Diffusa in tanti luoghi del Sud Italia, la devozione alle “sacre spine” trova una comune origine nell’arrivo degli angioini nel Duecento.
Andria, Ariano, Bari, Napoli, Aversa, sono alcune delle città che conservano questi preziosi oggetti.

Molteplici tradizioni e ricostruzioni, tutte però risalenti ai secoli successivi, collegano le spine a Carlo d’Angiò. Queste spine sarebbero state donate dal sovrano a città e nobili per differenti motivi ed in diversi momenti, soprattutto per fedeltà mostrata nella lotta contro Manfredi e gli Svevi di Sicilia.

Le spine proverrebbero tutte dalla Corona di Gesù che Luigi IX, fratello di Carlo, acquisì dal Basileus di Costantinopoli nel 1239 per trasferirla a Parigi dove ancora oggi è esposta alla pubblica venerazione a Notre Dame. Molti aculei furono staccati dalla corona e divisi tra i fratelli di Luigi IX, così Carlo d’Angiò condusse le sue spine in Italia per donarle a nobili e città o portarle in eredità ai suoi discendenti.

Collocati in preziose reliquiari, riccamente ornati, molte di esse, sono protagoniste di miracoli straordinari, cambiano colore, spesso mostrano chiazze rossastre, in corrispondenza di date fatidiche. Per esempio, è stato accertato il fenomeno inspiegabile delle tracce di sangue che appaiono sulla punta delle spine di Andria e Bari, dove una telecamera ha documentato il miracolo. Qui, secondo un’antica tradizione, quando il Venerdì Santo, giorno della morte di Gesù, coincide con il 25 marzo, solennità liturgica dell’Annunciazione, e cioè del concepimento di Gesù, si verifica questo clamoroso miracolo.

Sacre Spine, Duomo di Aversa

Le spine di Bari furono donate da Carlo d’Angiò per la fedeltà della città contro gli Svevi, quelle di Andria invece furono assegnate da Carlo II d’Angiò in dote alla figlia Beatrice sposata con il conte di Andria Bertrando del Balzo nel 1308.

Lo stesso evento miracoloso le unisce. Nel verbale redatto dal notaio Francesco Saverio Perchinunno che, insieme ad una Commissione scientifica ha osservato i fatti di Bari del 25 marzo, si legge: “Si è rilevata fra le ore venti e minuti quaranta (h 20,40) e le ore ventuno e minuti quaranta (h 21,40) una lieve modificazione cromatica tendente al rosso in corrispondenza della base della scheggiatura apicale della Spina. Tale cromatismo soggettivamente rilevato da ciascun membro della Commissione trova supporto in documentazione oggettiva fotografica digitale. Inoltre, rivisitando i fotogrammi a forte ingrandimento, si è rilevata nella porzione centrale del fusto della Spina la presenza di macchie cromatiche che complessivamente lasciano intravedere un’immagine assimilabile ad un volto umano maschile. In precedenza non si è rilevata alcuna significativa variazione cromatica. Il presente verbale viene chiuso essendo le ore ventitré e minuti trenta (h 23,30)”. Eguale giudizio appare nel verbale redatto ad Andria dal notaio Paolo Porziotta: “Verso le ore 16.10, si è rilevata la presenza di un lieve rigonfiamento di colore bianco a forma sferica, a mo’ di gemma, posto a 3mm. circa dall’apice, lato destro della Spina, più precisamente sul bordo della scheggiatura apicale. Successivamente, verso le ore 17.10, si sono rilevate a occhio nudo, una seconda gemma, posta all’apice della Spina, e una terza gemma, posta 4/5 mm. sotto la prima; ancora più verso la base della Spina, il residuo del precedente prodigio dell’anno 2005 è sembrato rifiorire. Tanto è stato constatato direttamente, oltre che dalla Speciale Commissione, anche da mons. Raffaele Calabro, il quale alle 17.40, durante l’omelia dell’azione liturgica del Venerdì Santo ha annunciato ai fedeli: In questa circostanza ho il piacere di annunciare a voi tutti in maniera solenne che il miracolo ha avuto inizio”.

Il 25 marzo, secondo alcuni Padri della Chiesa e la teologia medievale, oltre che dell’Annunciazione, è anche la data della creazione del mondo e della Morte di Gesù Cristo, racchiudendo quindi in essa la completezza e la totalità del mistero della salvezza.

Sacre spine sono anche a Napoli, nel Monastero dei Santi Giuseppe e Teresa delle Carmelitane scalze, dove il miracolo fu documentanto nel 1932, e ad Ariano Irpino, donate dal re in segno di riconoscenza per la fedeltà dimostrata contro Manfredi che aveva preso la città distruggendola.

Le spine degli Angiò raggiunsero però anche la Sicilia: alla morte di Carlo d’Angiò, gli aculei restanti furono ereditati da suo figlio Carlo II, da questi finirono alla figlia Eleonora d’Angiò, sposa di Federico III re di Sicilia. La Regina donò spine al Convento di San Francesco a Catania; anni dopo, Eleonora d’Aragona, nipote della coppia reale, fece dono di alcune spine al Monastero di Maria Santissima dell’Itra di Sciacca.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete