Romagna, intraprese in giovane età la carriera militare e fu ammesso nel 1907 all’Accademia Militare di Modena, divenendo ufficiale di cavalleria. Baracca fu da subito affascinato dal volo e già prima della Grande Guerra aveva conseguito il brevetto di pilota civile e si era poi perfezionato in Francia sui modelli di biplani da caccia Niuport, dal 1915 iniziò a volare con le prime squadriglie del Corpo Aeronautico dell’Esercito, ottenne la sua prima vittoria in guerra il 7 aprile 1916 abbattendo un biplano da ricognizione austriaco. Dalla primavera del 1917 fu al comando della 91ª  Squadriglia Caccia, la celeberrima “Squadriglia degli Assi” per la straordinaria abilità dei suoi piloti,  che rappresentò uno dei reparti di punta dell’aeronautica italiana nella Prima Guerra Mondiale. Francesco Baracca, che aveva conseguito il grado di Maggiore, morì il 19 giugno 1918 sul Montello, nei pressi dell’abbazia di Nervesa, abbattuto da un aereo austriaco. In realtà le circostanze esatte della sua morte non sono mai state del tutto chiarite ed hanno dato luogo ad un piccolo giallo, i cui contorni restano sfumati ancora oggi. Gli sono state riconosciute 34 vittorie in combattimento e, nei tre anni di partecipazione al conflitto, Baracca fu decorato di una Medaglia d’Oro al Valor Militare, 2 Medaglie d’Argento ed una Medaglia di Bronzo, oltre che dell’Ordine Militare di Savoia.

 

Il mito di Baracca, però, è legato soprattutto all’emblema che aveva posto sulla carlinga del proprio aereo: un cavallino rampante. Molto probabilmente si trattava di un richiamo allo stemma del Reggimento Piemonte Reale Cavalleria, nei cui ranghi si era formato all’inizio della sua vita militare. Dopo la guerra fu proprio la madre di Baracca a consigliare all’allora giovane meccanico Enzo Ferrari di apporre il cavallino rampante sulle proprie auto da corsa, come decorazione beneaugurante. Ed è proprio nella versione elaborata da Enzo Ferrari, un cavallino nero su fondo giallo, che è divenuto iconico a livello mondiale come il simbolo della Ferrari, l’emblema che, ancora oggi, tra le auto sportive, rappresenta l’eccellenza della velocità. Il cavallino rampante è rimasto, al contempo, nel patrimonio dell’araldica dell’Aeronautica Militare: il 4° Stormo caccia reca come proprio simbolo il cavallino bianco su fondo nero, ed anche il 9° Stormo, che a Francesco Baracca è intitolato, continua a far volare alto nel cielo il simbolo dell’Asso.            

 

 

 

Autore articolo: Salvatore De Chiara

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

Salvatore de Chiara, giornalista, cultore di storia militare e collezionista di cimeli bellici. E’ curatore del Civico Museo di Storia Militare di Aversa e membro del comitato scientifico del MOA (Museum of Operation Avalanche) di Eboli.