I caduti della Prima Guerra Mondiale, numeri e provenienza

I caduti della Prima Guerra Mondiale, numeri e provenienza

La Prima Guerra Mondiale in Italia fu esperienza di massa totalizzante, che rinsaldò i legami nazionali, in un paese giovane, nel quale il senso di appartenenza comunitaria era ancora in fase di costruzione dopo appena un cinquantennio di storia unitaria.

L’esperienza della trincea fu unificante, anche perché fu una realtà condivisa da uomini dalle diverse provenienze territoriali, che trovarono nella guerra l’occasione di conoscersi reciprocamente e, passando attraverso il crogiolo della sofferenza condivisa, di riconoscersi come popolo unico.

Dal Nord al Sud del Paese le storie dei singoli soldati si ripetono, le similitudini delle vicende della Grande Guerra sono patrimonio diffuso degli italiani di tutta la penisola ed anche per quanto riguarda la ripartizione dei morti la guerra non ebbe particolari distinzioni regionali.

Benché in questi ultimi anni, in cui il Centenario del conflitto abbia dato impulso a nuovi studi e i numeri sui caduti totali sul fronte italiano siano diventati ballerini, le cifre percentuali si discostano di poco nei diversi sistemi di calcolo. A lungo il numero dei militari morti italiani è stato calcolato in circa 650.000 unità, tenendo presente sia i caduti sul campo, sia i morti per ferite o per malattia, sia morti in prigionia ed i dispersi.

Attualmente queste cifre sono messe in discussione e si tenta di ricostruire diversamente i dati circa le perdite umane effettive: secondo uno studio recente dell’Istituto di Demografia dellʼUniversità di Udine le vittime andrebbero ridimensionate a 560.000, tale cifra si raggiungerebbe confrontando i dati contenuti nell’Albo d’Oro dei Caduti, edito nel 1929 dal Ministero della Guerra, e che sono universalmente considerati errati per difetto, con i dati rilevati tra il 1918 e il 1926 da Corrado Gini, padre della statistica italiana, compiendo anche una analisi a campione sui fogli matricolari; in realtà, già nei primi anni ’20 l’economista ed esperto di statistica Giorgio Mortara, nel libro La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra, indicava il numero dei morti superiore ai 600.000; ancora, nel saggio I Morti, di Pierluigi Scolè, inserito nel Dizionario Storico della prima guerra mondiale diretto dallo storico Nicola Labanca, si indica una cifra oscillante tra i 517.000 ed i 564.000 per i morti e i dispersi in tempo di guerra, cui devono aggiungersi i morti negli anni successivi per ferite e malattie contratte al fronte, portando il calcolo fino a 700.000; infine, il Centro Studi Storico Militari sulla Grande Guerra “Piero Pieri”, nell’elaborare i dati ufficiali dell’Albo d’Oro, stima tra il 15% e il 20% i caduti mancanti dagli elenchi.

In questa ridda di numeri possono assumersi almeno due dati certi di riferimento: il primo è quello che si desume dall’Albo d’Oro dei militari caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918, nel quale sono contenuti 529.025 nominativi; il secondo dato emerge dalle pensioni di guerra erogate ai familiari dei Caduti, che, nel 1926, ascendevano a 655.705, come riporta la rivista Epidemiologia e Prevenzione n.6 del 2014. 

Sono questi i dati da tener presenti per valutare l’impatto territoriale delle perdite della Grande Guerra.

Analizzando i soli caduti censiti ufficialmente dal Ministero della Guerra si osserva che la distribuzione territoriale dei morti fu omogenea e legata soprattutto alla quantità di popolazione delle diverse regioni italiane, con punte leggermente più alte in alcune regioni del Nord. Ad esempio, in Lombardia, a fronte di una popolazione di circa 5 milioni di abitanti, i caduti in guerra furono 80.108; mentre in Piemonte, con circa 3.400.000 abitanti, si ebbero 50.765 morti; in Campania i morti furono 42.512, contro una popolazione residente di 3.101.593; la Sicilia, con oltre 3.800.000 abitanti, pianse 44.544 caduti; il Veneto, con i suoi 3 milioni circa di residenti, contò 62.032 militari morti; la Puglia, i cui abitanti si aggiravano intorno ai 2.200.000, diede 28.195 morti alla causa nazionale; il Lazio, con il suo 1.770.000 di abitanti, patì 17.998 caduti.

Queste percentuali sono sostanzialmente confermate anche dal citato saggio di Scolè, che in riferimento ai soli dati dell’Albo d’Oro, così suddivide il numero dei morti per area geografica di provenienza:

Regioni dell’Italia settentrionale 48% – (comprendendo Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Friuli, Emilia-Romagna)

Regioni dell’Italia centrale 22% – (comprendendo Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo e Molise)

Regioni dell’Italia meridionale 30% – (comprendendo Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna)

Il sistema di reclutamento della leva obbligatoria agiva in maniera orizzontale e non prevedeva grandi differenziazioni sulle percentuali di chiamati alle armi in relazione alla forza potenziale totale di ogni singola regione. Ovviamente i numeri sono anche il frutto della diversa composizione demografica delle varie aree territoriali italiane. Si consideri, ad esempio, che la sola provincia di Caserta ebbe 5.718 morti, quasi quanto l’intera Basilicata, che ne ebbe 7.352 su 34.902 mobilitati, mentre nella provincia di Bergamo si contarono 12.338 morti.

La prova della guerra toccò tutti gli italiani senza distinzioni, ma lasciando un segno profondo nella coscienza collettiva della nazione, ormai, finalmente, divenuta tale, e continuando a vivere ancora oggi nella memoria di ogni famiglia che ebbe un caduto in quel conflitto. Né quel sacrificio è stato dimenticato, specie nei luoghi in cui si consumò, a centinaia, infatti, le lapidi stanno a perpetuare il ricordo dei Caduti, in tutto l’arco di quello che fu il fronte, nell’Italia nord-orientale, facendo eco alle migliaia di monumenti posti nelle piazze di ogni città d’Italia, a ricordare gli eroi della Quarta Guerra di Indipendenza nazionale.

Autore articolo: Salvatore De Chiara

In copertina: Museo della Grande Guerra “Casa III Armata” di Redipuglia. Autore foto: Angelo D’Ambra

Bibliografia: AA.VV., Vittorio Veneto 2018. XXXIV Raduno nazionale commemorativo del Fante,Ass.ne Naz. del Fante – Federazione provinciale di Treviso, Milano, 2016; AA.VV., Caserta e i suoi figli nella Grande Guerra, Caserta, 2016; Franco Carnevale, La grande guerra degli italiani, in Epidemiologia e Prevenzione Rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, n. 6, 2014; Corrado Gini, Il costo della guerra, L’universelle, Roma, 1918; Nicola Labanca (a cura di), Dizionario Storico della prima guerra mondiale, Editori Laterza, 2014; Ministero della Guerra, Albo d’Oro dei Militari Caduti nella Guerra Nazionale 1915-1918, Provveditorato Generale dello Stato, Roma, 1929; Giorgio Mortara, La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra, G. Laterza & figli, Bari, 1925

Salvatore de Chiara, giornalista, cultore di storia militare e collezionista di cimeli bellici. E’ curatore del Civico Museo di Storia Militare di Aversa e membro del comitato scientifico del MOA (Museum of Operation Avalanche) di Eboli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *