Il 5 luglio del 1150, i milanesi, battuti dai cremonesi, perdono il loro carroccio.

Di cosa si trattava? Ci risponde Lodovico Antonio Muratori negli Annali d’Italia:

“Pensando i Piacentini alla vendetta e alla maniera di rifarsi del danno e della vergogna lor fatta nell’assedio di Tabiano dai Cremonesi nell’anno precedente, strinsero, o pure confermarono lega coi Milanesi, con indurli a mettersi in campagna coll’esercito loro contra di essi Cremonesi. Così fece il popolo di Milano. In questo mentre i Piacentini voltarono le lor armi e macchine centra il suddetto castello di Tabiano, del quale in fine s’impadronirono, e tosto lo spianarono. Ben diverso fu l’esito dell’armata milanese. Venuta alle mani nel dì cinque di luglio coll’armata cremonese a Castelnuovo, fu forzata a voltarle spalle con perdita di molta gente e cavalli. Peggio anche le occorse, perchè restò in mano de vincitori il carroccio loro. Era questo allora l’uso delle città più forti d’Italia di uscire in campagna con questo carroccio, istituito da Eriberto arcivescovo di Milano nel secolo precedente. Nè altro esso era che un carro tirato da due o tre paia di buoi, ornati di belle gualdrappe. V’era nel mezzo piantata un antenna, tenente in cima la Croce, o pure il Crocifisso colla bandiera sventolante del Comune. Stava sopra d’essa qualche soldato, e intorno marciava di guardia il nerbo de’ più robusti e valorosi combattenti. A guisa dell’Arca del Signore condotta in campo dagli Ebrei, era menato questo carro. Al vederlo si rincorava l’esercito. Guai se cadeva in mano de’nemici: allora tutti a gambe. Grande impegno era il perderlo; grandi maneggi si faceano per ricuperarlo…”.

L’uso del carroccio era diffuso anche tra i comuni dell’Italia Centrale così Ricordano Malispini, in Storia Fiorentina, ci dice che:

“Avvenne che negli anni di Cristo MCCLX del mese di maggio, i Fiorentini feciono oste generale sopra il comune di Siena, e menaronvi il carroccio. E nota che ‘l carroccio era uno carro in su quattro ruote tutto dipinto vermiglio, ed eravi suso due grandi antenne vermiglie, in sulle quali stava e ventolava il grande stendale dell’arme del comune di Fiorenza, ch’era dimezzata bianca e vermiglia, e ancora oggi si mostra in San Giovanni: e tiravalo un gran paio di buoi coperti di panno vermiglio, che solamente erano diputati a ciò, ed erano dello spedale dei preti, e il guidatore era franco nel Comune. Questo carroccio usavano gli antichi per trionfo e degnità, e quando s’andava in oste, i conti vicini e cavalieri il traevano dell’opera di Santo Giovanni, e conducevanlo in sulla piazza di Mercato nuovo, e posato per me d’un termine di v’è d’una pietra intagliata tonda a guisa di ruota di carro, si lo accomandavano al popolo; e popolari il guidavano nell’oste, e a ciò erano diputati in guardia del migliori e più perfetti e più forti e vertudiosi popolari della città, e a quello s’ammassava tutta la forza del popolo. E quando l’oste era bandita, uno mese dinnanzi ove dovesse andare, si ponea una campana in sull’arco di Porta Santa Maria, ch’era in sul capo di Mercato nuovo, e quella era sonata al continovo di dì e di notte; e ciò era per grandigia di dare campo al nimico contro cui era bandito l’oste, che si apparecchiasse; e chi la chiamava Martinella e chi la campana degli Asini. E quando l’oste andava, si levava dell’arco e poneasi in su uno castello di legname in su uno carro, e il suono di quella sì guidava l’oste. E di queste due pompe del carroccio e della campana si reggea la superbia del popolo vecchio e de’nostri antichi…”.

Altresì in Cenni storici popolari sull’antico dominio di Bologna leggiamo che nel 1170 “i Bolognesi stabilirono anch’essi per la prima volta che i soldati seco conducessero il carroccio nel campo. Era questo un carro a quattro grandi ruote, che aveva la sembianza di una larga tribuna quadrata, su cui, come in tribunale, potevano agiatamente sedere dieci persone. Nel mezzo v’era piantata un’alta antenna, con in cima una croce d’oro o dorata che fosse, da cui sventolava lo stendardo principale della città. Era egli tutto coperto di ricco panno bianco e rosso, scielta montatura di quegli antichi Bolognesi, ed era tirato da parecchie paja di buoi, coperti anch’essi di panni rossi e bianchi, il collo e le corna ornati in bizzarro modo. Una specie d’un gran tribunale militare permanente, da sopra tale carro, dava giudizio perentorio della condotta di tutto l’esercito, e rendeva giustizia al merito ed al demerito: vi sedeva anche un cappellano per celebrarvi la Messa ed essere pronto ad amministrare i sacramenti e prestare tutti i conforti della religione ai soldati feriti o ammalati. A siffatto carroccio poi, come ad un quartier generale, ricorrevano i soldati, allorchè vinti dal nemico erano costretti a ritirarsi, essendo il carroccio riputato quale asilo di sicurezza dell’esercito. Quindi, caduto il carroccio in mano al nemico, l’esercito perdeva ogni speranza di vittorio e tenevasi come rotto e sconfitto; tant’è che v’era legge di non condurre mai il carroccio in veruna impresa, senza averne prima l’autorizzazione del Consiglio generale di Stato”.

Il carroccio, come si evince, assurse a simbolo delle libertà comunali, il carroccio ha una sua storia e una sua leggenda ma ebbe soprattutto un’importante funzione tattica militare. La sua presenza incitava i soldati nelle battaglie più aspre, raccoglieva e dava conforto ai feriti, fungeva da riferimento nelle varie fasi del combattimento. La sua cattura sanciva la sconfitta di chi lo perdeva.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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