Louis-Joseph de Bourbon, sebbene fosse il Duca di Vendome ed il generalissimo delle truppe francesi in Italia durante la Guerra di Successione Spagnola all’inizio del Settecento, era un rozzo soldataccio che, infischiandosene dell’etichetta, per risparmiare tempo e mettere i suoi interlocutori a disagio, era solito riceverli seduto sul vaso da notte, intento ad espletare le sue necessità fisiologiche. Dovendo ingraziarselo per favorire la rinascita del suo Ducato quando, nel 1702, stava attraversandone i territori, il Duca Francesco Farnese, conscio del caratteraccio dell’uomo, pensò bene di inviargli come ambasciatore un abatino del quale conosceva la predisposizione alle relazioni pubbliche e la facilità ad entrare nelle simpatie dei potenti: Giulio Alberoni.

Nato a Piacenza il 30 maggio del 1664, era figlio di un ortolano che, con chissà quali sacrifici, lo aveva fatto studiare in un collegio gesuitico per poi avviarlo alla carriera ecclesiastica dove, fra sacrestie e conventi, Giulio si era subito fatto notare per le sue formidabili doti di “pierre”. E proprio a queste ultime dovette ricorrere quando (come ci tramanda testualmente e con perfidia Louis de Saint-Simon, nelle sue “Memorie”) una volta “…introdotto dal signor di Vendome, mentre sedeva sul suo solito vaso, seppe rallegrare la conferenza con scherzi, pagliacciate e oscenità che ebbero tanto successo in quanto precedute da ogni sorta di lodi e complimenti. A un bel momento il Vendome si alzò per pulirsi il c… ed a quella vista Alberoni esclamò: ‘Oh! Che c… d’angelo!’ e corse a baciarglielo”. Può anche darsi che Saint-Simon, non amando l’Alberoni, abbia calcato un po’ la mano, ma di sicuro questa era la cifra del personaggio, al punto che il Vendome, persuasosi che un uomo capace di tanto incarnasse l’ideale del diplomatico, lo assunse subito al suo servizio ed in breve non seppe più fare a meno di lui, anche perché l’astuto prelato lo prese letteralmente per la gola, non facendogli mai mancare i prelibati piatti della cucina emiliana di cui era ghiotto.

Così, quando il suo nuovo padrone nel 1706 partì dall’Italia, Giulio Alberoni lo seguì col consenso del Duca Francesco Farnese e, quando Filippo V di Borbone (nipote del Re Sole) salì sul prestigioso trono di Spagna, il Vendome ed il figlio dell’ortolano piacentino erano al suo fianco. Con la sua prontezza, l’Alberoni non tardò ad inquadrare la situazione alla Corte di Madrid ed in particolare il carattere di re Filippo, un giovane “scarso di difetti, come di virtù”, al tempo stesso sensuale e bigotto, che non tradiva la moglie, Maria Luisa di Savoia, solo per timore delle pene dell’inferno.

Entrato nelle grazie anche della principessa Orsini, “camarera mayor” della regina, quando quest’ultima morì nel fiore degli anni, il buon Giulio, rimasto piacentino nell’intimo, insinuò nella testa della sua nuova amica l’idea di far sposare al Borbone la bella Elisabetta Farnese, erede del Ducato di Parma e Piacenza, da lui spacciata per stupida ochetta “impastata di butirro e formaggio piacentino”. Nascose ovviamente alla sua interlocutrice che, al contrario, la ragazza era intelligente, colta e poliglotta, così da lasciarle credere che avrebbe potuto facilmente esercitare anche su di lei lo stesso ascendente che aveva avuto sulla defunta regina e continuava ad esercitare sul re. Così, anche perché convinto dal miraggio di ereditare il Ducato di Parma e Piacenza alla morte del Duca Francesco Farnese (rimasto senza prole), il neo-vedovo si risposò per procura con Elisabetta, appena trascorsi i canonici sei mesi di lutto.

Giunta nel suo Paese d’adozione, la nuova regina, bella, sensuale e determinata com’era, non ci mise molto a soggiogare la debole personalità del marito, e questo in combutta col suo concittadino Alberoni che, nel frattempo, l’aveva convinta a sbarazzarsi della Orsini in modo da diventare, insieme alla Farnesina, l’unico ed incontrastato “padrone” del regno. Per Giulio fu l’inizio di una carriera sfolgorante che lo vide diventare, in rapida successione, primo ministro di Spagna e cardinale. In breve tempo ridisegnò con saggezza l’ordinamento statale, riorganizzò le finanze e l’esercito, guidò la politica estera e fece rifiorire commercio ed artigianato, tenendo sempre segretamente informato di ogni mossa il suo “padrone italiano”, il Duca Francesco. La sua caduta però fu altrettanto rapida e fragorosa che l’ascesa, quando, dopo aver mal consigliato Filippo, trascinò la Spagna in una guerra persa in partenza contro la formidabile alleanza costituita da Inghilterra, Francia, Olanda ed Austria.

Così, la precondizione imposta dagli alleati a re Filippo V per concedere la pace nel 1719 fu proprio l’allontanamento dell’Alberoni. Inseguito da sicari che volevano farlo fuori, il cardinale, rotto ad ogni esperienza e difendendosi con la pistola in pugno, riuscì comunque a rientrare rocambolescamente indenne a Piacenza, dove dovette subire un processo dal quale però uscì “pulito”. Riabilitato infine dal nuovo papa, Innocenzo XIII, ricevette da lui e dai suoi successori importanti incarichi, fra i quali quello di legato per la Romagna.

Sarebbe morto alla soglia dei novant’anni, dopo essere sopravvissuto a tutti i suoi nemici ed aver impiegato il suo patrimonio per costruire a Piacenza il collegio per giovani bisognosi che ancora porta il suo nome ed all’interno del quale è custodita la sua bellissima collezione di quadri.

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore