La ricostruzione dei vari momenti della Guerra di Siena sfida ancora oggi narrazioni di parte e interpretazioni di condotte forse segnate da doppiezza e segreti. La celebrazione della libertà di Siena, da un lato, e dell’ingegno mediceo, dall’altro, consuma una narrazione, tutta italiana, in cui gli unici a giocare a carte scoperte sarebbero ingenuamente spagnoli e francesi. Noi abbiamo provato a tratteggiare delle linee guida semplici nella ricostruzione dei fatti.

Dal 1540 si era stabilita a Siena una guarnigione di 3.000 spagnoli e la stretta imperiale era divenuta più forte ancora quando vi giunse come governatore Diego Hurtado de Mendoza e si avviò la costruzione della fortezza.

L’Imperatore Carlo V fece erigere quella costruzione malgrado le lamentele del popolo. Il suo intento non era quello di tener per sé l’ormai passata repubblica; si era infatti impadronito di Piacenza ed ora puntava su Parma che resisteva alle manovre di Ferrante Gonzaga. Pur di avere quest’ultima città, Carlo V voleva cedere Siena al Papa o ai Farnese, titolari di Parma, e dichiararsi vassallo della Chiesa. Il pontefice indugiò, non voleva accordare troppo potere ai Farnese, cui pure doveva l’elezione, e neppure intendeva avere come vassallo l’Imperatore. Intuita la situazione di stallo, i Farnese si schierarono con la Francia concludendo con essi un trattato con cui Enrico II prendeva sotto la sua protezione la famiglia obbligandosi a mantenere 2000 fanti e 200 cavalieri ad Ottavio Farnese in difesa di Parma con un ulteriore pagamento di 12.000 scudi d’oro l’anno. Il pontefice scomunicò Ottavio ed i cardinali farnese abbandonarono Roma: Alessandro si ritirò a Firenze, Ranuccio presso il Duca d’Urbino. L’Imperatore rispose togliendo l’arcivescovado di Monreale ad Alessandro, e Novara e il Ducato di Civita di Penna ad Ottavio. Tali perdite corrispondevano a circa 40,000 ducati d’oro per i Farnese. Ciò non bastò a evitare la guerra, che scoppiò puntuale.

Enrico II diede ordine al maresciallo di Brissac di impadronirsi di Chieri e di San Damiano in Piemonte, era il settembre del 1551. Nello stesso tempo il Barone della Garde usciva dai porti della Provenza con 40 galere, d’accordo con Leone Strozzi, attaccando tutti i mercantili spagnoli che gli apparivano all’orizzonte. L’assedio di Parma continuava mentre Enrico II bloccava il Concilio di Trento impedendo ai suoi prelati di raggiungere la cittadina italiana. L’Imperatore, già pesantemente coinvolto nei conflitti in Germania, non poteva spedir rinforzi e così il papa, Giulio III, lavorò ad una tregua che durò due anni coi cardinali di Casa Farnese che alla fine furono reintegrati nei loro averi. Questo momentaneo vantaggio francese e le difficoltà di Carlo V in Germania, accesero le speranze di chi in Italia non era contento della preponderanza spagnola.

A Napoli, Ferrante Sanseverino cercò l’aiuto di Venezia per una eventuale ribellione. La Serenissima non lo accolse, lo fecero invece i Francesi. Sanseverino radunò i baroni sediziosi a Chioggia e mancò poco perché si trovasse l’unanimità nei disegni sovversivi. I Francesi invece concretizzarono un nuovo attacco a Napoli nel luglio del 1552 inducendo Sinan Basciò e Dragut a presentarsi nelle acque campane. Andrea Doria fornì soccorso a Pedro de Toledo, ma gli ottomani gli presero otto galere e assediarono Napoli. Il fuoriuscito napoletano Cesare Mormile fu allora mandato a frenare il turco affinché Sanseverino potesse rientrare e capeggiare una rivolta politica, ma, passando per Roma, fu corrotto dall’Imperatore e, per suo conto, consegnò all’assediante 200,000 scudi affinché se ne andasse. Fallite le mire su Napoli i Francesi puntarono su Siena, era il 17 luglio. Dopo dieci giorni Siena insorse. Diego Hurtado de Mendoza era a Roma e s’affrettò, con duemila uomini, a rientrare in Toscana sulle galee di Andrea Doria, ma non ottenne l’appoggio di Firenze che si dichiarò neutrale credendo che Siena volesse solo liberarsi d’un tirannico luogotenente. Mendoza allora venne sollevato dall’incarico, ma Siena era già in accordo coi francesi.

Il 26 luglio del 1552, dunque, Nicola Orsini, Conte di Pitigliano, ed i fuoriusciti senesi Enea Piccolomini e Amerigo Amerighi, guidarono tremila fanti sino alle porte della città. Il giorno dopo il popolo di Siena, ricevute le armi dalle truppe dell’Orsini, insorse costringendo gli spagnoli a ritirarsi all’interno della fortezza. Essi solo per la mediazione di Cosimo de’ Medici poterono salvarsi. I senesi presero subito a demolire l’odiata fortezza: individuato un comune nemico, ovvero gli spagnoli, ed un grande protettore, ovvero i francesi, le varie fazioni nobiliari di Siena, i cosiddetti Monti, erano riusciti nel miracolo di unirsi.

Toccava ora all’imperatore fare la sua mossa.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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