Quando nel 1610, per volontà di Conte di Lemos e sotto l’egida di Giulio Cesare Fontana, iniziarono i lavori per la realizzazione dei Regi Lagni il viceregno spagnolo osava affrontare un problema che da secoli attanagliava la Campania Felix. Le continue inondazioni del fiume Clanio, infatti, tormentavano le popolazioni locali e impedivano lo sviluppo urbanistico sin dall’epoca romana quando Livio e Virgilio descrivevano Acerra e Liternum come siti spopolati e assediati dalle acque. Tali effetti negativi si accentuarono nel Medioevo e persistettero sino al tramonto Cinquecento, quando il viceré Pedro de Toledo iniziò a mostrare attenzioni per certe problematiche.

I Regi Lagni sono canali rettilinei che raccolgono acque piovane e sorgive convogliandole dalla pianura a Nord di Napoli per oltre cinquantasei chilometri da Nola verso Acerra e quindi al mare, tra la foce del Volturno ed il lago di Patria, estendendosi lungo centodiecimila ettari pianeggianti dalle grandi qualità agrarie, delimitati a nord-ovest dal litorale domizio e dal bacino del Volturno, a sud-est dall’area casertano-nolana ed a sud-ovest dai Campi Flegrei. Si tratta di un’opera realizzata da architetti di talento come Fontana, Tortelli, Casale… che va a comporre un complesso sistema di drenaggio svolgendo una funzione fondamentale per la tutela dell’equilibrio idro-geologico e rappresenta una delle opere maggiori di quel tempo.

L’opera di bonifica del Conte di Lemos realizzò canali e collettori per le acque, rettificando il corso del Clanio, alimentato oltre che dalle acque pluviali, anche dalle acque di Mefito, Calabricito e del Somma. Fu tutto concluso nell’arco di sei anni sulla base di un preciso progetto che considerava attentamente questioni geografiche e morfologiche e poneva definitivamente fine al problema delle inondazioni. Oltre ad essere un bene storicamente rilevante, i lagni sono anche qualcosa da conservare in maniera responsabile e attiva per la difesa del territorio. Al contrario, proprio l’assenza di attenzione e consapevolezza della loro utilità – e al contempo della delicatezza – , fa si che oggi versino in un indecoroso stato di abbandono.

I Regi Lagni servivano a drenare l’acqua da zone come quella di Sarno che rischiava di franare anche allora ed in più, in quanto sede di una notevole sedimentazione di detriti erosi dalle circostanti fasce montane. Ormai scomparsi i filari di pioppi settecenteschi, distrutti i mulini e gran parte dei ponti in muratura – spesso sostituiti con anonimi manufatti in cemento – , i lagni si distendono in un contesto in cui i centri urbani che continuano caoticamente a dilatarsi, dislocati a destra e a sinistra del loro tracciato. Tutto ciò mette a rischio la tenuta degli equilibri morfologici.

Il vicerè si insediò in un momentro delicato. Nell’inverno del 1599 i territori di Marigliano e Nola finirono sommersi a causa della rottura delle “ripe” prodotte dalle abbondanti precipitazione e la cosa si era ripetuta nelle primavere del 1600 e del 1601 ed ulteriori allagamenti si verificarono nell’aversano. A poco eran valsi i piccoli lavori di Domenico Fontana, architetto romano, ex-tecnico di fiducia di papa Sisto V, chiamato dallo Zuniga, ma bloccato dall’insufficienza dei fondi disponibili. Il Conte di Lemos dispose uno stanziamento straordinario di circa tremila ducati e finalmente assegnò a Giulio Cesare Fontana, figlio di Domenico, morto nel 1607, il compito di portare a termine i progetti paterni con grandi lavori di canalizzazione, prosciugamento, ricostruzione, tracciatura e rettifica dei corsi. L’ingegnere, divento Primo tecnico del Regno di Napoli, non solo rettificò l’andamento del Clanio, ma ne incrementò ed unificò le sezioni, la sua lunghezza fu triplicata per potervi contenere le acque fluviali e farvi affluire quelle sorgive. Inoltre furono costruiti nuovi canali, rafforzati con argini e lavori in muratura.

In sei anni il viceré investì duecentocinquantamila ducati, usufruendo di una serie di imposte stabilite dal suo predecessore, il Conte di Benavente, cui forse si deve il vero successo sui baroni riottosi ai progetti di bonifica e pronti a servirsi della corruzione dei pubblici ufficiali. Egli visitò i lagni il 12 aprile del 1616, appena due mesi prima di lasciare il regno.

Grande fu l’attenzione invece avuta per quest’opera nel corso dei secoli: già nel penultimo anno del suo viceregno, Pietro Fernandez di Casto, conclusa l’opera di bonifica di Caserta ed il Sud di Terra di Lavoro, predispose severe misure di vigilanza e di repressione atte a difendere i lagni dall’invadenza delle attività delle industrie di canapa e lino, e, nel 1749, Carlo di Borbone preoccupato di assicurare maggiore stabilità alle sponde degli alvei, ordinava la collocazione di pioppi su entrambi i lati dei Regi Lagni con un ritmo di seimila piantate l’anno. La bonifica seicentesca fu, inoltre, ripresa agli inizi dell’Ottocento e prosciugate le paludi di Acerra, Candelaro, Aurno, Loriano, Maddaloni, Sant’Arcangelo, Pozzobianco, Ponterotto, Pascarola, Apramo e Melaino, con nuovi lavori alle sorgenti della tenuta di Carditello. A seguito di un decreto reale del 1839 fu, poi, la volta dei lavori al bacino inferiore del Volturno, imponenti opere di bonifica che comportarono il tracciamento di molte strade come la Capua-Santa Maria la Fossa-Grazzanise, la Arnone-Castel Volturno e la Pozzuoli-Qualiano-Giuliano.

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Fiengo, Il bacino idrografico dei Regi Lagni