Alla morte di Adriano VI ebbe luogo un turbolento conclave. I porporati furono chiusi in circa quaranta celle, disposte in due file lungo le pareti della Cappella Sistina. Passò l’intero mese di ottobre senza che il conclave accennasse ad aprire le porte. Nel frattempo il malcontento in città cresceva. Giunti all’11 novembre – quarantaduesimo giorno di conclave – senza soluzioni, i magistrati romani riunirono in Campidoglio il consiglio del Popolo Romano che decretò la nomina di quattro nobili che iniziassero a moderare il cibo ai cardinali, in modo da spingerli ad affrantersi ad eleggere il papa. Non ci fu però bisogno di tali provvedimenti perchè, quando un cardinale francese, il Clermont, propose la nomina del cardinale Orsini, Pompeo Colonna, spaventato dall’idea che il suo acerrimo nemico divenisse papa, s’accordò con Giulio de Medici. Fu questi, il 19 novembre, ad esser proclamato papa col nome di Clemente VII. Il Colonna ne guadagnò il Palazzo Riario ed il vicecancellierato.

Figlio di Giuliano de Medici, fratello del Magnifico assassinato nella Congiura de Pazzi, il nuovo papa aveva quarantacinque anni, una profonda preparazione in studi umanistici e grande destrezza nelle questioni politiche. Come il suo predecessore, però, le sue preoccupazioni furono quelle di colmare la voragine finanziaria che minacciava il Papato e, insieme, quella di schiacciare l’eresia luterana e l’avanzata turca in Ungheria. Come Adriano VI fu tacciato di “fatale avarizia”, come scrisse il Giovio, ma a differenza sua non volle accentrare su di sé ogni affare, capì che il governo dello Stato necessitava di un ottimo segretario. Aveva a sua disposizione l’eccellene Guicciardini, ma gli preferì Giberti e Schonberg, un italiano filofrancese ed un tedesco filoimperiale. Come Adriando VI però finì travolto nello scontro tra Carlo V e Francesco di Francia.

L’Imperatore, vittorioso in Italia, invase la Provenza e per quaranta giorni le sue armate assediarono Marsiglia prima di ritirarsi davanti alla contromossa di Francesco che entrò in Lombardia, occupò Milano e assediò Pavia, il 28 ottobre del 1524. Clemente VII commise allora un grave errore di valutazione schierandosi contro l’Imperatore e iniziando un continuo balletto di accordi, giravolte, mosse e contromosse. Stipulò col francese un’alleanza segreta a carattere difensivo, unendosi anche a Venezia. L’accordo fu reso pubblico nel gennaio del 1525, proprio quando iniziavano i rovesci degli imperiali. Nel febbrio la battaglia di Pavia vedeva i francesi subire una completa disfatta ed il re stesso finiva prigioniero di Carlo V. A Roma, tutti i partigiani cesarei levarono grandi acclamazioni, il Colonna dava un grande festino in onore dell’imperatore, il duca di Sessa faceva sparare salve di gioia. Nel frattempo il duca d’Albany, spedito da Francesco contro il Regno di Napoli, avvertito della sconfitta, ripiegava in città, accompagnato dagli Orsini. Fu accolto da armigeri dei Colonna, sorpreso nei dintori dell’Abbazia delle Tre Fontane e assalito. Il francese entrò in città inseguito dai colonnesi, portando gli scontri a Piazza Giudea ed a Monte Giordano. Qui francesi e Orsini si asserragliarono. Il papa allarmato da tanto disordine, fece piazzare le artiglierie al Vaticano e porre in allerta la guarnigione del castello e la guardia svizzera. Il giorno dopo ottenne che l’Albany se ne andasse e che i colonnesi riponessero le armi. Poi iniziò a riavvicinarsi agli imperiali sancendo anche una lega col Lannoy, viceré di Napoli, che gli costò migliaia di ducati ma che poi non ricevette la ratifica di Carlo.

Così il pontefice riprese il suo balletto. Francesco II Sforza, tornato a Milano ma come burattino dei cesarei, rimise mano ad una lega anti-imperiale con Venezia ed il papa. Il suo cancelliere, Girolamo Morone, pensò di coinvolgere anche il Marchese di Pescara, ma questi rivelò la trama dell’intrigo a Carlo e allora lo Sforza finì braccato dagli spagnoli nel castello di Milano. Non appena il re di Francia tornò in libertà, il pontefice gli spedì un suo messo per invitarlo a riprendere la guerra e si coalizzò nuovamente con lui nella Lega di Cognac, con Milano e Venezia.

Informato di tutto, l’imperatore inviò in Italia un suo sodale, Ugo di Moncada, ma i tentativi diplomatici fallirono, Clemente VII non ne volle sapere di togleire il suo consenso alla lega. Le operazioni militari intraprese dalle truppe pontificie, venete e fiorentine, al comando di Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, capitano generale dei veneziani, non ebbero però tanta gloria. Milano non fu liberata. Un secondo corpo pontificio, inviato contro Siena col proposito di ampliare lo Stato fiorentino, fu sbaragliato. La Francia invece restò a guardare. Fu in questo clima che si verificò il Sacco di Roma.

Carlo III di Borbone-Montpensier, sbarcato a Genova sotto le insegne dell’impero, spedì una lettera al papa in cui comunicava la sua venuta come luogotenente e capitano generale di Carlo V. Il pontefice, visto il cattivo andamento della guerra, volle finalmente ascoltare Ugo di Moncada ma questi ora gli proponeva condizioni di pace più gravi. Nel frattempo i turchi avevano approfittato delle divisioni della cristianità per battere gli ungheresi a Mohacs. Il papa iniziò a riflettere sul da farsi quando fu colto dalla notizia che un esercito di duemila uomini capeggiato dal cardinal Pompeo Colonna, da Ascanio Colonna e da Vespasiano Colonna, affiancati dal Moncada, si accingeva a marciare da Anagni su Roma. Al diffondersi di questa notizia, il popolo accorse nelle strade inveendo contro il pontefice e le gabelle da lui imposte. Grida di “Impero! Colonna! Libertà!”, tuonarono in tutta la città. Fu inutile a questo punto chiedere consiglio al saggio Guicciardini, troppo a lungo tenuto in disparte: il balletto di Clemente VII stava assumento un risvolto tragico.

L’armata colonnese passò Ponte Sisto e Porta Settimiana per assalire la Porta Santo Spirito. A mezzogiorno irruppe in Piazza San Pietro. Clemente VII si era rifugiato a Castel Sant’Angelo, mentre i suoi svizzeri si arrendevano ed il palazzo finiva messo a soqquadro. Rinchiuso in Castello, si rese conto di non avere alternative e capitolò. Il giorno dopo il Moncada gli fece firmare una tregua in base alla quale le milizie e le navi già da lui spedite agli eserciti della lega, vennero ritirati. Non tardò però Clemente VII ad assoldare armati ed a vendicarsi dei Colonna facendo assaltare e bruciare i loro castelli. Il papa sembrò non accorgersi che il peggio, per lui, doveva ancora accadere. Eppure le forze imperiali – il cui nerbo maggiore era costituito dai lanzichenecchi di Frundsberg – avevano la meglio sui campi di battaglia lombardi e si ritrovarono spalancate le porte dello Stato Pontificio dal Marchese di Mantova, dal Duca di Ferrara e dal Duca di Urbino. Il papa sollecitò l’ingegnere Antonio da Sangallo il Giovane a velocizzare i lavori delle fortificazioni, poi minacciò di scomunica i Colonna ed il vicerè di Napoli che stava portando i suoi eserciti ai confini dello stato ecclesiastico e quando si decise a firmare una pace con l’imperatore, promettendo il pagamento di duecentomila ducati e la consegna di Parma, Piacenza e Civitavecchia, subito s tracciò tutto al prestar orecchio a notizie – poi rilevatesi infondate – di un imminente soccorso francese. Riuscì a firmare un armistizio col Lannoy, restituendo i territori sottratti ai Colonna e finendo pure col licenziare i suoi eserciti. Cecamente non dette importanza alla marcia del Borbone i cui uomini, famelici di vettovaglie e denaro, di lì a poco avrebbero posto al sacco l’Urbe.

Con la città sporca di sangue e rovine, dopo un mese di assedio al castello, il 7 giugno 1527, il papa si rese prigioniero, con tredici altri cardinali. Accettò di pagare quattrocentomila ducati e di consegnare Castel Sant’Angelo, le fortezze di Ostia, Civitavecchia e Civitacastellana e le città di Parma, Piacenza e Modena. Tutta la sua politica era fallita. Il suo balletto di posizioni culminava con sei mesi di prigionia.

Il papa visse umiliato ed in povertà ad Orvieto ed a Viterbo. Nell’settembre del 1528 si riavvicinò a Carlo V, totalmente cambiato, pronto ora ad accodarsi ad una politica realistica. Rientrò a Roma il 6 ottobre, scortato dagli stessi soldati imperiali. Si mise tutto alle spalle e nel febbraio del 1530 pose sul capo di Carlo due corone, quella d’Italia e quella dell’Impero, in una solenne cerimonia a Bologna. Da quel momento non indispettì mai l’imperatore. Alla Dieta di Augusta, gli si accodò accettando di fatto la famosa “confessione” con cui in sostanza si accettavano gli stati protestanti. La cosa si ripeté nella Dieta di Ratisbona, davanti al pericolo dei turchi che avanzavano in Ungheria. Il protestantesimo però fu vittorioso anche in Svizzera, nonostante la vittoria dei cattolici sul cantone di Zurigo dell’11 ottobre 1531, a Kappel, dove anche Zwingli fu ucciso, e persino in Inghilterra dove il re si prese da solo il divorzio negato da Clemente VII. Forse l’unica azione di una certa pericolosità che intraprese fu l’approvazione data ale nozze tra Caterina de Medici ed il duca d’Orleans, secondogenito di Francesco. Le celebrò egli stesso, a Marsiglia, superando le vivaci opposizioni dell’imperatore.

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografi: P. Pecchiai, Roma nel Cinquecento in Storia di Roma, volume XIII