La Julia, reduce dall’Albania, aveva sostato, a fine campagna, al largo di Giannina e successivamente nel massiccio del Pindo, poi nel Peloponneso. Dopo la strabiliante manovra a tenaglia tedesca che aveva paralizzato Grecia e Jugoslavia, salvando la sua guerra, Mussolini dovette pensare che nulla potesse arrestare le truppe di Hitler, così iniziò a pianificare l’organizzazione di un corpo di spedizione in Russia e proprio a questa destinazione serbò gli alpini. Come prima cosa essi dovevano lasciare la Grecia e tornare in Italia. A questo scopo il battaglione Gemona dell’8° Reggimento Alpini s’imbarcò sul Galilea.

Il Galilea, nave passeggeri della Adriatica Società di Navigazione, costruita dai cantieri San Rocco di Trieste nel 1918 e varata come Pilsa, era divenuta nave ospedale. Aveva una stazza di 8,040 tonnellate di stazza lorda e due eliche e motori a turbina che la spinsero ad una velocità di 13 nodi e mezzo via Lutraki, fino a Corinto. A guidarla c’era Emanuele Stagnaro, Medaglia d’Oro di Lunga Navigazione, Croce di Guerra 1915-1918 e Medaglia di Bronzo al Valor Militare, comandante espertissimo, già sopravvissuto all’affondamento del piroscafo Esperia, dopo aver sbarcato nell’angiporto di Alessandria d’Egitto 1500 profughi ebrei imbarcati a Napoli in cerca della salvezza lontano dall’Europa nazista.

Qui la nave lasciò il porto diretta verso Bari. A bordo, oltre al Gemona, c’erano gli ospedali da campo 629, 630 ed 814, l’8° Sezione Sanità, l’8° Nucleo Sussistenza, l’Ufficio Riservato Ufficiali del Comando 8° Alpini, l’aiutante maggiore in prima, alcuni ufficiali del Comando del Reggimento, altri due ufficiali della Divisione, un gruppo di detenuti politici greci e un altro di detenuti militari italiani.

Nelle vicinanze di Patrasso, al Galilea si aggiunsero le navi Crispi e Viminale ed i piroscafi Piemonte, Ardenza e Italia. Il convoglio così costituito lasciò Patrasso alle 13:00 del 28 marzo scortato dalla nave ausiliaria Città di Napoli, al comando del capitano di fregata Ciani, dal cacciatorpediniere Sebenico e dalle torpediniere San Martino, Castelfidardo, Mosto e Bassini.

Alle ore 18,30, il convoglio passò Capo Ducati mentre il tempo cominciava a peggiorare con l’aumento della pioggia e banchi di foschia marina. Alle 19:00, le navi lasciarono la formazione in linea di fila e si divisero in due righe con la Viminale di testa a dritta e la Galilea a sinistra e circa 600 metri l’una dall’altra. Gli alpini del Gemona viaggiarono ammassati tra i saloni della prima e della seconda classe, sparsi sui vari ponti, consapevoli che quel convoglio di giorno era protetto dai caccia e dagli aerosiluranti della Regia Aeronautica ma di notte era abbandonato a sé stesso.

E così, nel mare in burrasca del Canale d’Otranto, alle 24.00 circa, il tenente di vascello Phillip Steward Francis, al comando dell’HMS Proteus, fu avvisato di un convoglio nemico in avvicinamento. Assegnò gli ordini ed un siluro in pochi istanti corse sott’acqua colpendo il lato sinistro dello scafo del Galilea.

Gli italiani fecero i conti con uno squarcio di 6 metri sotto il ponte di comando, la nave imbarcò immediatamente tonnellate d’acqua. Sebbene sbandato, il Galilea continuò ad avanzare, propulso dalle proprie macchine, ancora per dieci o quindici minuti. Il comandante Emanuele Stagnaro cercò di portare la nave verso le isole di Passo e Antipaxo che erano alla distanza di circa 9 miglia, ma le intemperie impedirono la manovra.  La nave andò via via appruandosi, s’inclinò di 15 gradi. Gli alpini iniziarono a gettarsi disperatamente in mare. Si diffuse il panico. Non c’erano abbastanza lance di salvataggio e giubbotti salvagente.

Il resto del convoglio, nel frattempo, proseguì alla volta di Bari. A fornire soccorsi ed a preoccuparsi di un contrattacco fu la torpediniera Mosto del capitano Girolamo Delfino che pure aveva ricevuto l’ordine tassativo di abbandonare le posizioni in caso di attacco nemico.

La mattina giunsero in soccorso il MAS 516, due dragamine provenienti dalla base di Prevesa, e un idrovolante della Croce Rossa proveniente da Brindisi. Il MAS trasse in salvo 47 naufraghi, le dragamine quaranta.

La Mosto ne salvò duecento. Delfino fu processato per insubordinazione e prosciolto solo dopo aver dimostrato che con la sua torpediniera aveva colpito ed allontanato il sommergibile inglese che era ancora in agguato.

Dei 1.275 uomini imbarcati, morirono in oltre 600. Molti dei soldati non furono mai trovati mentre i corpi di altri furono trascinati dalla risacca sulle coste greche. Alle 3:50 del mattino del 29 marzo, sulle coordinate 04.93 N 20.05, il Galilea scomparve per sempre inabissandosi con il capitano Emanuele Stagnaro che rimase al suo posto. Qualche ora dopo il resto del convoglio giunse a Bari.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: P. Montina, La tragedia alpina del Galilea