Si definì “l’ultimo servitore di Napoli”, Achille Lauro, detto il Comandante. Per qualcuno fu una sorta di capitalista in grado di far fortuna con le guerre fasciste eppure Lauro sapeva bene che proprio l’entrata in guerra, e proprio la guerra in mare, avrebbero sancito la sconfitta dell’Italia. All’inizio del conflitto la sua flotta era composta da 57 navi per 300.000 tonnellate di stazza. Tutto fatto con le sue sole forze. Non lo protesse il regime, nè lo protessero gli Alleati, anzi, gli inglesi occuparono il suo palazzo e lo imprigionarono nel campo di concentramento di Padula per quasi due anni.

Quando uscì, era un uomo sui sessant’anni, intelligente, astuto, consapevole che l’Italia che si andava costruendo era in balia di un nuovo sistema partitocratico. Aderì a L’Uomo Qualunque, poi si schierò coi monarchici del Partito Nazionale Monarchico. Sollevò la formazione politica presieduta dall’irpino Alfredo Covelli dal dissesto finanziario, e lentamente iniziò ad attirare consensi, soprattutto quelli di ex deputati qualunquisti, ed appoggio popolare grazie al Roma, diretto da Alfredo Signoretti, grazie sopratutto alla sua mordacità popolana capace di intercettare la fiducia della Napoli più vera: alle amministrative del 1952, Lauro ottenne 117.000 preferenze e divenne sindaco.

Il primo gesto è salutare Truman, il secondo è far visita ad Umberto II, esule in Portogallo. Iniziò così una lunga stagione politica sicuramente controversa. Alle ditte che chiedevano concessioni, per esempio, pretese in cambio reinvestimenti in case popolari o centinaia di assunzioni, assumendo decisioni spesso senza che il consiglio comunale sapesse nulla. Questo fu il Laurismo, una idea antipolitica di redistribuzione di ricchezza, un modo di governare che si scontrò con le ufficialità e la burocrazia, che viaggiava a volte su un sottilissimo filo sospeso tra legalità ed illegalità, ma che guardava ai 130.000 disocuppati di Napoli, alle migliaia di senza tetto.

Lauro passeggiava nudo nella sua villa in Via Crispi, riceveva in vestaglia gente d’affari e poveracci che gli chiedevano soldi, lavoro, pane. Rispondeva come poteva, come sapeva, come gli riusciva, senza la consapevolezza d’essere destinato a pagare l’immagine che alla storia avrebbe consegnato Francesco Rosi in “Le mani sulla città”. L’accusa che il regista mosse a Lauro di speculazione edilizia, fu sicuramente ingenerosa ed anche falsa perchè tutto partì dopo, coi governi a guida democristiana.

Ai giorni nostri l’ha riconosciuto anche uno stimato storico ed illustre giornalista come Marco Demarco in “L’altra metà della storia“.

Vi leggiamo: “La distorsione operata dal film di Rosi è triplice: in primo luogo, concentra lo sdegno civile e morale su lauro, descritto con tutti i toni dell’arroganza, della demagogia, del populismo, al quale attribuisce più colpe di quelle realmente commesse, e tra queste anche la manipolazione delle tavole del piano regolatore accertata negli anni successivi; in secondo luogo, finisce per assolvere la Dc, che invece già allora, microfoni e minacce a parte, aveva di che rispondere, ad esempio la scelta di commissari straordinari eccessivamente tolleranti con gli speculatori; e in terzo luogo, celebra un Pci che in quel contesto non ha i meriti che gli vengono attribuiti”.

Lauro piaceva a Totò, a Curzio Malaparte, a Giuseppe Marotta, piaceva pure a qualche comunista, non piaceva invece alla DC. Il giudizio di Demarco è chiaro, il laurismo “teneva insieme gli imprenditori sani e gli speculatori, la Sme e il Banco di Napoli, la borghesia professionistica e quel tanto di capitale finanziario che c’era in città. Il laurismo ebbe limiti drammatici, ma segnò comunque l’unico momento alto della destra napoletana al potere. La Napoli di quegli anni era molto più dinamica e pluralista di quanto poi si sia lasciato intendere…”.

Alle politiche del 1953 ottenne il 6,8 %, conferma di un successo crescente fino al 1972 quando aderì al Movimento Sociale Italiano tornando alla Camera nel 1976.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete