Figure di cortigiani, impomatati e affettati, tutti fronzoli e gioielli, caratterizzarono anche la Roma del Cinquecento. Il celebre Baldassarre Castiglione ce li presenta corrotti dai vezzi di incresparsi i capellie pelarsi le sopracciglia, patetici nei modi e nelle parole, arrampicatori sociali, opportunisti e calcolatori.

Era naturale. La corte romana era più ricca e affollata sinanche di quella imperiale. Anche i baroni si tenevano attorno molta gente. In casa del ricco patrizio Domenico Massimi si contava centosessanta persone, in quella di Marcantonio Altieri ben novantacinque, ottantacinque in quella di Menico Altieri, settanta in quella di Giovanni Margani. Eran tutti servi, fattori, butteri, salariati delle tenute di campagna, pochi precettori, pochi intellettuali, ma quei pochi erano osteggiati come premi. Le corti cardinalizie invece contavano su parecchi intellettuali, letterati, filosofi, artisti ed i padroni si gloriavano di mantenerli, a prescindere dalle loro effettive qualità. Per esempio, monsignore Giovanni Gaddi mostrava in pubblico il suo segretario, Annibale Caro, come fosse un cavallo di razza per suscitare l’invidia di chi non poteva permettersi di pagare una tale figura.

Certi cortigiani apparivano assai ridicoli negli atteggiamenti. Il novelliere senese Pietro Fortini ricorda le “belle parole stiracchiate, che di continuo s’usano a Roma” ed il poeta francese Gioacchino du Bellay in un sonetto descrive così il cortigiano: “Camminare con passo grave, mostrando gravi pensieri, e con un sorriso grave far festa ad ogni conoscente che incontra; pesare ogni parola, rispondere, accennando con la testa un Messer no, ovvero un Messer si; intramezzare spesso un piccolo E così e d0un Servo suo contraffare la gente onesta; e come se avesse partecipato alla loro conquista, discorrere di Firenze e magari di Napoli; tutti trattar da signori con un bacio di mano, e secondo l ostile proprio di chi fa parte della corte di Roma, con un’aria spavalda celare la poverà: ecco la più gran virtù di questa corte, dalla quale bene spesso si fa ritorno in Francia montati sopra un ronzino, male in salute e in arnese, senza barba e senza quattrini”.

Non mancò chi, al pari del Castiglione, ottenne incarichi diplomatici o di fiducia. Ricordiamo i fratelli Capilupi, per esempio, e gli Strozzi di Mantova. Molti di essi meglio servivano al divertimento del nobile come a quello del pontefice di turno. Leone X voleva commedie, musica, spettacoli, conversazioni allegre. Lo seguirono Clemente VII, Paolo III e Giulio III, pigliò asutrò postrò Paolo VI, ma la corte romana continuò a rappresentare una specie di eldorato per tanti arrampicatori sociali.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: P. Pecchiai, Roma nel Cinquecento