Don Giulio d’Este era un bell’uomo dal fisico atletico, che spiccava per la statura fuori dall’ordinario. Aveva mani candide e curatissime, vestiti intonati alla più raffinata eleganza, un conversare amabile e due begli occhi celesti che facevano girare la testa alle signore del suo tempo. Consapevole del proprio fascino, ne approfittava trascorrendo le giornate fra balli, feste e sollazzi vari, sempre in compagnia di qualche nuova dama.

Nato il 13 luglio del 1478, era il sesto figlio (terzo fra i maschi) di Ercole I d’Este, Duca di Ferrara, Modena e Reggio, grande uomo di stato anche lui afflitto da un’inguaribile passione per il gentil sesso, tanto che sua moglie Eleonora d’Aragona dovette fare di necessità virtù, acconciandosi ad accogliere ed accudire, come se fossero i propri, i figli nati al marito da relazioni extra-coniugali, fra i quali per l’appunto anche don Giulio.

Negli ultimi anni di regno di Ercole I tuttavia iniziarono ad affiorare le ruggini mai sopite fra i figli, col primogenito Alfonso, destinato alla successione, da un lato, e dall’altro Ferrante, Giulio ed il Cardinale Ippolito I, con quest’ultimo a sua volta in profondo dissidio con tutti gli altri e con Giulio in particolare. Il secondogenito Ferrante, brillante uomo d’armi e condottiero, scalpitava segretamente, non rassegnandosi a dover giocare un ruolo di secondo piano nei confronti di Alfonso, da lui considerato rozzo ed inadatto a governare. Così, in molti lo udirono maledire la sorte, che l’aveva fatto nascere con un anno di ritardo. Un banale incidente invece compromise definitivamente le relazioni fra il Cardinale Ippolito e don Giulio: quando il primo fece imprigionare il cappellano del secondo nella rocca di Boiardo, Giulio reagì liberandolo “manu militari” e facendo rinchiudere nella medesima cella il castellano che lo custodiva, un fedelissimo d’Ippolito.

Da ciò ebbe origine un crescendo di offese, vendette e ripicche reciproche, sfociato poi nel dramma quando un giorno una damigella di corte, tanto desiderata dal Cardinale Ippolito, gli rispose insolentemente di apprezzare più i soli occhi di don Giulio che lui tutto intero. Passati pochi giorni, il 5 novembre del 1505 nel parco della villa di Belriguardo don Giulio, mentre andava a cavallo, s’imbatté nel fratello Cardinale col suo seguito. Accecato dall’odio e dalla gelosia, Ippolito ordinò allora ai suoi bravacci di cavare “i begli occhi” del fratello che, colpito da numerosi fendenti al volto, ci rimise l’occhio destro riuscendo a stento a salvare il sinistro.

Fu uno scandalo grossissimo per tutta la famiglia e specialmente per il giovane duca Alfonso I, fresco sposo di Lucrezia Borgia, preoccupato per le ripercussioni che una simile vicenda avrebbe avuto presso le Corti italiane e non.

Il novello duca cercò allora di confezionare una versione dei fatti secondo la quale l’agguato sarebbe stato teso da alcuni servitori del Cardinale all’insaputa del loro padrone, ma nessuno gli credette tant’è che Ippolito dovette rifugiarsi a Mantova presso la sorella Isabella.

Ad Alfonso non restò che insabbiare la vicenda, senza prendere provvedimenti nei confronti del fratello, col risultato però di fomentare ancor più l’odio di Giulio che si sentì tradito da un simile comportamento.

In combutta con Ferrante, l’altro scontento di famiglia, Giulio si risolse così a tentare un colpo di stato che prevedeva l’uccisione sia di Alfonso che di Ippolito, ma le spie del duca ed alcune sedute di tortura ai danni dei servitori dei fratelli non tardarono a svelare i contorni della triste vicenda.

Eseguite le sentenze capitali dei “pesci piccoli”, per i due Estensi giudicati colpevoli di lesa maestà si aprirono le porte del carcere a vita, da scontarsi in celle separate e sovrapposte l’una all’altra, situate nella torre dei Leoni del Castello di Ferrara. Per diciotto anni i malcapitati rimasero rinchiusi in quelle celle con la porta murata ed una sola botola sul soffitto che permetteva di passare loro i viveri. Soltanto il nipote Ercole II consentì poi loro di riunirsi in un’unica stanza più aerata, in cui Ferrante finì per morire nel 1540.

Don Giulio invece gli sopravvisse, ma dovette attendere la grazia fino al 1559 quando, ormai ottantunenne, fu perdonato e rimesso in libertà dal pronipote Alfonso II, dopo ben cinquantatré anni trascorsi in galera. A detta di chi lo vide appena scarcerato era ancora un bell’uomo, tutto d’un pezzo e dal portamento altero. Quel che più impressionò tutti però fu la foggia dei suoi abiti, rimasta quella di mezzo secolo prima. Per gli ultimi due anni che gli rimasero da vivere don Giulio continuò ad andare a spasso, finalmente libero, per le vie della sua Ferrara, impeccabilmente agghindato e rispettato da tutti, a ricordo di un’epoca ormai lontana.

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: L. Chiappini, Gli Estensi, mille anni di storia

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore