L’ultima battaglia navale combattuta dalle truppe romane (bizantine) è quella del 20 aprile 1453, cui parteciparono anche uomini di Genova. La Superba in quel periodo aveva dichiarato la propria neutralità nella guerra turco-bizantina, di fatti i possedimenti genovesi a Costantinopoli rimarranno fuori dal conflitto. Tuttavia, esponenti del clan Giustiniani, che aveva interessi economici nel Levate, oltre che possedimenti personali (varie isole egee, fra le quali Chio), parteciparono attivamente al conflitto. In quei momenti Costantinopoli era assediata per terra e per mare già da tempo e impossibilitata ad approvvigionarsi di cibo.

Partendo da Ancona, una minuscola flotta romano-genovese, composta da tre galee e una nave da carico piena di viveri, sfidò il blocco ottomano per portare soccorso agli assediati.
I turchi disponevano di un centinaio di navi (secondo le stime del tempo), perciò la situazione appariva quantomeno disperata eppure, sospinti da venti e correnti favorevoli, le navi cristiane spezzarono lo sbarramento dei nemici con grande forza e sarebbero anche arrivate in città se il vento non fosse cessato e le avesse costrette a combattere una battaglia disperata, immobili.
A questo punto le navi si affiancarono l’una all’altra per creare un muro, venendo però circondate ed assaltate da ogni lato.
Nonostante la nettissima inferiorità numerica, i cristiani combatterono valorosamente per diverse ore e, per quanto possa sembrare paradossale, inflissero pesantissime perdite al nemico senza venire sopraffatti.

Come potessero resistere in 4 contro 100 è presto detto: anzitutto le loro navi non erano semplici galee, come possiamo immaginarci quelle degli antichi greci e romani, ma delle varianti italiche più grosse e alte nello scafo, che permettevano da un lato di rendere difficilissimi gli abbordaggi e vano il tiro del nemico, dall’altro di schierare un parco notevole di cannoni e bocche di fuoco; inoltre i marinai erano veterani esperti, dotati di armature complete in piastre e armi eccellente qualità.
Ogni tiro dei cannoni creava brecce devastanti nella fila nemiche, i quali divennero ben presto sgomenti, creando ancora più confusione e lentezza nella gestione della battaglia, permettendo ai cristiani di tenere le loro posizioni con grande coraggio. Si è lungamente dibattuto sulla tipologia di queste galee, una possibilità è che fossero in realtà delle caracche, in uso proprio a Genova in quegli anni, oppure dei nau, navi di grandi dimensioni che portoghesi e genovesi usavano per le rotte di lunga percorrenza. Con un peso che arrivava fino a mezza tonnellata e un armamento superiore, questi velieri erano molto ostici per la marina ottomana, basata su un naviglio molto leggero.

D’altronde, gli ottomani avevano una marina fatta di navi di piccole dimensioni, in prevalenza biremi, fuste e navi a trasporto, che faticavano a muoversi efficacemente e dovevano evitare il contatto con le galee cristiane per non affondare, inoltre erano praticamente assenti le bocche da fuoco.
Le truppe, invece, erano armate alla leggera, con poche o nessuna corazza, mentre le armi da tiro erano praticamente inutili contro gli alti scafi dei nemici, non potendo né superarli né perforarli.
L’unica soluzione possibile era lanciare delle torce per appiccare il fuoco, o tentare l’abbordaggio con funi e corde, ma l’efficacia di queste manovre si dimostrò subito bassissima e quasi impraticabile in quell’ammasso convulso di remi e scafi che si colpivano a vicenda.

Verso sera il vento riprese a spirare e i cristiani poterono forzare, nuovamente, il blocco e raggiungere Costantinopoli, accolti come eroi.

Le fonti del tempo ci parlano di centinaia di ottomani morti e decine di navi messe fuori uso, mentre i cristiani persero solamente 23 uomini. Nonostante la vittoria non abbia cambiato gli esiti della battaglia, fu da monito per gli stessi ottomani su quanto la loro marina fosse ampiamente da rivalutare.

Questa battaglia è narrata, romanzata, nella prima parte del romanzo storico “L’ultimo Paleologo” di Emanuele Rizzardi.

 

 

 

 

Autore articolo: Luigia Maria de Stefano

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: E. Rizzardi, L’ultimo Paleologo; G. Ostrogorsky, Storia dell’Impero bizantino; G. Sfranze, le Memorie; J. Harris, La fine di Bisanzio