Una cascata di riccioli incornicia il volto che, girato verso destra, pare scrutare l’orizzonte con uno sguardo al tempo stesso austero ed autoritario. Il mantello che ne avvolge la figura sembra avere vita propria, animandosi dal suo interno come gonfiato dal vento. Così il Bernini ci presenta il duca Francesco I d’Este, raffigurato in uno splendido busto marmoreo scolpito nel 1650, che ancora oggi costituisce uno dei pezzi pregiati della Galleria Estense di Modena.

Dello stesso personaggio e nel medesimo luogo è custodito anche il ritratto realizzato una dozzina d’anni prima dal Velázquez, nel quale Francesco ci appare nel fiore degli anni, mentre rivolge agli osservatori uno sguardo arrogante e sensuale, comunque assolutamente conscio della sua regalità. Senza immaginarlo, questi due grandi artisti ci hanno lasciato una testimonianza veritiera di quella che fu la quintessenza dell’aristocrazia del Seicento italiano, di cui l’Estense rappresenta un emblema.

Di bell’aspetto, colto, raffinato nei modi e nei gusti, sicuro di sé fino all’arroganza, il diciannovenne Francesco divenne duca di Modena e Reggio il 25 luglio del 1629, nella reggia di Sassuolo, dove il padre Alfonso III aveva appena deciso di abdicare per farsi frate cappuccino.

Gli inizi del suo governo non furono certo facili. Nel più ampio contesto della terribile Guerra dei Trent’Anni, infatti, Francesco già nel 1629 si ritrovò i lanzichenecchi, che avevano appena devastato Mantova, a premere sui confini del suo Stato, così diffondendovi una terribile pestilenza (la stessa raccontata dal Manzoni nei Promessi Sposi) che imperversò fino al 1630, quasi dimezzando la popolazione di Modena, che infatti passò da circa 20.000 a poco più di 10.000 abitanti.

Come gli altri principi italiani, fragili contenitori di coccio sballottati fra i vasi d’acciaio costituiti da Impero Asburgico, Francia e Spagna, anche Francesco per tutta la vita dovette barcamenarsi fra le super-potenze continentali dell’epoca, schierandosi di volta in volta con quella che gli garantiva la convenienza più immediata, senza però tagliare del tutto i ponti con le altre. Certo, come feudatario imperiale, il giovane duca cercò di avere sempre un occhio di riguardo per gli Asburgo ed in particolare per la Corona di Spagna, nei confronti della quale il suo Ducato vantava enormi crediti, non più pagati sin dal 1606. Purtroppo però, non solo le numerose ambasciate da lui inviate alla Corte di Madrid, ma nemmeno un suo viaggio personale riuscirono a smuovere le acque di un Impero ormai decadente e sempre a corto di quattrini.

L’unico risultato di qualche rilievo fu l’aiuto diplomatico fornito dagli Spagnoli nella presa di possesso da parte dell’Estense dell’ambitissimo feudo di Correggio, del quale l’Imperatore Ferdinando II aveva esautorato per indegnità l’ultimo signore, Siro da Correggio, dopo una brutta storia di contraffazione di moneta. Come contentino si aggiunse anche la berretta cardinalizia di cui nel 1641 fu insignito il fratello minore di Francesco, Rinaldo, uomo abile e ottimo diplomatico che negli anni a venire sarebbe risultato complementare col primo, impulsivo e talvolta azzardato, nella gestione degli affari di Stato e degli interessi di famiglia.

Purtroppo per gli Estensi, però, la Spagna non intervenne affatto in quella che per loro costituiva “la questione” per eccellenza: il rientro nel possesso di Ferrara e Comacchio dopo la fatale cessione di quei territori allo Stato Pontificio nel 1598. Forse anche per questo motivo, dopo essere rimasto vedovo per due volte di altrettante principesse della famiglia Farnese, Francesco decise di risposarsi per la terza volta nel 1653 con Lucrezia Barberini, pronipote di Urbano VIII e nipote del Cardinale Antonio, dato fra i favoriti per la conquista della tiara nel conclave che sarebbe seguito all’imminente morte di Innocenzo X.

Una serie poi di delusioni e voltafaccia sul fronte spagnolo, oltre all’elezione sul soglio pontificio di Alessandro VII Chigi (pontefice che non vedeva di buon occhio gli Estensi) convinsero Francesco a recarsi a Parigi per ottenervi, nel 1656, il titolo di “generalissimo” delle truppe francesi in Italia. E proprio in questa veste, durante l’ennesima campagna militare in Piemonte, Francesco fu colto dalle febbri malariche che lo condussero alla tomba il 14 ottobre del 1658.

Con lui se ne andò l’ultimo Estense capace di concepire alte ambizioni politiche, un principe che dimostrò di possedere una fiducia sconfinata nei propri mezzi, diplomatici e militari. Se i risultati raggiunti furono tutto sommato modesti sotto il profilo politico, prestigiosi invece lo furono quelli conseguiti come committente d’arte e costruttore. La realizzazione del palazzo Ducale di Modena, la risistemazione di quello di Sassuolo, la costruzione della meravigliosa Villa delle Penterorri (purtroppo andata completamente distrutta durante l’ultimo conflitto mondiale) sono solo un esempio della sua incessante attività in questo campo. Come collezionista arricchì la Galleria Estense dei suoi capolavori più belli e come mecenate ospitò presso la propria Corte un cenacolo misto di letterati (Tassoni e Fulvio Testi in primis) ed artisti del calibro di Velázquez, Guercino, Guido Reni, Salvator Rosa e molti altri. Grazie a lui, il grande duca di un piccolo Stato, Modena assurse al rango di capitale che era stato di Ferrara.

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: L. Chiappini, Gli Estensi, mille anni di storia

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore