Abbiamo posto alcune domande al professore Esteban Mira Caballos, saggista ed esperto delle relazioni tra Spagna e America nel XVI secolo, per conoscere meglio i Conquistadores. Ringraziamo il nostro interlocutore per la grande disponibilità accordataci.

 

Ha di recente pubblicato un libro dedicato a Francisco Pizarro in cui emerge una visione più cruda della conquista del Perù, evitando sia una lettura apologetica che vede in Pizarro un eroe, sia quella di chi vede nello spagnolo il responsabile di un sanguinario genocidio…

Francisco Pizarro fu un conquistador, né più né meno di così. Un guerriero che voleva conquistare un impero con la forza ed era disposto a eliminare chiunque si opponesse ai suoi desideri.

In ogni guerra ci sono sempre vincitori e vinti, e forse da lì derivano le due visioni: una, l’eroe che ha conquistato uno Stato di 2.000.000 km2, espandendo notevolmente l’Impero asburgico. E un’altra, quella del guerriero violato, il traditore, il porcaro che ha causato la morte, direttamente o indirettamente, di migliaia di persone. E, come direbbe Walter Benjamin, in ogni guerra ci sono gli eterni vincitori e gli eterni sconfitti.

La realtà è che ci furono furti, abusi ed omicidi, come non potevano non esserci in una guerra; è giusto riconoscerlo. Ma ugualmente dobbiamo convenire che non fu un genocida perché voleva governare su un territorio, voleva imposte e per esse somministrava il terrore in dosi minime per ottenere l’effetto desiderato.

Ma quali sono le ombre di Pizarro e quali le luci?

Il trujillano Francisco Pizarro è l’archetipo del conquistador, una persona con poca o nessuna formazione accademica, di origini nobili, esperto in guerra e disposto a morire o uccidere per onore e fortuna.

Tuttavia, a questo proposito dobbiamo riconoscere una differenza significativa tra Francisco Pizarro e altri conquistadores molto più promiscui o crudeli, come Francisco Montejo, che rendeva incinte le sue schiave indiane per venderle più costose, o Hernán Cortés, un vero predatore sessuale. Altri conquistatori erano molto più sanguinari come Alonso de Cáceres, Nicolás Federman o Lázaro Fonte. Specialmente quest’ultimo si comportava come un vero psicopatico del sedicesimo secolo, uccidendo indiani e violentando ragazze di tenera età. Fu portato da Tierra Firme a Cartagena de Indias e da lì in Perù, e ricominciò sempre daccapo.

D’altra parte, l’inca Garcilaso ha evidenziato la moderazione del “trujillano” nel mangiare e nel bere e nel reprimere la sensualità sfrenata. Non era una persona corrotta da certe passioni, perché in effetti ha avuto l’opportunità di approfittare di molte giovani e non l’ha fatto. Certo, era sempre ossessionato dall’ottenere un governatorato; dal suo arrivo a Tierra Firme stava aspettando un’opportunità, che avrebbe richiesto tempo per presentarsi ma alla fine la ottenne grazie alla sua instancabile tenacia.

Cosa può dirci della conquista del Perù?

Credo che in pieno XXI secolo siamo pronti a capire che cosa fosse un conquistador del sedicesimo secolo e la sofferenza che nei popoli soggiogati genera tutta l’espansione imperialista. La conquista del Tahuantinsuyu fu violenta e tragica ma è una parte essenziale della storia della nazione peruviana. Una storia che non può essere nascosta ma che dobbiamo affrontare, per quanto difficile possa essere.

Ora, è importante contestualizzarla per non cadere nelle leggende; gli spagnoli non hanno inventato la guerra, ma essa risale almeno alle origini della civiltà. Ovviamente, non meno danni furono causati dai Romani nella loro espansione in Hispania come il drammatico assedio di Numancia, con esecuzioni di massa; un vero dramma per i popoli iberico, celtico e celtiberico che abitarono la penisola iberica e che in molti casi resistettero fino alla fine dell’invasione. Ma l’abbiamo assimilato naturalmente come parte della nostra storia. La storia è sempre stata così; sulle ceneri di antiche culture o civiltà nuovi mondi sono stati sollevati con rinnovate speranze. Sulle ceneri del mondo Inca distrutto ci fu una dolorosa nascita di quella che ora è la nazione peruviana.

E’ in atto una revisione del giudizio storico su Cristoforo Colombo. Per alcuni il 12 ottobre si celebra un genocidio. A Los Angeles è stata abbattuta la sua statua. In Colombo si vede l’uomo che aprì il più grande mercato di schiavi che la storia ricordi. Quale è il suo giudizio su tutto questo?

Mi sono già espresso altre volte su questa faccenda. Innanzitutto, sono contraria all’odierno movimento iconoclasta che cerca di abbattere tutte quelle statue e monumenti che non si conformano esattamente ai nostri valori attuali. L’atteggiamento non può essere più assurdo; le vestigia del passato devono essere preservate, come un retaggio di altri tempi, in maggior parte poco felici, la felictà ha pagine bianche dentro la storia. e demoliamo la statua di Cristoforo Colombo, o quella di Hernán Cortés, perché non distruggeremo anche l’Acquedotto di Segovia, opera di un impero che invase la penisola iberica o la Puerta de Alcalá ordinata dal despota Carlo III?

Inoltre, ora si tende ad abusare della parola genocidio, pervertendone il contenuto. Cristoforo Colombo non era un genocida, era un marinaio intrepido e instancabile. Non si può attribuire la colpa al genovese per quello che è successo nelle Americhe negli ultimi 500 anni.

Nei suoi studi dice una cosa precisa: la Leggenda aurea, ovvero la visione della Spagna come freno all’espansione islamica con Lepanto e protagonista della evangelizzazione del Nuovo Mondo, non può essere una risposta alla Leggenda Nera. Come possiamo formulare un giudizio storico equilibrato?

La legenda come indica il proprio nome non ha basi storiche e non dovrebbe essere considerata come tale. In passato esisteva una leggenda nera usata contro il potere egemonico, cioè contro l’Impero asburgico. Tradizionalmente, di fronte a questo si combatteva un’altra leggenda, ma di segno opposto, la Leggenda bianca, rosa o dorata secondo cui la Spagna fu quel grande paese che portò la luce della civiltà e del cristianesimo in buona parte del mondo. Tra le due posizioni leggendarie c’è la storia, ed è qui che gli storici si posizionano. Sebbene ci siano delle differenze tra noi storici, nel complesso siamo tutti d’accordo con una visione molto lontana da entrambe le due leggende.

La conquista fu una guerra, in cui ci furono vincitori e vinti. Dopo l’espansione degli Asburgo il mondo cambiò radicalmente, nel bene e nel male, iniziò la globalizzazione che lasciò migliaia di morti sulla strada, vittime del progresso.

C’è un ritorno della Leggenda Nera ai nostri giorni?

La Leggenda nera non esiste al momento, tra le altre cose perché la Spagna ha da tempo cessato di essere un potere egemonico. Tuttavia, negli ultimi anni c’è un crescente interesse per l’argomento, e alcuni insistono sulla sua sopravvivenza. Però tutto è il risultato dell’attuale situazione politica in cui il movimento indipendentista mette in discussione le basi dello Stato. In risposta e come difesa contro tutto ciò, c’è una rinascita del nazionalismo spagnolo, che insiste sul fatto che tutto ciò che viene detto contro la Spagna e la sua storia è il risultato della leggenda nera che perdura nel XXI secolo. E’ qualcosa, a mio parere, di molto negativo perché il dissidente viene attaccato; siamo stati meravigliosi e tutti quelli che dicono il contrario sono vittima dei nemici della madrepatria. Padre Las Casas, il difensore degli indiani, l’infaticabile combattente per i più deboli, è etichettato come un paranoico, un ciarlatano, un bugiardo … Insomma, tutto questo mi sembra una follia.

A cosa sta lavorando ora?

Nel 2019, la casa editrice madrilena “La Esfera de los Libros” pubblicherà il mio nuovo lavoro sugli Armate dell’Impero spagnolo nei secoli XVI e XVII. In questa pubblicazione analizzo estesamente la rete di eserciti e flotte che permetteva all’Impero Asburgico di dominare il mondo. Un sistema che fu sufficientemente efficace e sostenibile da un punto di vista economico per elevare questo impero a potenza egemonica per almeno un secolo e mezzo.