Nino Valeri, in La libertà e la pace, si sofferma sull’intima spinta unitaria dell’umanesimo italiano.

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L’umanesimo, che si era venuto sviluppando fin dagli inizi del quattordicesimo secolo, si propaga con rapidità nella seconda metà del Quattrocento in tutta Italia. I maestri di umanità passano da una cattedra all’altra e così i loro discepoli vanno spesso pellegrinando per sentire la parola di questo o di quel celebrato interprete dell’antica morale o raffinato cultore e oratore nello stile dei classici. Essi formano una nuova classe di studiosi sciolti da ogni pregiudizio di casta, liberi e indipendenti che vivono fra loro come in una grande comunità, in cui trovano posto tutti gli uomini che credono nel supremo valore del sapere e dell’arte e lavorano in modo conforme a questo ideale.

Fermento comune dell’erudizione umanistica e della connessa trasformazione letteraria e artistica è l’umano senso dell’umana individualità. La storia è intesa come vicenda d’individui, frutto di “virtù” e di “bontà” di uomini singolarmente dotati. I nuovi demiurghi sono condottieri, quale Braccio da Montone, l’eroe della biografia di Antonio Campano, principi, come Filippo Maria Visconti, campeggiante solitario nel superbo medaglione di Pier Candido Decembrio, papi, quali appaiono descritti nelle Vitae del Platina o nell’autobiografia di Pio II. Sono essi che occupano il centro delal vita lasciando in penombra il processo degli avvenimenti, da cui pure si alimentano, e che, a loro volta, promuovono e indirizzano. Tale concezione eroica dell’umana personalità trova il suo visibile riscontro nelel creazioni degli artisti: per esempio, nello spavaldo atteggiamento del Bartolomeo Corleoni di Andrea Verrocchio, riassumente nella sua faccia terribile lo spasimo di grandezza delle creazioni donatelliane, quali il Geremia o il Niccolà da Uzzano o il Gattamelata. E forse ispirandosi al Donatello, Masaccio impersonò in creature d’eccezione il nuovo ideale di un’umanità vigorosa e imperiosa, indomabile come le forze della natura. Alla fine del secolo, Michelangelo riassunse potentemente il nuovo sentimento del valore dell’uomo con le sue figure possenti e prepotenti, disperate ma non rassegnate, solennemente fatali: campioni di una sublime umanità, insieme fisica e morale.

Il principale centro d’irradiazione di questa unitaria vita della cultura è ancora Firenze. Negli anni stessi in cui Lorenzo de’ Medici mirava a imprimere una più solida coesione all’organismo politico italiano, umanisti e maestri toscani diffondevano in ogni parte d’Italia motivi, idee, gusti caratteristici della nuova civiltà…

L’orgoglio della discendenza da Roma colora tale processo di certo sentimento nazionale, inteso come consapevolezza del legame che avvince tra loro le terre d’Italia, politicamente e moralmente individuate per la prima volta dall’antica “madre comune”.

I motivi patriottici cantati dal Petrarca s’irradiano su tutta la letteratura umanistica, culminando nell’antitesi, ripetuta fino alla sazietà, fra l’Italia romana e i barbari.

Italia, Italia est: resonat mihi dulcis in ore / Italia, Italia est fixa mihi in animo invoca il Campano, sperduto nelle pianure desolate della Germania, dove “nulla è che soddisfi un sentimento di umantà”.

Ma, insieme, la coscienza di appartenere ad un mondo culturale che si estende ovunque vive l’impronta di Roma, innalza l’orgoglio nazionale in una sfera universalmente umana: “Grande è il sacramento della lingua latina (afferma Lorenzo Valla), grande senza dubbio il nume che presso gli stranieri, presso i barbari, presso i nemici piamente e religiosamente vien custodito da tanti secoli, sì che noi Romani dobbiamo non dolerci ma rallegrarci e gloriarci davanti al mondo. Perdemmo Roma, perdemmo il regno, perdemmo il dominio, e non per colpa nostra ma dei tempi; eppure con questo più splendido spirituale impero regnamo ancora in tanta parte del mondo. Nostra è l’Italia, nostra la Spagna, la Germania, la Pannonia, la Dalmazia, l’Illirico e molte altre naioni. Poichè ivi è l’impero romano dove domina la lingua romana…”.

Quella sorta d’imperialismo culturale che l’Italia cominciò ad esercitare in Europa con crescente fortuna a partire dagli ultimi decenni del Quattrocento contribuisce alla diffusone di tale civile conoscenza cosmopolitica.

 

 

 

 

In copertina: Particolare della statua equestre di Bartolomeo Colleoni, opera di Andrea Verrocchio. Fonte foto: dalla rete