Nel penultimo anno del suo viceregno, il conte di Lemos predispose severe misure di vigilanza e repressione per difendere i Regi Lagni dall’invandenza delle attività agricole, specialmente dell’industria della canapa e del lino.

Il 23 giugno 1615 fece promulgare una prammatica che fu costantemente riconfermata dai suoi predecessori. I canali andavano tenuti in uno stato di efficienza impeccabile, col ricorso a manutenzioni ordinarie e straordinarie cui i privati non potevano opporsi altrimenti tutta la pianura campana sarebbe precipitata in insalubrità, inondazioni, allagamenti, morbi.

In considerazione dei danni agli alvei causati dal transito di animali e carri, dal pascolo lungo gli argini, dallo scarico di rami ed erbacce provenienti dai terreni circostanti e dalle “parate” ossia dagli sbarramenti eretti per la pesca delle anguille, per prelevare acqua o per effettuare la macerazione di lino e canapa, furono introdotte sanzioni, confische, torture e carceri.

La Giunta dei Regi Lagni consentì che la macerazione di canapa e lino si facesse ma solo lungo i vecchi lagni, tollerandole per un numero di giorni prestabilito, non ammise mai le “parate” perchè esse ostacolando il corso dell’acqua, danneggiavano i terreni più a valle. Di solito lo sbarramento si predisponeva nell’alveo del “lagno mastro” cosicchè la poca acqua presente nei periodi estivi entrasse nella “mezza luna” praticata a lato. Quando sopraggiungeva però la stagione delle piogge, bisognava eliminare l’ostacolo, altrimenti tutti i terreni circostanti finivano allagati. La disciplina del Lemos si mostrò così giusta che si ritrovava riproposta ancora nel Regolamento per la polizia dei Regi Lagni di Terra di Lavoro nel 1833.

Le violazioni delle regole inerenti l’industria della canapa però furono enormi. Alla fine del Settecento l’aria di Acerra era “molto nociva, specialmente di estate, e di autunno, per ragioni della matura dè canapi, che si fa nel bosco di Calabricito”, riferisce il Giustianiani. Per la stessa ragione disagi e problematiche varie affliggevano Marcianise, Casaluce, Casal di Principe, Aversa, Pomigliano d’Arco e Caivano, dove i fusari lasciavano “gli stipiti di quella pianta triturati nelle pubbliche strade, vanno quelli a marcirsi colle piogge, ed infettono l’aria non poco, non senza pericolo di cagionar dell’infermità nell’autunno”.

Il Lemos dispose che i controlli spettasse a dei guardiani. Nel 1616 li guidava Giovanni Caliendo, ma in generale la loro scrupolosa attività trovava l’indifferenza dei feudatari di Terra di Lavoro. Tutto emerge nella “disputa del Porcile” del 1629 che riguardò Giulio Bonito, barone di Casapesenna e feudatario del Porcile perchè “l’acqua del lagno vecchio, che sta tra il Porcile et Arnone, non ha exito et sborra sopra detti territori”.

Scipione Rovito, presidente della Regia Camera, ordinò al barone di rimuovere dal corso dell’antico Clanio la terra e la vegetazione che lo intasavano ma Bonito non lo fece ed accusò i proprietari di altri canali vicini di generare i gravi problemi della zona, in particolare puntò il dito contro Prospero del Tufo. Furono mosse istanze, redatte memorie, coinvolti avvocati e commissari, ignegneri e tecnici, fatti ricorsi e appelli. Ogni avvocato fiscale della Regia Camera, ogni nuovo commissario, ogni ignegnere addetto ad eseguire perizie, non approdò a nulla e, dopo trenta anni, la questione era ancora aperta. Nel 1661 gli abitanti del casale di Arnone erano ancora soffocati dall’acqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Fiengo, Il bacino idrografico dei Regi Lagni