La fine della libertà senese era giunta. Con la sconfitta nella Battaglia di Scannagallo la piccola repubblica di Siena aveva perso senza possibilità di riscatto eppure non si arrese se non dopo lunga resistenza e ufficialmente solo per “fame”. A Scannagallo, i due eserciti, separati da una piccola valle con un torrente asciutto, s’erano tenuti impegnati in scaramucce per quattro giorni. Queste azioni di fastidio indebolirono molto l’esercito dello Strozzi che quindi si decise ad abbandonare il campo.
I fiorentini erano forti didodicimila fanti e milleduecento cavallieri, le forze francesi erano pari in numero ma sprovviste d’artiglieria, d’acqua e rifornimenti. Quando il Marchese di Marignano intuì che il nemico stava per voltare le spalle e dirigersi a Foiano, mise in marcia il suo esercito, seguendo l’avversario a vista, da collina in collina, e continuando a molestare le sue retrovie con attacchi repentini e brevi. Si andò avanti così per ore, l’esercito dello Strozzi fu completamente logorato ed alla fine si lanciò in un attacco disperato verso la collina opposta dove il Marchese rispose il nemico dapprima con la fanteria poi coi cavalieri. Circa quattromila soldati del campo senese restarono ammazzati, cinquecento furono i caduti fiorentini.

Poi iniziò l’assedio. Alessandro Scozzini ne raccontò il dramma, il susseguirsi dei bandi che prescrivevano, nell’illusione che la salvezza fosse ancora possibile, l’espulsione delle “bocche inutili”, coloro che potevano solo essere di peso in quella situazione. L’assedio durò mesi, poi gli sconfitti furono costretti ad una capitolazione totale ratificata il 21 aprile, mentre un gruppo di esuli si riunì a Montalcino e continuò a resistere per due anni.

I capitoli di resa vennero sottoscritti da Cosimo in nome di Carlo V e posero Siena sotto la protezione del Duca di Firenze e del Sacro Romano Impero, ma nel rispetto della partizione in Monti del ceto dirigente senese. Il conflitto però ebbe ancora lunghi strascichi con scontri nelle campagne e tentativi di invasione turchi. La questione restò a lungo aperta e i senesi, non esitarono a servirsi dell’alleato dell’alleato, ovvero degli ottomani: nel luglio del 1555, 104 imbarcazioni guidate da Dragut, attaccarono Piombino. Il comandante fiorentino, Chiappino Vitelli, intercettò però il nemico allo sbarco costringendolo subito a reimbarcarsi: gli invasori persero 550 uomini su un contingente di 3500, tutti furono ammazzati seduta stante. Dragut non riuscì neppure nell’intento di espugnare l’Elba e ripiegò allora sulla vicina Corsica.

La Spagna aveva ottenuto ciò che voleva, il controllo imperiale dell’Italia, ed in particolare della Toscana, considerata di rilevante importanza strategica per gli approdi marittimi, le ricchezze minerarie e l’organizzazione finanziaria dei suoi banchieri.

La cessione di Siena a Cosimo avvenne il 3 luglio del 1557: il Duca perdeva il Principato di Piombino ma riceveva Siena a titolo di subinfeudazione. Restarono escluse dal possedimento mediceo, alcune fortezze marittime come Orbetello, Talamone, Porto Ercole, Porto Santo Stefano e l’Argentario che andarono a costituire lo Stato dei Presidi.

Al termine del conflitto, dunque, Cosimo si ritrovò ad essere contemporaneamente duca di Siena e di Firenze con titoli indipendenti l’uno dall’altro. La situazione si evolse nel 1569 con Papa Pio V che accordò a Cosimo il titolo di Granduca di Toscana. Il nuovo stato, il Granducato di Toscana, venne a comporsi del Ducato di Firenze, ovvero lo Stato Vecchio, e del Ducato di Siena, ovvero lo Stato Nuovo.

Filippo II, subentrato al padre sul trono di Spagna, cedeva un territorio devastato dalle continue guerre, in calo demografico ed economico, legava a se Cosimo e creava un nuovo stato, fondamentale per il controllo dell’Italia e del Mediterraneo. Tutto sarebbe stato convalidato nel 1559, quando la pax hispanica, con gli accordi di Cateau Cambresis, sarebbe calata sulla Penisola.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina, Battaglia di Scannagallo di Giorgio Vasari. Fonte foto: dalla rete