I genitori che, nelle zone costiere dell’Italia del XVI secolo, avessero voluto tenere buoni i loro bambini, minacciandoli con racconti paurosi, avrebbero di sicuro parlato loro della possibilità di essere rapiti dal terribile Uccialì, il “babau” di quei tempi, con la differenza però che il personaggio in questione esisteva per davvero.

Uccialì infatti era la versione italianizzata del nome turco “Uruch Ali'”, che a sua volta era quello assunto, dopo la sua conversione all’Islam, dall’ex-pescatore calabrese Giovan Dionigi Galeni, nato nel borgo di Le Castella, vicino a Crotone, esattamente mezzo millennio fa, nel 1519.

Si tratta forse del più famoso rinnegato della nostra storia e di uno degli italiani che hanno arrecato più danni ai suoi connazionali, operando al servizio di una potenza straniera, che nel caso di specie era l’Impero Ottomano.

Quando era sul punto di farsi monaco, il giovane Galeni fu catturato nel corso di un’incursione nei pressi di Isola Capo Rizzuto dal corsaro Barbarossa, “bey” di Algeri, per essere messo al remo come schiavo. Anche in questa condizione difficile e servile, tuttavia, le sue indubbie qualità non tardarono a venire a galla, tanto che, distinguendosi per grinta e determinazione, si meritò l’appellativo di “rognoso”, che ovviamente, nel mondo tutto “al contrario” di corsari e pirati, corrispondeva più o meno ad un titolo onorifico.

Provocato da un turco che lo aveva schiaffeggiato, per difendere il suo onore un bel giorno il nostro lo sfidò in un corpo a corpo all’ultimo sangue, ammazzandolo di botte. Per non farsi a sua volta condannare a morte decise allora di convertirsi all’Islam, avendo così salva la vita e potendosi sposare con la figlia di un altro rinnegato che lo imbarcò per lavorare come nostromo su una delle sue navi corsare. Il rinato Uccialì iniziò così la sua fortuna!

Con i primi risparmi infatti poté acquistarsi la patente di comandante corsaro, mettendosi al servizio del famoso Dragut e, prima con la squadra navale di quest’ultimo e poi in solitaria coi propri uomini e mezzi, pose le basi di quella che sarebbe stata una carriera di tutto rispetto, che lo avrebbe portato a razziare e devastare in primis i borghi costieri del Sud Italia, a partire da quelli della Costiera Amalfitana, della natia Calabria e della Sicilia. Poi, sempre più su, si concentrò soprattutto sulle coste della Toscana e della Liguria, dove non ci fu quasi nessun villaggio costiero che non abbia subito le sue terribili incursioni. San Remo, Taggia, Bordighera, Alassio, Finale, Mentone e Nizza (città da dove progettò addirittura di rapire il duca Emanuele Filiberto di Savoia) furono a turno depredate e quasi svuotate dei loro abitanti.

Prese parte alle battaglie per la conquista di Tripoli e Djerba, come pure alla riconquista di Tunisi. Fu presente all’assedio di Malta del 1565 e più tardi prese parte anche alla famosa battaglia navale di Lepanto del 1571 dove, nonostante la sconfitta ottomana, fu il solo comandante turco a dare veramente filo da torcere agli alleati della Lega Cristiana, insidiando da vicino la nave ammiraglia di don Giovanni d’Austria e riuscendo, unico fra i suoi colleghi, a ricondurre ad Istanbul la sua squadra navale quasi integra. Per ricompensa il sultano Selim II gli conferì il titolo di ammiraglio ed il soprannome onorifico di “Kilic Alì” (“Alì la Spada”).

Di successo in successo, morì ricco e famoso nel 1587 nel bellissimo palazzo che si era costruito nel suo villaggio personale chiamato “Nuova Calabria” e fu sepolto nella moschea “Kilic Alì Pascià”, a lui dedicata ed ancora esistente nel cuore di Istanbul, per il sincero compianto dei turchi, ma anche il sollievo dei nostri connazionali dell’epoca. Strano che nella piazza centrale della sua natia Le Castella si erga ancora oggi un busto che ne ricorda la figura, quasi fosse un nostro eroe nazionale.

 

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

 

Fonte foto: dalla rete

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore