Nel tardo 1968 le IDF (Israel Defence Forces) iniziarono lo studio per creare, all’interno del corpo corazzato (Heyl Shirion), una unità anfibia di élite per impieghi speciali utilizzando veicoli catturati agli stati arabi nel corso della guerra dei 6 giorni (1967). La prima idea prevedeva di impiegare, quale base per la nuova unità, il battaglione di riserva della 247^ Brigata paracadutisti che avrebbe dovuto avere una forza di circa 360 uomini ma un successivo studio prese in considerazione una soluzione “più economica” e cioè quella di trasformare uno dei battaglioni meccanizzati della 875^ Brigata di fanteria; tale scelta sarebbe stata più logica visto che i battaglioni della Brigata erano equipaggiati con veicoli M113 catturati all’esercito giordano e che si trovavano in cattive condizioni di manutenzione. Gli studi continuarono fino al 1969 venne scelta l’opzione “meccanizzata” e, il 18 giugno 1969, venne creato l’88^ unità corazzata anfibia a cui venne dato il nome di “White Bear” (Orso Bianco) con il compito di ricognizione ed infiltrazione alle spalle delle linee nemiche. Così nacquero gli Orsi Bianchi di Israele.

L’unità aveva la consistenza di una compagnia rinforzata di 150 uomini ed equipaggiata con sei carri leggeri anfibi PT-76 (di cui 2 in versione comando), i cui equipaggi provenivano dai quadri istruttori della scuola di Tzeelim, e nove APC BTR-50 con equipaggi del battaglione da ricognizione della 7^ Brigata corazzata “Saar mi-Golan”; l’unità venne spesso definita “Gonen force” dal nome del suo primo comandante il Tenente Colonnello Shmuel “Gonen” Gorodish (nelle IDF era usanza chiamare le unità con il nome del comandante).

Come di consueto i veicoli vennero sottoposti ad una serie di modifiche per adattarli alle esigenze dello “Tsahal”; in particolare sia sui carri leggeri che sugli APC vennero montare radio israeliane, mitragliatrici M1919 o FN MAG da 7,62mm e vennero fatti piccole modifiche ai portelloni di accesso mentre, per i soli PT-76, venne aggiunto un quarto membro dell’equipaggio.

A causa della leggera blindatura dei carri leggeri, che poteva essere perforata anche dal fuoco delle semplici mitragliatrici medie, agli equipaggi vennero consegnati, tra le dotazioni aggiuntive, dei kit contenenti tappi di varie dimensioni da utilizzare per otturare i fori causati dal fuoco nemico; questo semplice espediente serviva per garantire di mantenere la capacità anfibia dei PT-76.

L’unità incappò presto in problemi logistici a causa della scarsità di munizioni per i cannoni D-56T da 76,2mm; infatti tra i materiali catturati agli eserciti arabi vennero rinvenuti pochi colpi dei quali solo 1950 vennero ritenuti idonei all’impiego e per tale motivo ogni colpo venne battezzato, a causa della sua rarità, “colpo di platino”.

Il primo impiego operativo dell’unità, anche se vennero impiegati solo sei APC BTR-50, avvenne durante l’Operazione “RAVIV” (9 settembre 1969) durante la quale una forza corazzata, dotata di carri T55 e i BTR-50, effettuò una scorreria di 9 ore sulla sponda egiziana del Golfo di Suez distruggendo varie installazioni avversarie. Nonostante il successo dell’operazione i vertici militari israeliani rimasero scettici nei confronti di operazioni speciali condotte con veicoli corazzati e non credettero possibile di poter replicare l’azione; l’88^ unità procedette comunque allo studio di azioni anfibie moltiplicando le attività addestrative presso Kinneret sulle rive del Mare di Galilea per trovare rimedio a due dei punti deboli dei PT-76. Infatti i carri leggeri avevano un sistema di condotta del tiro non stabilizzato e un motore a sei cilindri Diesel Tipo V-6 molto rumoroso che avrebbe potuto creare non pochi problemi durante una “covert operation” propria delle Forze Speciali.

Nonostante questi problemi, nel marzo 1970, il Comandante delle Truppe Corazzate, Generale Abraham (Bren) Adan, suggerì un assalto anfibio, sulla falsa riga dell’Operazione RAVIV, con l’obiettivo di colpire un complesso difensivo sulle sponde del lago Timsah presidiato da una compagnia di fanteria egiziana. Nella notte tra il 9 e 10 aprile 1970 i sommozzatori dell’Unità 707 della marina israeliana effettuarono una missione per valutare se la spiaggia scelta per lo sbarco fosse idonea per movimentare veicoli corazzati; a causa della segretezza della missione agli operatori non venne rivelato il motivo della ricognizione. L’operazione venne però posticipata giorno dopo giorno finché, la notte tra il 25 e 26 maggio ottenne la luce verde; la forza d’attacco di White Bear, guidata dal Tenente Colonnello Itzik Ben-Shoham e formata da sei PT-76 e sette BTR-50, iniziò il movimento alle ore 22.30 partendo dalla base di Tesa nel Sinai.

I veicoli si mossero coperti da un forte attacco aereo e dal fuoco di artiglieria e dei carri israeliani posizionati lungo la linea Bar Lev sul Canale di Suez; i primi due carri si impantanarono poco prima di entrare nelle acque del lago. Il terzo carro iniziò le procedure per il traino dei veicoli impantanati che erano sprofondati fino allo scafo e non potevano più muoversi senza aiuto esterno; gli egiziani si accorsero dell’attività in corso sulla sponda israeliana del canale e, dopo avere illuminato la zona con potenti fotocellule, iniziarono a bersagliare le unità israeliane che, coperte dall’azione della IAF (Israel Air Force), riuscirono a ripiegare incolumi sulle basi di partenza dopo 4 ore di duro lavoro. Non vennero tentate altre operazioni anfibie e, nel 1971, si decise di elevare organicamente l’Unità White Bear riorganizzandola quale 88° battaglione di fanteria meccanizzata della riserva alle dipendenze della 421^ Brigata con lo status di “unità speciale” e dotato di sei PT-76 e quindici BTR-50 con sede a Sharm El-Sheikh.

Nel maggio del 1973, a seguito di alcune esercitazioni che dimostrarono le capacità anfibie del battaglione, vennero studiate almeno due operazioni “RAVIV Style” che però non poterono essere messe in atto a causa dello scoppio della Guerra dello Yom Kippur.

I riservisti di White Bear raggiunsero Sharm-El-Sheikh con il compito di effettuare pattugliamenti offensivi in cerca di indizi di attività da parte di Commandos egiziani; gli equipaggi trovarono in mezzi, all’interno dei capannoni, in cattive condizioni di efficienza ma non poterono effettuare le necessarie riparazioni a causa delle forti incursioni aeree egiziane.

Per questo motivo il reparto si mise in marcia e, dopo circa 10 km, venne effettuata una sosta per poter manutenzionare i veicoli, riorganizzare gli equipaggi e studiare un piano di movimento; solo in seguito gli Orsi Bianchi iniziarono il pattugliamento di controinterdizione cercando tracce ed informazioni sull’azione dei Commandos egiziani.

Il 15 ottobre i veicoli dell’88° battaglione vennero caricati su autoarticolati per effettuare uno spostamento strategico che li avrebbe portati alla base di Tesa, nell’area del canale di Suez) per riunirsi alla Ugda Arik (143^ Divisione corazzata della riserva), comandata dal Generale Ariel “Arik” Sharon, per partecipare al forzamento del canale di Suez.

Il piano di Sharon prevedeva che l’88° battaglione, a seguito di un assalto anfibio, occupasse una testa di ponte in territorio egiziano per consentire il gittamento di ponti e il traghettamento delle Brigate della sua Ugda (14^ e 600^ Brigata corazzata e Brigata di fanteria “Haim”); a causa di ordini e disposizioni errate il battaglione arrivò in ritardo e la testa di ponte venne conquistata dai paracadutisti della 247^ Brigata del Colonnello Matt.

A causa del ritardo il battaglione rimase inoperoso al campo Tesa fino al momento nel quale il suo comandante, senza alcun ordine superiore, ordinò di muovere il battaglione per raggiungere, la Divisione di Sharon; quest’ultimo non si scompose e assegnò il battaglione alla 14^ Brigata corazzata impegnata nella difesa della testa di ponte sulla sponda est del canale di Suez.

Il comandante della 14^ Brigata decise di impiegare l’88° per contrastare l’azione della 25^ Brigata corazzata egiziana che, attaccando le retrovie di Sharon, cercava di chiudere il corridoio utilizzato dalle unità israeliane per rinforzare la testa di ponte in Egitto; gli Orsi avevano a disposizione cinque PT-76 e quattordici BTR-50 e, appoggiati dai carri Magach della 14^ Brigata, impegnarono i T55 egiziani distruggendone 5 con i loro cannoni da 76,2mm.

A seguito del primo contatto i Magach dovettero ritirarsi per rifornirsi di munizioni e di carburante lasciando i carri leggeri a difendere la posizione; ben presto il comandante di battaglione, Tenente Colonnello Yodovich, individuò carri T62 e, sapendo di non avere speranze contro questi carri, preparò al meglio le posizioni difensive.

Fortunatamente i carri egiziani vennero impegnati dalla 217^ Brigata corazzata della Ugda “Bren” (162^ Divisione corazzata); in pochi minuti il contrattacco egiziano venne debellato e la posizione poté essere mantenuta.

Il giorno 18 ottobre il battaglione attraversò il canale utilizzando i pontoni e si posizionò in territorio egiziano (nel tragitto i PT-76 distrussero 3 veicoli blindati egiziani raggiungendo il primo vero risultato del battaglione nella guerra dello Yom Kippur) e per il resto delle operazioni il comandante cercò sempre di operare accanto a unità israeliane a causa della scarsa potenza di fuoco delle armi in dotazione ma soprattutto per evitare che i propri veicoli, scambiati per mezzi egiziani, potessero essere colpiti da fuoco amico.

Non appena il battaglione si rese disponibile in territorio egiziano gli venne dato il compito di occupare una zona ritenuto libera dalle truppe egiziane; in precedenza l’area era stata oggetto di ricognizione da parte dei paracadutisti della 247^ Brigata che erano stati respinti con gravi perdite ma l’informazione non era stata passata al comandante dell’88° battaglione.

Il piano era quello di avvicinarsi all’area su due colonne: la prima al comando del comandante di battaglione (2 PT-76 e 3 BTR-50) e la seconda al comando del vice comandante del battaglione (3 PT-76 e 5 BTR-50).

Gli israeliani si imbatterono in posizioni scaglionate in profondità ed occupate da una unità di Commandos egiziani che, utilizzando mitragliatrici medie e pesanti, colpirono duramente le due colonne che riuscirono a ritirarsi solo grazie all’intervento di una compagnia della 35^ Brigata paracadutisti appoggiata dai carri Magach del 79° battaglione da ricognizione della 14^ Brigata corazzata; l’88° ebbe 16 morti e 27 feriti e tutti i veicoli danneggiati.

Successivamente il battaglione venne impiegato, fino alla fine della guerra, come unità da ricognizione per individuare e distruggere le postazioni SAM egiziane e non poté mai dimostrare le proprie capacità anfibie né portare a termine la missione per la quale era stato designato (creazione di una testa di ponte in territorio egiziano a seguito di assalto anfibio).

Dopo la fine delle ostilità il battaglione venne sciolto e i veicoli vennero immagazzinati in un deposito di mobilitazione; durante la guerra dello Yom Kippur gli israeliani catturarono altri diciannove carri leggeri PT-76 ma non li impiegò mai più in attività operative; A causa degli scarsi risultati ottenuti durante i combattimenti il nome dell’88° battaglione “White Bear” cadde nel dimenticatoio fino a che, negli anni ’90, i documenti della guerra furono resi disponibili e la storia degli Orsi Bianchi entrò, da allora, a fare parte della storia della 14^ Brigata corazzata di Tsahal.

Oggi la 14^ brigata corazzata “Machatz” (Bisonte) è una Brigata della riserva dell’Esercito Israeliano facente parte della 252^ Divisione corazzata della riserva “Sinai”.

 

 

 

Autore: Federico di Miceli
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: M. Rubinstein e R. Goldman, The Israeli Air Force Story; A. Frediani, Guerre e battaglie del Medioriente nel XX Secolo; S. Dunstan, La guerra dello Yom Kippur : il conflitto arabo-israeliano del 1973; S. Katz, Le Forze di Difesa Israeliane dal 1973; G. Rottmann, Gli eserciti della Guerra del Golfo; S. Beltrame, Storia del Kuwait; A. Bin, R. Hill e A. Jones, Desert Storm a forgotten war

Federico Di Miceli è tenente colonnello in servizio effettivo. Appassionato di storia militare e di veicoli corazzati, ha prestato servizio in Bosnia, Kosovo, Albania e Afghanistan.