Nel 1744 a Velletri si combatté una battaglia della guerra di successione austriaca tra le truppe austriache del principe Cristiano di Lobkowitz e quelle ispano-napoletane del re Carlo di Borbone. Mariano d’Ayala scrisse questo “Il Secolo della Battaglia di Velletri, combattuta dalle soldatesche napolitane addì 11 agosto 1744” ricordando l’apporto dei napoletani a Velletri, solitamente celato dall’impiego di truppe straniere. Lo riproponiamo, parzialmente, ai nostri lettori con lo stesso intento di Mariano d’Ayala.

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Italica fu la guerra di Velletri, e qual efficacissimo esempio a voi l’addito di valor nazionale e di decoro, dove napolitano fu il duce de’ Napolitani, l’egregio Francesco d’Evoli duca di Castropignano, napolitana la maggior parte delle milizie, o composte di Spagnuoli qui tramutati di fermo nel reame, e sotto il supremo imperio di re saggio ed animoso, il quale lasciando le gravi pacifiche cure dello Stato, novellamente e forse con maggior gloria imbrandiva nel pugno la spada del guerriero. Che se aveva conquistato nel 1734 le Sicilie, or compiti i due lustri, di allori più belli si coronava, conservando quelle, e con bella fama consegnando alle storie la marzial virtù de’ cittadini, sì barbaramente sopita innanzi e soffocata. E quantunque si dica, le signorie e gli stati e la felicità di questo mondo esser le più volte in mano della Fortuna, raro avviene che abbia poi la Fortuna a megarsi ostinatamente a que popoli i quali di maggior virtù forniti, son già per abito accomodati e disposti a conservare i suoi doni, siccome il furono e Greci e Romani, e ultimamente e più lungamente i Veneziani: a quali se colei mutò faccia alla fine, mutato avean essi innanzi gli animi e i costumi. Conservate adunque, o soldati, la virtù degli avi illustri, da cui di natura discendete, e solo nella propria forza confidate, non in quella mai de forestieri, se prosperi successi volete che secondino vostre nobili speranze. Imperciocchè quando bella e giusta è la causa essendo sì necessaria; quando le armi sono pietose e sante perché me difendono roba, figliuoli ed onore, anche i più sommersi, ogni desiderio sorpassando, vincono la infermità naturale, e fanno cose altissime e memorande.
La figliuola di Carlo VI, Maria Teresa, sedeva sull’imperial trono di Vienna: la tiara cingeva il Secondo capo del Lambertini, Benedetto XIV: i popoli, che solo il Faro oggi divide, eran lieti del reggimento di Carlo, il quale toglieva impedimenti a civiltà, concordando con Roma e distruggendo il segreto e l’arbitrio: suo padre, quinto Filippo delle Spagne, il secondo Giorgio re d’Inghilterra ne’loro stati signoreggiavano. Eran per natura congiunti in lega Carlo e Filippo, per fede politica Giorgio e Teresa; ed il Papa non traboccava per alcuno applaudiva al giusto. Già nell’anno 1742 dodici mila de nostri soldati condotti dal Castropignano eransi uniti in Pesaro agli eserciti spagnuoli per combattere Austriaci e Savoiardi; ma in virtù di trattati ritornarono in regno poco appresso, venendo il capitano supremo Montemar scambiato in altro di maggior fama ed animo, conte di Gages. Ma il nostro buon Principe si apparecchiava a novella guerra, e provvedeva alla difesa della città, massime nell’ancora deboli fortificazioni del molo cominciate dallo Stigliola nolano, non che nella lunga costa fra la punta di Minerva e il capo di Miseno. Scoppiava il turbinio delle armi sul declinare dell’inverno, l’anno 1744, e venne pur minacciato il passaggio del Tronto dal generale tedesco Broun, cui fidato aveva l’antiguardo il primo reggitore di quell’esercito Lobkowitz. Ed anche in una di quelle scaramucce fu notabile un dragone napoletano, il quale, sul punto di cader prigione in mano a un drappelletto di cavalieri ungheresi, non si perdè già di animo, ma dato di sproni al cavallo, snuda la sciabola e si pone in atto fierissimo di combattere: sette ne uccide con valore inestimabile, altri ferisce, altri fuga con fortuna maggiore: poi deponendo a piedi del Gages le spoglie ostili e le armi, fu lieto magnanimamente delle sole laudazioni del commilitoni co’ quali divider volle le dugento monete d’oro graziosamente proffertegli, ma da lui non mica pregiate.
Le strade degli Abruzzi ardue erano sopra ogni credere in quella stagione di tempo, coperte di neve, e per recenti piogge men praticabili ancora; talchè l’Austriaco rifaceva sue peste, in Roma riducendosi. Carlo allora non vuol più indugiare a difesa, ma da Chieti, da Pescara, da Ortona, da Castel di Sangro e da altri campi abrutini batte le vie di Celano e di Venafro, e per Ceperano mena egli stesso i suoi diciannovemila soldati, i quali rassegnando ventidue reggimenti da piè, cinque squadroni di cavalli e abbondanti artiglierie, si congiungevano con le squadre filippiche, altri ventimila soldati tra fantaccini e cavalieri. Nè crediate, che gli antichi vostri commilitoni in quella guerra, destri tutti si fossero ed anziani ed alle faticose esercitazioni indurati.
Cinque reggimenti interi appartenevano a quella maniera di urbana soldatesca, che in luogo del Battaglione ordinato dal Rivera su lo scorcio del secolo XVI siccome guardia cittadina, creato avea re Carlo con editto del 1743, sotto nome di reggimenti provinciali, dodici nel numero, quant’eransi allora le cisfarine provincie.
I Cesarei al numero di trentacinquemila avevano fermato il campo e gli alloggiamenti: i nostri e gli Spagnuoli da Frosinone dilungavansi alle sponde del Teverone per Anagni e Terni. Si videro i primi drappelli dell’un campo e dell’altro, volteggiarono, squadraronsi, si tastarono, corsero a misurarsi. L’ avanguardia napolitana governata dal duca di Modena Francesco III d’Este sloggia da Valmontone un nerbo di Ussari, mentre il nostro duca di Atri trae pugnace a Monterotondo, dov’era altra forte guardia a parchi. Allora fu che l’inimico, accennando di prender battaglia, piegato sto a mancina per ridurre il campo a Velletri; ma lo prevengono i nostri più vivaci ed animosi; sicchè non a lui rimane che piantar le linee su la montagna della Faiola, distendendosi di verso Gensano e Nemi co suoi più numerosi cavalli. Nè pareva troppo inchinato al combattere; perrocchè assai speravasi in Vienna e nel campo, che gli stessi Napoletani avrebbero favoreggiato l’austriaca signoria, e si tentavano novellamente gli Abruzzi e san Germano, inviando su cotali punti buona mano di soldatesca a comandi de generali Gorani e Novati. Pure fu indarno; chè non solo ostava loro la fede e il non tiranneggiato vivere de’cittadini; ma la forza eziandio colà mandata tostamente sotto la guida del colonnello Vargas e del duca di Laviefuille. Per la qual cosa si alzaron le tende cola, dove ognuno credeva di dar pronta battaglia: andò a rilento la guerra; e Velletri e le pianure e i monti all’intorno furon coperti di accampamenti.
Siede la terra di Velletri sopra ameno colle e in mezzo a campagne popolate di vigne e di oliveti. Tre valli la circondano, bagnate da umile tortuoso torrente, e la incoro nano vaghi poggi verso i punti d’occidente e di settentrione; sicchè l’occhio, che si spazia su le deliziose convalli a mano a mano digradanti vede sorger maestoso il monte Artemisio quattro miglia lontano dalle mura, e più torreggianti ancora e più oltre le vette della Faiola. Mille prove nell’armi, mai in campale giornata, colà si fecero valorosamente, e le milizie erano dalle continue vigilie stancheggiate e impazienti. A mezzo giugno il reggimento Pallavicino (che sempre fu cordoglio d’Italia, dar braccio alcuni ingrati al l’oppressore) con un polso di Croati e di Ussari sorprende nel buio della notte il clivo di santa Maria degli Angeli, siccome posto avanzato della città a solo un miglio; ma non ostante poi che l’avesse l’inimico afforzato di artiglierie, come prima annotta il di seguente, corrono i nostri a rinsignorirsene, nè curando i maggiori aiuti de’colonnelli Vallis e Marulli, escon dalle difese, spingonsi alle offese ed al rincalzamento, e s’impossessano eziandio d’altre trincee presso la fontana della Spina e sull’Artemisio, combattendo, facendo prigioni, e predando munizioni, armi e vettovaglie. Del quale evento tracotantemente sdegnato il capitano alemanno, pensò vendetta feroce, di rompere cioè gli acquedotti che da suoi monti partivano, e deviandone il corso, far mancare la fonte perenne di Velletri, che ne abbelliva, come or ne abbella, la piazza e ne allegra i valorosi e maschi cittadini.
E stato sarebbe quello l’ulti mo giorno della guerra, se le carte del filosofo corona to e del guerriero intronizzato avessero come a tempi nostri già creato la scienza degli ampi ordinamenti; perrocchè se alla prima succedeva la seconda schiera, di aiuto ne’ sinistri, di rinforzo ne’ successi, e tutte poi le colonne del nostro Carlo chiamavano a battaglia l’oste nume rosa, altro non rimaneva che scender da monti ed assalir questa a rovescio, confondendola, e sperperandola affatto co’cavalli.
Erasi tornati all’usata lentezza e con assai mala fama del
conte Lobkowitz. Il quale perciò, chiamati i suoi a consiglio il dì 8 del mese di agosto, propone e ferma una universale incamiciata nella notte del decimo giorno. Tentennavano allora i destini del regno; ma forti voi, ma prodi, e qual’n’ho fede che sempre sareste, veri Napoletani vi dimostraste. Tutto quel giorno frattanto non cessò il cannone alemanno dallo sparare senza posa, per frodare l’intento.
Broun fingendo di muovere verso Fiumicino, per alcune vigne non segnate da sentiero, intende a riuscire sul cammino postale fra Napoli e quelle terre, e l’altro generale Andreassi allo stesso punto convergendo batte insolito viaggio per montuose selve e s’apparecchia ad assaltare il padiglione maestro napoletano sull’ eminenza de Cappuccini, ov’era eziandio l’alloggiamento regio in casa Ginetti, principesco palagio e ricco di strane e curiose cariatidi. Era questa minaccia sulla mancina: su la destra traeva Plaz, forte capitano di numerosa schiera, per torre in possesso l’Artemisio e teneva in armi e pronta la battaglia il supremo condottiero.
La fortuna menava a buon compimento il disegno: le prime scolte di Velletri sono ingannate, la principal porta violentata, assaltato il campo. Si dà nelle trombe e ne tamburi: i nostri corrono all’armi e all’ordinanze, e all’intimata arrogante de nemici rispondono ardite parole e fatti illustri: – gli impotenti e i codardi cedon l’armi ancor vivi, dicon essi, ma i prodi, estinti solamente. – Cade spirante il colonnello Macdonald, mentre alzando il braccio grida: unitevi, seguitemi: il colonnello Niccolò Sanseverino, cui una palla da cannone spezza ambedue le gambe, inanimisce i suoi cadendo; nè si ristanno le guardie vallone, anzi più ardenti ribollivano al veder semianime cadere il loro colonnello conte Beaufort per palla arrivatagli nel petto. A quella vista s’accresce l’ira; e benchè ferito alla coscia, combatte da forte il nostro principe della Riccia co’ suoi prodi soldati, comechè di corto coscritti, del reggimento Terra di Lavoro. Carlo, dolente di esser caduto in mano all’inimico il suo luogotenente generale Mariani, su la parte soprana della città, schiera in fretta i soldati e li rassegna e li conforta, loro dicendo: – Affidatevi nel vostro re, nella virtù vostra; rammentate la patria, i figliuoli, l’onore – Muovono rincorate allora le colonne, ripigliano i campi abbandonati, l’Artemisio, i colli: feriscono, uccidono, fanno prigioni, tolgono bandiere ed artiglierie. Il Castropignano, i marescialli di campo Lessi e Wirtz, i colonnelli Placido di Sangro e Giorgio Corafà fan prodigi di valore fra più sublimi, e s’estolle fra gl’infimi il sergente Silvio Persico.
Era in volta l’esercito avverso: gravemente ferito l’Andreassi; prigionieri di guerra il Novati, un colonnello, diciotto uffiziali notabili, quasi ottocento soldati, oltre a due mila fra morti e feriti: Lobkowitz, indebolito d’animo, di possanza, di fama, lascia a noi la vittoria.

 

 

 

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