Nell’undicesimo secolo divampò nella diocesi di Milano un’aspra e scandalosa diatriba in merito al celibato obbligatorio per i preti. Si sfidarono i cosiddetti Patarini ed i Nicolaiti.

San Pier Damiani, propugnatore della castità del clero, si scagliò contro il midollo del diavolo, il veleno delle menti, la meretrice. Si riferiva alle mogli dei preti, legittime perché fino ad allora era sempre stato accettato il matrimonio dei sacerdoti.

Nell’anno 1059 papa Nicolò II tenne un Concilio in Laterano contro i fautori del concubinaggio, chiamati ora nicolaiti in ricordo di una setta cui era attribuita la fornicazione ed il matrimonio. In quel concilio furono scomunicati i preti ammogliati e fu proibito ai fedeli di assistere alla loro messa. Fra gli scomunicati finì pure Ariberto, Vescovo di Milano, anch’egli sposato.

Gli scomunicati, dal loro canto, ricordavano il Concilio di Roma dell’anno 381 nel quale Sant’Ambrogio respinse il voto di castità per i preti dicendo “che la perfezione dei cristiani consiste più nella carità verso il prossimo, che nella castità assoluta” e “che non si pretendesse di più dai preti del suo tempo di ciò, che volevano gli Apostoli”. Continuarono così a vivere con le proprie mogli.

La Chiesa di Milano si spaccò. Un prete, Landolfo Cotta, fratello d’Arlembaldo, prefetto della città, cominciò a predicare contro i preti ammogliati con toni violenti, invitando i fedeli a fare a pezzi i sacerdoti con mogli, a saccheggiarne le case, ad appropriarsi dei loro beni. Così la città cadde in prepotenze e spoliazioni.

Guido da Velate, Arcivescovo di Milano, tentò di calmare le acque, ricordò ai sostenitori di Cotta e Arnaldo i passi della Scrittura a sostegno del matrimonio dei preti, ricordò le tradizioni di Sant’Ambrogio e, su consiglio del pontefice, convocò un Concilio a Fontaneto d’Agogna per risolvere la disputa, ma la scintilla era ormai diventata un grande incendio: i preti ammogliati scomunicarono Arialdo, Cotta e i loro aderenti e questi continuarono a spingere il popolo minuto alla rapina dei beni dei loro avversari. Arialdo e Cotta si rivolsero al papa, ma anche Roma, soprattutto col Cardinale Dionigi, c’erano pareri discordanti ed in molti davano loro torto, temendo che il celibato obbligatorio avrebbe avuto per necessaria conseguenza il libertinaggio ed asserendo che ogni riforma sarebbe dovuta comunque passare per vie pacifiche.  In questo periodo i seguaci di Arialdo, che si autodefinivano fideles, cominciarono ad essere chiamati dai loro avversari “Patarini”.

L’azione degli anti-nicolaiti trovava sostegno grazie al disprezzo che il popolo mostrava per l’ostentazione del lusso che caratterizzava il clero locale. I patarini, lanciando l’idea di una purificazione morale del clero, raccolsero ampi strati della popolazione urbana.

Il pontefice non prese alcuna decisione ma inviò a Milano il cardinale Pietro Damiani e Anselmo Badagio, Vescovo di Lucca – poi papa col nome Alessandro II -, affinché convocassero un Concilio Provinciale. Così avvenne ma i disordini in cui era precipitata la città furono tali che alcun dibattito fu possibile e la fazione contro il concubinaggio vinse. L’Arcivescovo Guido da Velate fu condannato a cento anni di penitenza, con facoltà di riscattarsi col versamento di large somme di denaro a Roma. Ma fu respinto, i preti continuavano ad avere con sé le loro mogli ed i figli nati dal matrimonio anche perché non era facile scegliere di abbandonarli al loro destino. Anche il nuovo pontefice, Alessandro II, ribadì le norme sul celibato obbligatorio e, con Landolfo Cotta morto, Arialdo e suo fratello Arlembaldo accesero una vera e propria guerra civile fatta di tumulti, vendette e stragi costringendo l’arcivescovo fuggire a Novara e da lì a scomunicare i suoi oppositori. Finito prigioniero, fu forzato però a ritirare la scomunica e a rinunziare all’arcivescovato, poi fu abbandonato in balia del popolo che lo spogliò e lo pestò sino alla morte.

Dopo ciò Arlembaldo pubblicò un decreto con cui si obbligarono i preti a non contrarre più matrimoni pena la confisca d’ogni loro avere e così una nuova caccia al prete con moglie si scatenò in città garantendo immunità nei saccheggi. Da Roma nuovi legati furono inviati a pacificare Milano, ma invano. Arialdo finì castrato, amputato della mano destra, torturato a morte e gettato nelle acque del Lago Maggiore, Alessandro II lo proclamò santo. La guerra civile allora diventò generale e Milano fu quasi distrutta da un incendio.

Nel 1073 fu fatto papa il Cardinale Ildebrando col nome di Gregorio VII e convocato poi un concilio a Roma nel quale fu decretata la necessità assoluta del celibato obbligatorio dei preti, pena l’esser deposti. Davanti a ciò, non solo i tumulti si estesero all’intera cristianità, ma, essendo i preti ammogliati in preponderanza, nella maggior parte delle chiese fu resa impossibile ogni funzione. Lo scontro sanguinoso tra patarini e nicolaiti continuò a interessare principalmente Milano perché qui si era conservato l’uso di scegliere i preti anche tra gli uomini sposati Arlembaldo fu ammazzato e proclamato santo mentre a Milano i nicolaiti assumevano il controllo totale della diocesi.

Il nuovo Arcivescovo, Tedaldo, lasciò la moglie a chi l’aveva e, malgrado le tante scomuniche del papa, riuscì a tenere tranquilla la diocesi. Dopo di lui l’imperatore nominò a arcivescovo Anselmo da Rho che si riappacificò con Roma e lentamente portò il clero milanese ad accettare di non contrarre matrimonio.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Borella, La guerra anticelibataria