Il 25 giugno del 1470 i turchi iniziarono l’attacco che avrebbe tolto Negroponte ai veneziani. Tutto è così descritto da Lorenzo Pignotti in Storia della Toscana sino al principato.

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Mentre piccole guerre eccitate da più piccole cause laceravano quasi continuamente l’Italia, e tenevano divisi gli animi de numerosi Principi e Repubblichette, il distruttore del Greco impero s’avanzava colle conquiste nella Grecia, s’accostava all’Italia. Parea che gli italiani Principi dormissero in faccia al pericolo: solo destavansi tratto tratto allo scoppio d’un tristo avvenimento peggiore de consueti, come nel 455, alla presa di Costantinopoli. Formarono allora delle confederazioni contro il comune nemico, ma ricaddero presto nel solito letargo. In quest’anno una strepitosa sventura di nuovo gli riscosse, la presa dell’isola di Negroponte perduta dai Veneziani.

Essa è l’antica Eubea, e un sottilissimo braccio di mare la divide dall’antica Acaja; e la solita oscura tradizione porta che, come la Spagna dall’Africa, la Sicilia dall’Italia, da un terremoto fosse l’Eubea staccata dalla terra-ferma.

L’isola era e popolata, e doviziosa per prodotti del suolo, e per commercio, ed uno de più ricchi stabilimenti veneti. Fu attaccata l’Isola da Maometto II con forze che sono probabilmente esagerate dagli scrittori. Secondo la loro testimonianza 300 navi portarono 70 mila guerrieri, e un’oste innumerabile si avanzava per via di terra. Se i provvedimenti fatti dai Veneziani ad assedio incominciato, fossero stati presi nell’ innanzi, forse quest’isola importante si sarebbe salvata. Non avevano che una flotta di circa 55 galee, che dovette ritirarsi in faccia alla nemica: fecero i Turchi un ponte di barche, che congiungeva l’isola colla terra ferma, e attaccarono la forte principale città, l’antica Calcide, colla stessa facilità che una città di terra. Se la flotta preparata per tempo ed accresciuta (ciocchè a quella potente Repubblica era assai facile) avesse coll’artiglieria ruinato il ponte, si sarebbero trovati i Turchi in grande imbarazzo. Fu realmente accusato di questa mancanza il Canale, ammiraglio, e perciò disgraziato. Si dice che fu consigliato dalla maggior parte a spinger le navi contro il ponte, e tentar così di ruinarlo, quando la flotta turca s’era allontanata: i Turchi lo temevano, e Maometto ebbe voglia di ritirarsi in terraferma; ma fu trattenuto da un suo ufiziale, che gli rappresentò lo scoraggimento che ne prenderebbero i soldati.

Il Canale per far quella o altra operazione volle aspettare un rinforzo di navi, che giunse il giorno dopo alla caduta della piazza. Gli assediati si difesero con indicibil bravura.

Dal 25 giugno al dì 11 luglio si dettero dai Turchi alla città quattro orribili assalti: il numero di essi restati

morti eccede ogni credenza: ma dove l’esecuzione degli ordini è accompagnata dal favore del padrone, o a morte, gli sforzi sono terribili. Nel quarto ed ultimo assalto entrarono i Turchi nella città a traverso un gran tratto di muro ruinato. I disperati abitanti la difesero palmo a palmo; ma la più gran parte furono sterminati dal ferro ottomano. Molti dei principali Signori vi furono trucidati; e fra questi Erizzo, a cui Maometto avea promesso la vita, fu segato fra due tavole.

La nuova di questa sventura riempì di terrore l’Italia. Il Pontefice invitò tutte le Potenze italiane ad una lega contro il Turco, a cui s’unirono la maggior parte: ma quel calore, acceso nell’istante del doloroso avvenimento, presto si estinse, e si ricadde nell’antico sopore. I Fiorentini dettero il loro nome in quella lega per decenza, ma si sarebbero guardati da prendervi una parte attiva. Miravano con qualche segrete piacere la disgrazia e la diminuzione di potenza de Veneziani, loro rivali nel commercio: godeva la fiorentina nazione uno special favore di Maometto II per cui ne suoi domini era rispettata, e potea liberamente commerciare: nella stessa città di Negroponte tenevano i Fiorentini de’ ricchi fondachi pieni di sete, e di panni, e nella comune devastazione le loro persone e proprietà furono salve.

 

 

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