Juan Alonso Pimentel de Herrera assunse la carica di viceré nel Regno di Napoli il 6 aprile del 1603. Il conte di Benavente giunse in città in compagnia di sua moglie, Mencia de Zuniga y Requesens, figlia del celebre ammiraglio Luis de Zuniga y Requesens, assumendo il suo incarico in una partecipata cerimonia in Duomo. Nei suoi sette anni di governo, tentò di rispondere a numerosi problemi che attanagliavano il regno e di fronteggiare inattese difficoltà, nonostante gli scarsi mezzi finanziari e militari a sua disposizione. Finanziò imprese militari, commissionò celebri opere d’arte e lottò contro la criminalità.

Come prima mossa volle debellare il fenomeno del banditismo in Calabria, liberando quelle popolazioni da violenze e patimenti. Spedì a tal fine il comandante Lelio Orsini il quale riuscì a disperdere i briganti e fu festeggiato dalle popolazioni locali come un vero e proprio salvatore. Nel mentre, a Napoli, il viceré si mostrò solerte nell’incalzare i tribunali provinciali ad emettere finalmente le sentenze per processi che da anni languivano, bloccati dalla corruzione dei potenti signori locali.

Altro grave problema che affliggeva le casse del regno era il rilevante deficit generato dalle spese militari e il viceré, per alleggerirlo provò a rimpinguare le casse introducendo alcune imposte su frutta e sale che scatenarono malumori, ma a Napoli, ma la città visse con gioia il lieto evento della nascita del futuro Filippo IV e dei suoi fratelli, partecipando alla cavalcata nelle strade cittadine, ai Te Deum del Duomo, alle feste religiose. Giornata solenne per la capitale fu pure quella in cui il pontefice approvò il suo ottavo protettore, San Tommaso d’Aquino. Si fecero luminarie per tre sere in tutto il centro, rimbombarono i cannoni delle fortezze, si ripeterono processioni e danze.

Tra il 1604 ed il 1606, sopraggiunse, inaspettata, una tremenda carestia con conseguente aumento del prezzo del grano, ed allora il viceré si rimboccò le maniche per combattere le speculazioni. Emanò, in particolare, un decreto di divieto di vendita di viveri in monasteri, luoghi pii, carceri e castelli dove si trovava con facilità ogni genere alimentare ma scellerati funzionari erano pronti a venderlo a prezzi maggiorati. In quegli anni, l’ispettore generale Gonzalo di Sotomayor, in una sua relazione, tracciò un desolante quadro di abusi e ruberie commessi dai dipendenti degli uffici finanziari. Fu così che il conte di Benavente aprì un nuovo fronte contro corruzione e malaffare. Finirono allora condannati figure centrali dell’amministrazione del regno, come reggenti del Consiglio Collaterale, giudici del Sacro Regio Consiglio, funzionari della Regia Camera della Sommaria, burocrati del tribunale della zecca e delle dogane, portolani e mastrodatti delle province.

Il viceré non fu solo un implacabile persecutore del malcostume, fu anche un amante delle arti. A Napoli, commissionò infatti alcune opere al Caravaggio, tra cui la Madonna del Rosario, in cui, forse, fu egli stesso ritratto, chino con la gorgiera bianca, sulla sinistra (questa raffigurazione si affianca a quella degli anni giovanili realizzata dal Greco che mostriamo in copertina). Al conte di Benavente si devono infatti anche i restauri alla porta di Chiaia, che in suo onore fu soprannominata Porta Pimentella, i rifacimenti di strade e ponti per Bovino, Benevento e Cava de’ Tirreni, la costruzione dell’arteria che conduce dal centro urbano di Napoli a Poggioreale, nonché lavori per l’acquedotto napoletano e l’installazione di una fontana monumentale ancora a Napoli, nel borgo di Santa Lucia, opera di Tommaso Montani e Michele Naccherino, adorna di sculture e sormontata da una tazza in cui un delfino versa acqua.

Il viceré volle pure difendere le coste italiane dalle incursioni degli ottomani e, nonostante le gravi condizioni finanziarie del regno, nel 1606 inviò una flottiglia napoletana contro Durazzo. La città fu presa e saccheggiata, i corsari snidati. Guidate dal marchese di Santa Croce, cui si affiancarono Diego e Girolamo Pimentel, figli del viceré, le navi giunsero il 4 agosto nelle acque albanesi e sbarcarono fanti e artiglierie, conquistando il castello e la città, sottraendovi oltre quaranta pezzi di cannone ed appiccandovi le fiamme. Senza indugio, per rispondere alle esigenze belliche che impegnavano la monarchia ispanica nelle Fiandre, tralasciò ancora le pessime conzidioni delle casse reali e spedì a combattere due reggimenti di fanteria, uno affidato al Principe di Avellino, l’altro ad Alessandro de Monti.

Lasciò Napoli nel 1610, dopo aver completato le fortificazioni dell’isola d’Elba, nello Stato dei Presidi, lasciando prammatiche contro il gioco d’azzardo, i falsari e l’impunità dei malfattori che, da secoli, usavano rifuggiarsi nei conventi.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: P. Giannone, Dell’istoria civile del regno di Napoli