Il cavallo, da un punto di vista storico, molto prima che il modo di spostarsi venisse rivoluzionato per sempre dall’invenzione dell’automobile, fu il mezzo di trasporto più sfruttato dall’uomo, fin da quando riuscì ad allevarlo e addomesticarlo.

Il cavallo, alla stregua delle auto, fu oggetto di commercio, evoluzione e sperimentazione. Nel medioevo la struttura del cavallo, quella del classico destriero, si era sviluppata in modo da poter sopportare le pesanti armature utilizzate dai cavalieri, che potevano arrivare a pesare fino a trenta chili, a cui andava inoltre sommato il peso del cavaliere stesso; pertanto si può immaginare la straordinaria forza di cui dovevano essere dotati quegli animali. Quando però il modo di far la guerra mutò e si alleggerirono le dotazioni dei soldati, si rese così necessaria una razza equina con differenti caratteristiche: leggera, veloce e agile. Tali caratteristiche erano incarnate dal cavallo siciliano, il cosiddetto ginetto

Il cavallo siciliano, tra il XIV e il XVI secolo, ebbe un enorme incremento sia dal punto di vista dell’allevamento che del commercio, venendo inoltre contaminato dal sangue spagnolo, portatore delle caratteristiche delle razze berbere. Benedetto Salamone scrive che: «Il cavallo siciliano del ‘500 era un cavallo arricchito di sangue spagnolo, elegante, alto di statura, molto distinto e tra il ‘300 e il ‘500 diventa il cavallo più importante d’Europa. È un cavallo da guerra, vincitore su tutti i campi con notevoli riscontri economici» (B. Salamone, Il cavallo indigeno siciliano. Il gentile siciliano da sella, Lampi di Stampa, 2013, p. 94).

L’esportazione di cavalli siciliani creò un notevole indotto economico per coloro i quali si dedicarono a questo tipo di commercio.

L’attenzione siciliana per il cavallo ha radici profonde, seppur con spigolature differenti in base alle epoche. Nel 1268, re Carlo d’Angiò fondò l’Ordine Equestre della Luna Crescente, che decadde in seguito alla cacciata angioina; riformato dagli aragonesi e perpetuato dagli Asbrugo, nel 1595, si giunse alla fondazione, da parte di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, dell’Accademia dell’Ordine della Stella, nella città di Messina. Una scuola di eccellenza dove si insegnava l’addestramento del cavallo e l’arte della guerra, divenuta una delle più rinomate in tutta Italia.

Nel ‘500 il cavallo non fu più prerogativa esclusiva della nobiltà guerriera-feudale ma si estende e si diffonde tra i ceti sociali più abbienti. Tra i secoli XIV e XVI navi cariche di cavalli partivano dai porti siciliani verso le mete più disparate, siano esse estere: Inghilterra, Francia e Spagna, sia verso le corti dei più importanti stati italiani: Roma, Mantova, Firenze, Milano e Ferrara.

Durante quel periodo assistiamo a un grande incremento di esportazioni di cavalli verso l’Inghilterra, «essi venivano imbarcati dai porti dell’isola con marchio spagnolo, gli inglesi non erano a conoscenza di tale alterazione, e li utilizzavano per la produzione del Puro Sangue, epoca in cui erano i lavori di meticciamento» (Ivi, pp. 75-76). Può darsi che gli inglesi non fossero a conoscenza di questa operazione messa in atto in Sicilia, ma da una lettera indirizzata al viceré di Sicilia, al reggente mastro portulano, al mastro secreto, ai secreti e mastri procuratori di Palermo, di Messina e di Termini Imerese, rinvenuta nell’Archivio di Stato di Palermo, possiamo affermare che Enrico VIII, re d’Inghilterra, abbia voluto che cinque cavalli siciliani gli fossero recapitati nelle sue scuderie. L’ordine contenuto nella lettera era preciso: a tale Hermano Inglisi, con la semplice esibizione della lettera in questione, doveva essere permesso di «extrahiri dali porti et carricaturi di quisto regno undi ipsi eligiranno cavalli chinque per Inghilterra ad opu dilo Serenissimo Re dilo ditto reami di Inghilterra franchi liberi et exempti de tutti et singuli diritti et raxuni spettanti et pertinenti ala regia curti» (Aspa, Tribunale del Real Patrimonio, Lettere Viceregie, vol. 220, c. 46r, 29 luglio XIII 1509). Enrico VIII Tudor amava i cavalli, i tornei e le giostre tanto da parteciparvi in prima persona, ragion per cui molti storici ipotizzano che la sua follia possa essere stata causata da reiterati traumi cerebrali, dovuti alle cadute da cavallo.

Poniamo adesso una domanda: è possibile che il sangue della razza siciliana abbia contribuito a formare quella del Puro Sangue inglese? Basandoci sul documento è un ipotesi plausibile, poiché agli inizi del ‘500, come anche affermato da Salamone, erano cominciate le sperimentazioni per la formazione del mitico Puro Sangue.

La razza siciliana doveva essere in voga anche presso gli ecclesiastici, se, nel 1514, al cardinale d’Aragona viene dato il permesso di esportare otto giumente, quattro cavalli e due muli verso ogni parte da lui ritenuta opportuna della Calabria (Aspa, Tribunale del Real Patrimonio, Lettere Viceregie, vol. 235, c. 33v, 18 novembre III 1514). Luigi d’Aragona era figlio di Enrico d’Aragona e Polissena Ventimiglia di Geraci; morto il padre, alla tenera età di quattro anni ereditò il titolo di marchese di Gerace, comune in provincia dell’odierna Reggio Calabria. Nel 1492 Luigi sposò Battistina Cybo, nipote di papa Innocenzo VIII (al secolo Giovanni Battista Cybo), ma dopo la morte di quest’ultimo e l’elezione al soglio di pontificio del papa Borgia, Alessandro VI, il matrimonio fu annullato. Luigi prese i voti e nel Concistoro del 1494 venne creato cardinale in pectore. Fu una personalità importante, a contatto con le più influenti famiglie dell’epoca, si pensi agli Este e ai Gonzaga: che abbia appreso da costoro il valore dei cavalli siciliani? Difficile crederlo, egli era pur sempre, sebbene da parte di madre, un Ventimiglia di Geraci. Nel 1424 giunsero a Mantova dalla lontana Castelbuono, capitale dello stato dei Ventimiglia di Geraci, circa quaranta cavalli siciliani, che il marchese utilizzò per creare la mitica razza che dominerà i principali palii cittadini. La “raza nostra de casa”, come amava definirla Francesco Gonzaga, era quasi certamente formata da cavalli siciliani. I Gonzaga erano proprietari di una moltitudine di cavalli. Allevavano tutte le razze, ma la pregiatissima berbera era ambita da tutti i sovrani, tanto che lo stesso Enrico VIII chiederà con insistenza a Federico II, primo duca di Mantova, di averne inviati.

I marchesi amavano così tanto la razza berbera, che da Giulio Romano, alle pareti dello splendido Palazzo Te di Mantova, «ad essere dipinti furono proprio cavalli siciliani» (B. Salamone, Il cavallo indigeno siciliano. Il gentile siciliano da sella, Lampi di Stampa, 2013, p. 81).

 

 

 

 

Autore articolo: Davide Alessandra

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Davide Alessandra, laureando in giurisprudenza e studente di archivistica, paleografia e diplomatica presso la scuola dell’Archivio di Stato di Palermo.