Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX in Venezuela vi fu una notevole instabilità politica e numerosi colpi di stato. Nell’ottobre 1899, con la cosiddetta cosiddetta Revolución Liberal Restauradora prese il potere e s’installò come presidente e come comandante militare supremo il generale Cipriano Castro sotto la cui presidenza iniziò un periodo di saccheggi e disordini politici che coinvolsero cittadini e aziende straniere.

Il governo di Castro fu segnato da frequenti ribellioni, assassini o invio in esilio di oppositori, dalla sua vita stravagante e da contrasti con altre nazioni.
Castro fu definito dal Segretario di Stato degli Stati Uniti Elihu Root come “un pazzo brutale” e dallo storico Edwin Lieuwen “probabilmente il peggiore dei molti dittatori del Venezuela”.

Il paese aveva un forte debito estero prevalentemente in mani inglesi e tedesche, nonostante una rinegoziazione dei termini di concessione nel 1896 i pagamenti del debito furono irregolari dopo il 1897 e cessarono nell’agosto del 1901.
La cosa irritò la Gran Bretagna che possedeva oltre la metà del debito estero venezuelano, che nel 1881 ammontava a 15 milioni di dollari, e la Germania che oltre possedere una quota rilevante del debito venezuelano aveva effettuato rilevanti investimenti nel paese.
Nel luglio 1901 la Germania esortò il Venezuela in termini amichevoli a perseguire la richiesta di arbitrato internazionale attraverso la Corte permanente di arbitrato dell’Aia senza risposta e tra il febbraio e il giugno 1902 l’ambasciatore britannico in Venezuela inviò a Castro diciassette verbali circa le preoccupazioni del governo britannico, senza ricevere risposta a nessuno di essi.

Castro presumeva che, per seguire la Dottrina Monroe, gli Stati Uniti avrebbero evitato un intervento militare europeo tuttavia il neo-eletto presidente Theodore Roosevelt riteneva che la Dottrina si riferiva solo all’occupazione militare del suolo del paese e quindi di per sé non vietava interventi militari di nazioni europee per proteggere i loro cittadini e le loro proprietà e commentò pubblicamente.
“Se un paese del Sud America si comporta male verso un qualsiasi paese europeo, bisogna lasciare che il paese europeo lo sculacci”.

Nel giugno del 1902 Castro ordinò il sequestro della nave britannica The Queen, con l’accusa di portare aiuti ai ribelli impegnati in una nuova fase della guerra civile. Questo, assieme al fallimento della promessa di Castro di impegnarsi per via diplomatica col governo britannico, fece pendere la bilancia a favore di un intervento militare da parte della Gran Bretagna, con la cooperazione tedesca.

Il 7 dicembre 1902 Berlino e Londra lanciano un ultimatum che Caracas respinge. Quattro giorni dopo, l’11, anche Roma mandò un ultimatum, e pure questo viene respinto. Qualche giorno dopo comincia il blocco navale, le unità italiane si unirono a quelle britanniche e tedesche il 16 dicembre

L’ITALIA
L’Italia nel paese non aveva molti interessi, il censimento del 1891 registrò 3030 immigrati provenienti dalla penisola, circa il 6 % dei residenti stranieri, la maggior parte dei quali giunti a seguito di un accordo tra Roma e Caracas in base al quale agli emigranti sarebbero state pagate le spese di viaggio e concesse terre incolte.

Il principale interesse industriale era la concessione ottenuta nel 1898 dalla ditta Lanzoni, Martini & Co., con sede in Livorno, per la gestione venticinquennale di tre miniere di carbone nello stato di Bermúdezy e della ferrovia Guanta-Barcelona. Obiettivo dell’azienda era la vendita del carbone estratto alla Regia Marina Italiana.

Coinvolta dalle violenze che sconvolgevano il paese la comunità italiana sollecitò la diplomazia italiana per ottenere risarcimenti per i danni e le violenze subite lamentando 123 incidenti nella maggior parte dei casi violenze contro singoli emigranti ma senza ottenere soddisfazione.

Il governo italiano, che dal 1901 aveva iniziato a sospettare l’esistenza di piani anglo-tedeschi per costringere il Venezuela a pagare i debiti, cercò di farsi coinvolgere nelle trattative. La partecipazione del Regno d’Italia fu infine concordata con i britannici, questo “dopo che Roma aveva astutamente sottolineato che avrebbe potuto restituire il favore in Somalia” dove all’epoca gli inglesi avevano difficoltà nella repressione della rivolta del Mad Mullah e dei suoi dervisci.

La partecipazione italiana, voluta da Giuseppe Zanardelli e da Vittorio Emanuele III, fu motivata dalla volontà di gran parte della classe politica italiana di allora di non rimanere inerti in una crisi, nel quale avremmo potuto agire di concerto con altre grandi potenze navali dell’epoca, proprio come era successo ai tempi della rivolta dei Boxers in Cina, e ad evitare che i propri crediti venissero pretermessi a quelli anglo-tedeschi.

Gli articoli della Stampa, il primo giornale che si occupò della vicenda inizialmente appaiono molto più attenti alle iniziative militari delle due potenze maggiori, rispetto a quelle italiane. Comunque l’escalation è chiara. “L’Italia chiede tre milioni di lire al governo del Venezuela”, scrive La Stampa del 15 dicembre 1902. Il giorno dopo il ministro degli Esteri italiano, Giulio Prinetti, assume una posizione durissima.

Parla di “offese ai cittadini”, di “violazioni” di vascelli mercantili, di “mancati pagamenti” protratti per anni dei crediti contratti da Caracas, di inadempienza nei contratti governativi, di “danni alle proprietà di cittadini italiani durante le insurrezioni” e così via. Insomma una lista lunghissima di lamentele, riguardo alle quali l’Italia si attende “giuste compensazioni”. Il quotidiano romano La Tribuna loda la durezza del Prinetti, e afferma che la presa di posizione del Ministro degli Esteri “tende a rassicurare, con la colonia del Venezuela, tutte le nostre colonie, quasi sempre lasciate in colpevole abbandono”. E così La Stampa del 18 dicembre titola: “La rottura delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e il Venezuela. L’Italia si unisce all’Inghilterra e alla Germania”. E più sotto precisa che Roma ha ricevuto la benedizione di Washington: “L’attitudine dell’Italia è cordialmente approvata dal dipartimento di Stato”.

IL BLOCCO
La squadra navale che attuò il blocco dei principali porti venezuelani era così costituita: 8 navi britanniche, 4 navi tedesche e 3 unità italiane e agli italiani fu affidato il compito di bloccare il porto di Vela de Coro (Estado de Falcón).
La prima unità ad arrivare fu l’ariete torpediniere Giovanni Bausan, al cui comando vi era il capitano di vascello Francesco Orsini, che dopo il suo arrivo catturò alcune imbarcazioni venezuelane. Successivamente arrivarono l’incrociatore corazzato Carlo Alberto, capitano di vascello Martini comandante del gruppo navale italiano e l’incrociatore protetto Elba, capitano di fregata Raffaele Borea Ricci D’Olmo. Era previsto l’invio anche dell’ariete torpediniere Agordat che non poté giungere in tempo dato che al sorgere della crisi si trovava ai lavori.

In un paio di giorni tutte le navi della piccola marina militare venezuelana vennero catturate, seguirono uno sbarco per mettere in salvo i cittadini stranieri e tre bombardamenti costieri. Il 13 dicembre 1902, navi britanniche iniziarono un bombardamento contro le fortezze di Puerto Cabello, il 17 e il 21 gennaio vi furono da parte di unità tedesche i bombardamenti contro il forte di San Carlos che distrussero la fortezza.
Nel gennaio 1903, il boicottaggio aveva devastato l’economia venezuelana e un disperato Castro chiese al presidente Roosevelt di negoziare un accordo.

EPILOGO
Dopo aver accettato l’arbitrato di Washington, il 13 febbraio Gran Bretagna, Germania e Italia raggiunsero un accordo col Venezuela, riportato nel Protocollo di Washington. I debiti del Venezuela erano molto superiori al reddito del paese, nello specifico 120 milioni di Bolívar con 46 milioni di interesse, a essi si sommavano i 186 milioni chiesti come risarcimento per danni di guerra per un totale di 352 milioni, a fronte di un reddito annuo di 30 milioni. L’accordo ridusse il debito complessivo da pagare a 150 milioni e creò un piano per il pagamento che teneva conto del reddito del paese.

Il Venezuela accettò in principio di versare alle nazioni creditrici il 30% delle entrate dovute ai dazi doganali dei suoi due maggiori porti, La Guaira e Puerto Cabello. Ognuna delle nazioni europee coinvolte ricevette inizialmente 27.500 dollari, in aggiunta alla Germania furono promessi altri 340.000 dollari entro tre mesi. Al Regno d’Italia venne riconosciuta una prima indennità di 5.500 dollari, da pagare entro 60 giorni dalla firma dell’accordo, più 2.810.265 di lire motivati come danni di guerra. Con questa loro azione militare, Roma, Berlino e Londra avevano fatto però anche un favore alle imprese e ai cittadini degli Stati Uniti e di tutte le altre nazioni aventi interessi in Venezuela, poiché Castro, piegandosi ad accettare di pagare i reclami anglo-tedesco-italiani, aveva dovuto dare il suo assenso affinché anche tutti gli altri reclamanti stranieri godessero dello stesso trattamento.

Il blocco navale fu infine tolto il 19 febbraio 1903 all’entrata in vigore degli accordi.
Il Giovanni Bausan rimase in acque venezuelane fino al luglio 1903 per accertarsi del pagamento della somma concordata.
Tuttavia, i vari contenziosi tra il Venezuela e il mondo “civile” non si risolsero dato che Castro continuò a provocare Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Olanda e anche l’Italia dato che nel 1908, negò ad alcuni emigranti dalla Penisola di entrare in Venezuela.

Alla fine del 1908, sfruttando anche la momentanea assenza di Castro dal Venezuela, in quanto si era recato in Germania per curarsi, la marina da guerra olandese mise in atto un blocco navale davanti alle coste dello stato latinoamericano, blocco che porterà all’ennesimo colpo di stato e alla nomina a di un nuovo presidente che porrà fine alla crisi.

CONSEGUENZE
La partecipazione italiana al blocco, pur condotta in maniera meno aggressiva rispetto alle altre marine, le navi italiane non parteciparono ai bombardamenti costieri e il comandante in mare italiano si impegnò a proteggere dal sequestro da parte degli anglo tedeschi di navi neutrali olandesi e statunitensi, fu utile all’Italia.

Non solo i crediti italiani furono riconosciuti in ampia misura ma furono anche privilegiati dato che l’Italia come le altre due nazioni europee autrici del blocco ottenne un trattamento preferenziale ai suoi crediti, cosa che era respinta dal Venezuela e osteggiata dagli Stati Uniti. Il 7 maggio 1903 un totale di dieci nazioni, compresi gli Stati Uniti, sporsero rimostranze contro il Venezuela e sul fatto che vi fossero trattamenti preferenziali, rivolgendosi alla Corte permanente di arbitrato dell’Aia.
La Corte si pronunciò il 22 febbraio 1904, dichiarando che le tre nazioni autrici del blocco avevano diritto a un trattamento preferenziale nel pagamento dei loro crediti.

Gli Stati Uniti furono per principio in disaccordo con la decisione, temendo che tale sentenza avrebbe potuto incoraggiare futuri interventi europei in situazioni analoghe. La conseguenza fu la stesura del Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe, descritto da Theodor Roosevelt in un messaggio al Congresso del 1904 “All’interno dell’emisfero occidentale l’adesione degli Stati Uniti alla dottrina Monroe li può forzare, ancorché con reticenza, all’esercizio di un potere di polizia internazionale in caso flagrante di disordine cronico o di crisi di potere”.
In pratica il Corollario stabiliva il diritto degli Stati Uniti a intervenire con la forza per stabilizzare gli affari economici e politici dei piccoli stati dei Caraibi e dell’America Centrale nel caso questi non fossero stati in grado di far fronte al debito estero o di garantire la sicurezza dei residenti stranieri e dei loro beni, in modo da scongiurare futuri interventi europei.

Con questo gli Stati Uniti passavano dal mero contrasto alle iniziative coloniali europee nelle Americhe al diritto di intervento con la forza negli affari interni dei paesi latino americani se nel caos o mal amministrati.
Questo ufficialmente era per prevenire legittimi interventi di paesi europei a tutela di propri cittadini e dei loro beni che fossero minacciati in Sud America ma in pratica passando dal ruolo di fratello maggiore a quello del poliziotto che tiene l’ordine con le buone o le cattive nel proprio quartiere.

 

Autore articolo: Gianluca Bertozzi

In copertina: Incisione di Willy Stöwer raffigurante il blocco navale. Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. M. Raffone, Crisi in Venezuela e la lezione del passato; G. Ferraioli, L’Italia e l’ascesa degli Stati Uniti al rango di potenza mondiale, 1896-1909: diplomazia, dibattito pubblico, emigrazione durante le amministrazioni di William McKinley e Theodore Roosevelt; S. Pelaggi, Il colonialismo popolare. L’emigrazione e la tentazione espansionistica italiana in America latina; E. Fonzo, Italia y el bloqueo naval de Venezuela (1902-1903)

 

 

Gianluca Bertozzi, laureato in Giurisprudenza, è studioso di storia militare